30 aprile 2009

Gruppi di acquisto solidale e Transizione

Partendo da una buona lista di articoli relativi a "La vita dopo il petrolio" su Altreconomia, giungo su una pagina a cura di Gianluca Ruggieri, esplicitamente dedicata alle tematiche della Transizione, dove vengono elencati autori importanti e relative pubblicazioni.
Richard Heinberg per quanto riguarda la Transizione in sé e il problema del picco del petrolio, Lester Brown fondatore del WorldWatchInsitute e autore/promotore del "Piano B 2.0: una strategia di pronto soccorso per la Terra" (qui su Indipendenza Energetica potete trovare il libro tradotto e liberamente scaricabile), James Howard Kunstler, Albert Bates.

Della Transizione abbiamo già parlato su questo stesso blog, qui e qui.
Cristiano Bottone sul blog "Io e la transizione" definisce quest'ultima come
un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza
dove la resilienza è
la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
Va da sé, le società industrializzate sono caratterizzate da un bassissimo livello di resilienza, ovvero sono molto fragili, in quanto fortemente dipendenti da filiere (prodotti alimentari, energia, etc.) lunghissime, sostenute fondamentalmente da un'economia "drogata" fondata sul petrolio.

Ma si cominciano a vedere sorgere dei modelli di abitanza territoriale che provano a fare a meno del petrolio, ed ecco che dopo l'Inghilterra con le sue Transition Town (vedi qui un articolo relativo sul Corriere della Sera) anche in Italia stanno nascendo delle Città di Transizione, ne potete trovare informazioni sul blog Transitiontowns Italia, dove si provano a costruire o riprogettare cittadine a basso impatto ambientale, mosse da innovazioni tecnologiche miranti alla sostenibilità energetica e da peculiari approcci alla produzione nel settore primario, ad esempio secondo Permacultura. Utili anche i riferimenti alla mappa italiana degli eco-villaggi.

Tutto questo per meglio inquadrare le azioni di una economia solidale alla luce di nuovi approcci eco-economici (non solo teorici, come abbiam visto) in grado di riportare il senso dell'abitare all'interno di pratiche antropiche consapevoli della sostenibilità ambientale e della qualità della vita delle collettività umane.

Certo, oltre alla improrogabile riprogettazione ampia degli insediamenti abitativi e del funzionamento concreto dei flussi tecnologici di energia materia e informazione, esistono molte buone pratiche che è possibile adottare fin da subito, semplicemente modificando di poco, ma efficacemente, il nostro stile di vita e in particolare i nostri comportamenti come consumatori.

I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) in quanto esperienza di consumo critico intendono sollevare risvolti etici rispetto alla nostra partecipazione al Mercato, ma il modello che seguono potrebbe essere rivisitato, alla luce degli approcci alla Transizione.

Ecco cosa suggerisce Cristiano, dal blog Io e la Transizione.

Dai GAS ai GAST

È venuto il momento di cercare di spiegare questa faccenda dei GAST, premettendo che è qualcosa che mi gira in testa, ma che non ho avuto il tempo di definire completamente. Non ci ho neppure provato, perché una definizione completa dovrebbe maturare attraverso un bel lavoro di pensiero collettivo e il tempo per sperimentarne i risultati.

Sono abbastanza sicuro però che il modello dei GAS abbia compiuto il suo tempo e svolto egregiamente la sua meravigliosa opera di trasformazione culturale.

I GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) hanno a mio parere una caratteristica molto precisa: nascono e si sviluppano come circuito di acquisto alternativo a un mercato principale. Nei GAS si ritrovano persone che vogliono compiere scelte più etiche e consapevoli, sottraendosi alle mille insidie del mercato della crescita.

Fin qui tutto bene, ma i tempi cambiano e anche grazie al prezioso lavoro dei GAS è arrivato il momento di passare alla fase successiva. Bisogna cominciare a contaminare e a trasformare il mercato “normale” quello da cui fino ora si cercava di stare lontani.

Nella logica dei GAS ci sono infatti alcuni aspetti che portano verso scelte che non sono sostenibili e che per la loro scomodità continuano ad escludere da questo circuito moltissime persone. Chiunque appartenga a un GAS ha sperimentato difficoltà in fase di ordine dei prodotti (specie se si tratta di prodotti freschi e deperibili), il peso delle gestione degli ordini stessi, la scomodità di ritirare la merce solo in una dato momento, ecc.

Spesso si generano per le consegne molti viaggi in auto, si percorrono molti chilometri e tutto questo non è molto sostenibile. Poi, mano a mano che un GAS cresce, si trova ad affrontare alcuni dilemmi. I più grandi affittano magazzini per stivare le merci e si trovano ad assomigliare molto a veri e propri grossisti (anche se etici).

Modifichiamo la formula

Così ho pensato che nel modello GAS si potrebbe fare una variazione passando da Gruppi di Acquisto Solidale a Gruppi di Acquisto Sostenibili di Transizione.

Sostenibili perché a mio parere il concetto di sostenibilità non riguarda solo la “meccanica e il ciclo” delle risorse. La sostenibilità deve e non può che essere anche un fattore sociale e contenere in sè solidarietà, etica, trasparenza, equità. Tutto il processo di acquisto deve essere “sostenibile”, se per avere una zucchina biologica si consumano 6 litri di benzina il processo non sta funzionando.

Inoltre il GAST dovrebbe essere integrato in una più ampia iniziativa di transizione del sistema (ecco la contaminazione del mercato attuale). Il GAST dovrebbe operare perché prodotti sostenibili arrivino nei negozi normali. La logica dal produttore al consumatore ha molti limiti. Funziona bene e risulta veramente sostenibile solo in certi casi particolari.

Parlando con gli agricoltori ci si rende conto che se oltre a coltivare questi devono gestire un canale di vendita, a un certo punto hanno bisogno di una strutturazione (che significa costi). Serve qualcuno che vada al Farm Market, che prepari i prodotti in un certo modo, servono tempo e soldi. Ciò che si pensa di risparmiare evitando il passaggio in negozio in realtà, nel migliore dei casi, si evita solo parzialmente.

Dal produttore al consumatore, sicuri che sia una buona idea?

I negozi sono nati in epoca preindustriale e hanno un preciso senso logistico. Credo che se ci si limitasse a un solo passaggio intermedio tra produttore e consumatore (cosa che in una logica di filiera corta mi pare possibile) i costi rimarrebbero ragionevoli e aumenterebbe notevolmente l’efficienza del sistema. Così zucchine, pomodori e pere prodotti da fornitori diversi sarebbero reperibili comodamente presso un unico punto vendita. Se poi questo punto vendita fosse in grado di gestire consegne a domicilio ben organizzate, magari con un veicolo elettrico rifornito da un bell’impianto a energia rinnovabili, ci staremmo avvicinando molto a una situazione di grande sostenibilità.

Ma la parola Transizione, nella sigla starebbe anche a indicare un certo tipo di sguardo complessivo di cui il GAST sarebbe portatore. Sappiamo che la resilienza delle nostre comunità dipende dalla ridondanza dei sistemi che sapremo costruire. E quindi il GAST dovrebbe operare per differenziare i sistemi di approvvigionamento alimentare sostenendo parallelamente alla “riforma” del mercato, la nascita di orti, fattorie sociali, la riscoperta delle verdure spontanee, la nascita di foreste edibili permanenti, l’autoproduzione, il reskilling, ecc.

Come fare tutto questo?

Il modello della Transizione fornisce già moltissimi degli strumenti necessari, principi di riferimento e un grande paradigma a cui ispirarsi. Se mancasse qualcosa lo inventiamo, che problema c’è?
Mi piacerebbe moltissimo che qualcuno organizzasse un grande Open Space con tantissimi “gasisti” per far nascere mille idee su questo tema. Credo che emergerebbero cose splendide.

27 aprile 2009

Paesaggio, buongoverno, etica e cultura

Presso il nuovo sito dell'Associazione EcoFilosofica www.filosofiatv.org sono reperibili numerosi documenti su argomenti di carattere filosofico e su tematiche legate alla interculturalità, nonché numerosi apporti relativi alla Decrescita.

Particolarmente interessante la sezione dedicata agli atti multimediali (sezione "VideoPlay"), dove potrete trovare i materiali video del seminario Tutela e valorizzazione del territorio come patrimonio culturale italiano, rivolto al personale docente delle scuole, ma di sicura presa su tutti coloro attenti alle recenti riflessioni relative al Ben-Stare delle comunità, alla qualità del Paesaggio antropico (vedi Gianni Tamino), ai temi etici dell'Abitare.

Il nuovo sito dell'Associazione Eco-Filosofica www.filosofiatv.org riprende e sviluppa tematiche cui essa ha rivolto particolare attenzione in questi ultimi anni. Lo speciale interesse che l'AEF dedica non solo all'attualità (per esempio alle problematiche ecologiche, ambientali e sociali), ma anche alle antiche tradizioni di saggezza e alle culture non occidentali, non è dettato dalle mode del momento, da qualche forma di esotismo o dall'adesione a particolari prospettive ideologiche conservatrici.

Esso è invece dovuto alla consapevolezza che nelle varie forme culturali sono depositati insegnamenti che, a vario titolo, possono essere rivalorizzati in funzione del presente e per rimeditare problemi di drammatica attualità (degrado ambientale, scontri di civiltà ecc.) che hanno la loro radice in determinati modi di concepire il mondo ed i rapporti tra gli esseri che vi sono ospitati.

Inoltre, poiché un filo conduttore collega intimamente i fattori spirituali, economici, sociali, ambientali, scientifici ecc., occorre considerarli non separatamente, ma nelle loro interrelazioni: ciò è tipico di una filosofia aperta ai vari aspetti della realtà ed ai molteplici angoli visuali, capace di evitare le assolutizzazioni unilaterali. Tale apertura, rivolta a superare i riduttivismi e le contrapposizioni di vario genere, comporta tra l'altro l'esigenza, oggi molto sentita, di riequilibrare il rapporto uomo-natura e quello tra i popoli, in spirito di pluralismo interculturale.

Associazione Eco-Filosofica

26 aprile 2009

Reportage dalle Venice Sessions

Esiste il modo in cui raccontiamo il futuro, e questo racconto ha delle conseguenze.

Telecom Italia e Nòva24 - Il Sole 24 ore, con il contributo dei curatori Luca De Biase e Giuliano da Empoli, sono partiti da qui, dalle conseguenze, per chiedersi: come si può narrare il futuro?
È tramontata l’era delle certezze alimentate dai professionisti delle previsioni, i cosiddetti futurologi. Resta, però, l’esigenza di comprendere gli scenari mutevoli e complessi generati dalla globalizzazione: è una sfida che l’Italia non può rimandare per cogliere le opportunità di cambiamenti epocali.

Invitati da Telecom Italia e da Nòva 24, tecnologi e umanisti si incontrano a Venezia nel convento di San Salvador, sede del Future Centre di Telecom Italia.

Narratori e imprenditori, filosofi e scienziati, artisti e giornalisti: sono menti sorprendenti che si confrontano in eventi ogni volta diversi capaci di stimolare la creatività. Insieme esprimono un’intelligenza collettiva curiosa, fertile, imprevedibile. Che esplora il futuro interrogandosi sulle esigenze del Paese: il racconto di esperienze, visioni e progetti diventa, infatti, un metodo di ricerca in grado di unire culture differenti in un percorso condiviso.

Gli argomenti toccati dagli speaker, poi, vengono rielaborati in mappe concettuali che il pubblico può commentare sul web e sui Social Network. Arricchendo, così, la narrazione di un futuro che appartiene a tutti.

Segnalo qui un interessante quanto articolato reportage di Irada Pallanca dedicato alle Venice Sessions dello scorso 31 marzo, ripreso da Key4Biz.

21 aprile 2009

Comunicare la decrescita

Una riflessione di Marco Geronimi Stoll, dal suo sito.

Comunicare la decrescita

Anche un imprenditore della decrescita ha bisogno di farsi conoscere; però ha bisogno di “utensili comunicativi” diversi dalla normale tecnica pubblicitaria. L’articolo propone come esempio il caso di un piccolo imprenditore con scarsissimo budget. Per illustrare quale strategia gli convenga usare, l’articolo propone un esercizio di stile; ci sono cinque o sei parole tecniche della pubblicità di cui, con la semplice aggiunta di una esse, si può invertire il senso: smarketing, s-target, s-business … Ne emerge una strategia che consente una crescita lenta e costante dell’azienda fino ad un livello ottimale, e a quel punto l’assesta e la rinforza.


Si può “fare pubblicità” alla decrescita?

La pubblicità è comunicazione a pagamento per influenzare le scelte degli individui e diffondere notizie utili ad incrementare i profitti economici dei suoi committenti.

E’ evidente che questa accezione è lontana mille miglia dalle basi etiche della decrescita: il modello sobrio di esistenza e la transazione alla pari tra produttore ed acquirente.
Ma un imprenditore della decrescita
non è forse vero che anche un agricoltore bio, un artigiano, un installatore di pannelli solari… se vuole sopravvivere deve comunicare che esiste, dimostrare di essere affidabile, fare bella figura, insomma farsi pubblicità?

Sì, si può; ma a un patto...

Noi siamo pubblicitari, cioè conosciamo bene il mestiere di convincere la gente a riempirsi la casa di porcherie inutili. Non ne abbiamo nessuna intenzione, siamo i disertori del nostro mestiere.
Purtroppo molte aziende etiche, ambientaliste e leali non sono molto brave a comunicare, e per questo sono più deboli; è un peccato, la società e l’ambiente hanno bisogno che i loro valori sopravvivano anche in questo mercato.
Noi possiamo dare forza a loro e loro possono dare forza a noi disertori.
La pubblicità ha un suo glossario tecnico, come tutti i mestieri. Che sia anglofono può suonare fastidioso, ma è fatale; il problema è un altro. Le parole della pubblicità sono tutte impregnate dall’idea che il successo commerciale consista vendere rapidamente, tantissimo e a qualsiasi costo.

Smarketing non è solo un gioco di parole per smarcarsi dalla marca e dal marketing. In comunicazione le parole sono utensili; se prendi il cacciavite, non puoi lavorare coi chiodi. Allo stesso modo se prendi la parola “target” non c’è verso, cominci a ragionare come un cecchino. Insomma, cambiare le parole con cui si formulano analisi, pensieri e strategie significa cambiare modo di analizzare, pensare ed operare.
La esse privativa davanti a un termine ne indica il contrario, come slegare, sgonfiare, scontento… viene dal latino ex-, significa uscire da un luogo o da uno stato. In inglese capita come abbreviazione di slow: lento, rallentato.

In particolare molte parole del mestiere della pubblicità sono intrise di accelerazione, di finanziarizzazione, di servizi parassitari, di estetica dello spreco e di spreco dell’estetica. Noi cerchiamo nel nostro piccolo di contribuire ad un cambiamento radicale, con qualche nuova parola-utensile che ci porti fuori da quella logica.

Tra queste parole nuove c’è “sbusiness“, che sta per slow business: è giusto guadagnare dal proprio lavoro e dalla propria inventiva, ma la crescita è sana se è lenta, tranquilla e armonica col contesto, come un albero nel bosco.
Poi c’è il concetto di starget: invertendo i ruoli il produttore diventa il target del cliente, invece di cercarlo in modo invadente e ripetitivo, si lascia trovare; non è facile ma è possibile, noi sappiamo come si può fare e infatti voi in questo momento siete su questa pagina, avete saputo trovarci in mezzo a milioni di possibili navigazioni offerte dal web.
E c’è lo sbranding, che è l’emancipazione dalle marche famose con etichette comuni di garanzia etica e ambientale e con lo scambio reciproco di visibilità.
Certo, non basta mettere una esse davanti alle parole dell’advertisement per cambiare il mondo, ma come vedete ci sono cinque o sei casi in cui questo gioco è davvero illuminante.

Del vecchio mestiere del marketer commerciale, è tutto da buttare?

No perchè, in buona o cattiva fede, è comunque uno dei pochi mestieri che conosce davvero la comunicazione, l’attenzione e la memoria. Alcuni ferri del mestiere non solo vanno salvati, ma addirittura diventano più importanti per chi usa media deboli ed economici. Il tuo messaggio deve essere tanto più chiaro, efficace e memorabile, quanto più “debole” è il tuo media budget.

Ad esempio

Prendiamo il caso tipico: diciamo che tu sei un piccolissimo imprenditore della decrescita, non nuoti nell’oro e proprio per questo hai veramente bisogno di farti conoscere. Diciamo che come tanti, sei bravo a fare il tuo lavoro, ma meno abile a comunicarlo. Naturalmente hai pochissimi soldi per farti pubblicità e anzi, faresti volentieri a meno di spendere anche quei pochi, ma è evidente che se non trovi abbastanza clienti devi chiudere bottega.
Il famoso R.O.I. (il ritorno economico dell’investimento pubblicitario) per te è molto più importante che per la multinazionale che ingorga la televisione generalista di spot milionari. Non è solo questione di scala, ma anche questione di rischio; alla multinazionale che lancia una nuova campagna conviene scommettere, di solito la posta in gioco vale ampiamente il rischio di sbagliare qualche serie di spot; tanto lei di scommesse ne fa tante su tanti prodotti in tante nazioni, quindi anche se perde qualche mano, vince comunque la partita; tu invece no: tu vuoi e puoi rischiare meno possibile.
Tanto per restare nel nostro gioco con la esse, ti occorre lo SROI, lo slow retourn of investiments; significa che fai poca pubblicità solo su media piccoli e di nicchia, su internet e su qualche radio: spendi poco, cresci un pochino, poi spendi un altro po’ … e cresci ancora un po’… fino ad arrivare ad una dimensione di scala adeguata per un onesto benessere; da quel punto in poi non ti serve crescere ulteriormente, devi piuttosto assestarti, rinforzarti e sperimentare qualche innovazione.
La pubblicità generalista non ti andrebbe affatto bene: immagina di vincere al superenalotto e poter fare pubblicità in TV: avresti un successo enorme per alcune settimane, ti troveresti a assumere dipendenti, ampliare il laboratorio, comprare macchine, ma poi tutto finirebbe altrettanto rapidamente: gente licenziata, il capannone che se lo prendono le banche… insomma il classico successo disastroso, di cui in Italia purtroppo ci sono anche troppi esempi. Infatti la pubblicità è solo un pezzettino del tuo processo produttivo e deve essere proporzionata al resto. E’ vero per chi, in un’ottica consumista, vende principalmente il brand, cioè la pura immagine idealizzata, è ancora più vero per te che, invece, ci scommetti la vita; per te è meglio che la pubblicità sia misurata per una crescita lenta e graduale, tranquilla, senza picchi e al riparo da eccessive perturbazioni.
Questo sistema funziona solo se la tua comunicazione è di ottima qualità. Ma attenzione, non è lo stesso tipo di qualità che si richiedere a un normale pubblicitario votato al business veloce.

C’è anche una qualità della qualità. E se lavori per la decrescita, lo sai.

16 aprile 2009

Diventa nodo della Rete di conomia Solidale del FVG

Care amiche e cari amici della RESFVG, dopo un lungo percorso elaborativo siamo finalmente giunti a licenziare la bozza definitiva del protocollo di adesione alla Rete, reperibile presso l'area documenti del nostro Googlegruppo, unitamente alla scheda informativa per agevolare l’iscrizione.

Portiamo quindi alla vostra valutazione gli elaborati, proponendone la valutazione e approvazione nell’Assemblea che è convocata per venerdì 24 aprile alle ore 18.00, presso la sede della CGIL di via Bassi 36 – Udine.

Vi preghiamo di fare ogni sforzo per intervenire, per esprimere la vostra adesione, per impegnarvi ad iscrivere altre persone ed associazioni.