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19 maggio 2011

Una Scuola estiva per la Decrescita - Pesariis, metà settembre

Una Scuola estiva per la Decrescita e l'Economia solidale, a Pesariis di Prato Carnico, 13-18 settembre. Un corso di formazione suI beni comuni e per la transizione verso una societa’ solidale.
Incontri e tavole rotonde sulle tematiche dei beni comuni, della Transizione e degli eco-villaggi, dei distretti di economia solidale. 
Attenzione: le iscrizioni scadono il 20 giugno.

"Dopo una prima giornata di definizione del quadro macro, dell’orizzonte della decrescita e dell’economia solidale, le due giornate di studio saranno dedicate alla presentazione critica di cinque buone pratiche, due delle quali riferite ad esperienze di gestione di beni collettivi, mentre le altre tre dedicate all’analisi di altrettante realtà in cui si è tentato di realizzare sistemi socioeconomici complessi (reti intersettoriali di buone pratiche)" dalla presentazione del corso.


Qui il link per il documento delle giornate di studio a Pesariis, oppure scaricatelo in formato .doc.

17 maggio 2011

I prossimi passi della Decrescita

Un editoriale di Francesco Marangon, docente dell'Università di Udine, sulle tematiche dell'economia solidale e sulla Festa della Decrescita promossa recentemente da RESFVG a Trieste, pubblicato sull'ultimo numero di Ambiente e Energia FVG.



Sono passati almeno tre anni dall’inizio di uno dei più tribolati e discussi periodi di recessione che le economie occidentali abbiamo mai conosciuto dalla disastrosa crisi che nel 1929 attraversò l’Oceano Atlantico per travolgere violentemente i Paesi del Vecchio Continente.

Mai come in questa occasione sono stati riversati fiumi di parole per analizzarne le cause e proporre via d’uscita, spesso e volentieri rivolte ad un obiettivo di agognato ritorno al punto di partenza, prospettiva che tuttora sembra dominare le riflessioni ed il disegno delle politiche pubbliche. Ricorrendo ad una stimolante espressione dell’economista Enzo Rullani, da più parti sorge però un dubbio: ma davvero bastano le ricette della nonna per rimettere insieme la maionese impazzita? A cui aggiungerei: siamo proprio sicuri di volerci servire nel piatto la stessa maionese, magari un po’ rancida ma ben nota e tranquillizzante?

In apertura di questo numero di Ambiente e Energia FVG, prendendo spunto dalle due tematiche evocate dallo stesso nome della testata, si vuole pertanto aprire anche su queste pagine un dibattito attorno ad una visuale che, stimolata dalle grandi questioni ecologico-energetiche, abbraccia problematiche di ampia portata in una prospettiva locale e globale. Si tratta del percorso avviato già alla fine del secolo scorso soprattutto in ambito europeo, ma con radici teoriche che risalgono agli anni ’70 del Novecento ed all’elaborazione delle linee di bioeconomia rinvenibile nei contributi di quel “profetico” ed eclettico pensatore che fu Nicholas Georgescu-Roegen. Stiamo parlando della prospettiva nota in Italia con il nome di “decrescita”, a cui recentemente è stata appunto dedicata la “Festa della decrescita e dell’economia solidale in Friuli Venezia Giulia”, evento tenutosi a Trieste e che ha visto una folta partecipazione pubblica, con una certa sorpresa per gli stessi organizzatori.

La presentazione di questa visione critica ed alternativa attorno ai nostri modelli economici di produzione e consumo può essere, in estrema sintesi, basata sul sottotitolo proposto per la suddetta “Festa” ossia “L’utopia concreta delle 8R della decrescita”. La letteratura tecnico-scientifica sovente ricorre a sequenze di una stessa lettera per schematizzare la propria trasmissione messaggi più o meno efficaci. In questo caso la lettera R è stata utilizzata da quello che da molti viene considerato il guru della décroissance ovvero dal francese Serge Latouche, professore emerito di scienze economiche all’Università di Paris-Sud. Come lo studioso francese ha rimarcato anche nel suo ultimo saggio “Come si esce dalla società dei consumi. Corsi e percorsi della decrescita” (Bollati Boringhieri, 2011), la “società della decrescita” presuppone, come primo passo, la drastica diminuzione degli effetti negativi della crescita e, come secondo passo, l’attivazione dei circoli virtuosi legati alla decrescita. Questo processo comporterebbe il perseguimento di otto obiettivi interdipendenti, appunto le 8R: rivalutare, ricontestualizzare, ristrutturare, rilocalizzare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Tutte insieme possono portare, nel tempo, ad una decrescita “serena, conviviale e pacifica”. Rivalutare significa rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita. Ricontestualizzare porta a modificare il contesto concettuale ed emozionale di una situazione, o il punto di vista secondo cui essa è vissuta, così da mutarne completamente il senso. Ristrutturare vuol dire adattare le strutture economico-produttive, i modelli di consumo, in funzione del cambiamento dei valori. Rilocalizzare significa consumare essenzialmente prodotti locali, ottenuti da aziende sostenute dall’economia locale. Ridistribuire apre alla prospettiva di garantire a tutti gli abitanti del pianeta l’accesso alle risorse naturali e ad un’equa distribuzione della ricchezza. Ridurre riguarda sia l’impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e consumare che gli orari di lavoro. Di conseguenza si giunge al Riutilizzare, ovvero al fatto di tendere a riparare i beni d’uso anziché sostituirli. Noto ai più è l’obiettivo di Riciclare, recuperando gli scarti non decomponibili derivanti dalle nostre attività.

La “Festa della decrescita” ha voluto sottoporre a verifica operativa le 8R che sono state così messe alla prova di altrettanti gruppi di lavoro che ne hanno saggiato la praticabilità, con riferimento al contesto regionale. Come ha commentato Paolo Cacciari “la giornata di lavoro sulle buone pratiche, per come è stata preparata attraverso le schede di autopresentazione (un vero scrigno di idee), per il metodo coinvolgente che è stato seguito con gli otto laboratori e la restituzione dei risultati in plenaria, per la vastissima partecipazione, costituisce una novità importante, non solo per il Friuli Venezia Giulia”.

La riflessione sulla fattibilità di percorsi verso modelli socio-economici “post-crescita” ha stimolato l’interesse anche di un gruppo di docenti e ricercatori dell’Università di Udine che ha così deciso di dare la propria collaborazione all’organizzazione della 3rd International Conference on economic degrowth for ecological sustainability and social equity che si terrà a Venezia nel settembre del 2012 per iniziativa dello IUAV e dell’Associazione per la Decrescita (www.decrescita.it). Dopo Parigi (aprile 2008) e Barcellona (marzo 2010), l’Italia si è dunque candidata ad ospitare un avvenimento di portata internazionale la cui collocazione nel mitico Nord-Est, famigerata locomotiva dello sviluppo socio-economico del Belpaese, pare quanto mai opportuna ed evocativa.


Francesco Marangon
marangon@uniud.it

15 marzo 2011

La festa della decrescita - di Paolo Cacciari

La giornata di lavoro sulle “buone pratiche”, per come è stata preparata attraverso le schede di autopresentazione (un vero scrigno di idee), per il metodo coinvolgente che è stato seguito con gli otto laboratori e la restituzione dei risultati in plenaria, per la vastissima partecipazione, costituisce una novità importante, non solo per il Friuli Venezia Giulia. 
L’obiettivo di mettere in relazione la galassia di esperienze in atto di socializzazione del vivere è stato raggiunto. E’ iniziato un lavoro di autoinchiesta e di mappatura che potrebbe già condensarsi in una edizione di “pagine arcobaleno” (così come sono state chiamate in Trentino, a Reggio Emilia e in altre città italiane) dell’economia e dei servizi solidali, cooperanti, sostenibili. Una carta geografica del nuovo FVG che vuole vivere in modo diverso, più ricco di relazioni umane, più consapevole e solidale.

Le esperienze concrete in atto hanno messo a dura prova le “8 R” di Serge Latouche. Le “r” si sono moltiplicate – come lui stesso auspica – e vi è stato bisogno di ricorrere anche ad altre lettere dell’alfabeto: A, come armonizzare, B e C, come beni comuni, D, come donare… S, come simpatizzare… Z, come zeri: rifiuti, emissioni, esternalità negative.
Come è stato ricordato il prefisso reiterativo “ri/re” indica una ricorsività: fare/rifare, spingere/respingere. Evoca l’idea del life cycle che regola ogni processo naturale; indica l’azione necessaria per “chiudere il cerchio” della vita, per restituire ciò che abbiamo utilizzato e preso in prestito. Un movimento costante, una rivoluzione, per l’appunto, che è culturale, economica, sociale, scientifica, istituzionale, antropologica. Individuale e sociale; materiale e cognitiva. Perché la decrescita è una direzione di marcia che va praticata, non enunciata. Non è una nuova ideologia, nemmeno una teoria generale che pretende di stabilire quanto grande e luminoso sarà il “sol dell’avvenire”. La decrescita è davvero solo un movimento concreto, misurabile passo dopo passo, verificabile individualmente e socialmente. 

Noi sappiamo che è “necessaria” (come è scritto nel documento della ResFVG che convoca questa iniziativa) per evitare all’umanità le gravissime crisi sociali, ambientali, economiche che stiamo attraversando, ma sentiamo anche che è auspicabile e che dovrebbe diventare desiderabile. In fin dei conti è sempre la aspirazione allo stare meglio, la ricerca del buen vivir, della jouà de vivre, della felicità che spinge ogni essere umano ad agire e a tentare di cambiare. 

La decrescita, quindi, è un atto di “rottura dell’ordine simbolico e fattuale” (come diceva Cornelius Castoriadis), si declina attraverso le esperienze, le sperimentazioni concrete di socializzazione, di ricostruzione di un fare consapevole e responsabile. L’economia sociale, equa e solidale, alternativa e sostenibile, relazionale , orizzontale, inclusiva, comunitaria, civile, “sostanziale”… (chiamiamola come vogliamo) è contigua alla decrescita. Ha scritto Latouche: “In ogni caso, il progetto di buona economia, se portato avanti seriamente, apre prospettive che non possono non interessare il sostenitore della decrescita e arricchire il suo progetto” (Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, 2011).

Lo scorso anno è stato il centenario della morte del grandissimo Leo Tolstoj che amava affermare: “Fa quel che devi, accada quel che può”. Come dire: siamo mossi da una scelta etica, interiore, dobbiamo contare sulle nostre forze, sulla nostra capacità di discernere il bene dal male senza avere alcuna garanzia anticipata del risultato che otterremo. Nessuna teoria generale può assicurarci un avvenire sicuro. Anzi, dovremmo diffidare da coloro che pretendono di avere in tasca evoluzioni lineari e predeterminate. Una signora che è intervenuta in un laboratorio ha detto: basterebbero pochi valori chiari di riferimento capaci di regolare il vivere assieme. Io sono sicuro che noi questi valori noi li abbiamo individuati e che cerchiamo di seguirli. Ma il problema che abbiamo di fronte è duplice: come consolidare le nostre buone pratiche, senza chiuderci in tanti piccoli conventi; b) come espanderle, sapendo che viviamo in un ambiente ostile che non lascia spazi per l’autonomia e l’autogoverno. E non si tratta solo di condizionamenti mentali: spesso, burocrazia statale e finanziarizzazione economica soffocano anche le esperienze più valide.

Dovremmo prendere in mano gli studi sulla gestione collettiva dei beni comuni della Elison Ostrom (premio Nobel per l’economia 2009) per spiegare ai nostri governanti che spesso le gestioni comunitarie sono non solo più democratiche ma anche più efficienti ed efficaci nel creare e distribuire equamente ricchezza. Così come dovremmo prendere in mano il rapporto Stiglitz sul Pil definito “misura sbagliata delle nostre vite” (edizioni Etas) per spiegare al mondo degli affari che l’ossessione per il profitto e l’accumulazione monetaria ci sta portando non ad aumentare la ricchezza per tutti, ma alla all’autodistruzione. 

Ma non basta migliorare e consolidare i nostri Gas, le banche del tempo, l’uso dei software liberi, i sistemi di scambio locale, le filiere corte, i last minute market, gli orti urbani, il fair trade, le Mag, le monete locali, la mobilità condivisa, il cohausing, gli eco villaggi, i green public procurement, le transitinon towns, la raccolta differenziata, il vegetarianesimo, i trustee fiduciari, gli usi civici… fino alle (ancora pochissime, però) esperienze di vera cooperazione e autogestione delle produzioni. E’ necessario rivolgere lo sguardo e l’interesse a chi è ancora prigioniero dell’immaginario della crescita, omologato nei comportamenti consumistici, incapace di sottrarsi all’eteronomia totalizzante del mercato. Per riuscirci – come è stato più volte affermato – è necessario che ogni gruppo del mondo dell’altra economia e della solidarietà riesca a fare un doppio movimento: da un lato uscire dall’autoreferenzialità a cui spesso porta il sapere di “sapere far bene” (dobbiamo liberarci da ogni presunzione di superiorità verso chi non sa o non c’è ancora arrivato, svestirsi da ogni atteggiamento aristocratico, non siamo l’espertocrazia dell’etica) e, dall’altro lato, mettersi in rete, creare sinergie, colleganze, prendere parola nella società, confrontarsi con le istituzioni.

Il valore pedagogico dei buoni esempi è forte, ma non scatta automaticamente. Dovremmo cercare di essere molto più umili e non perdere il contatto con il mare grande dentro cui è immersa l’umanità. Per “diventare maggioranza” (e solo così, in realtà, potremmo sperare di salvarci) dovremmo comprendere le ragioni profonde che portano gli esseri umani a farsi schiavi inconsapevoli, ma più spesso volontari, di un sistema che produce dosi sempre maggiori di infelicità, angoscia, insicurezza, precarietà, psicopatie. Lo scorso anno, nel pieno della più grave crisi economica dal 1929, sono diminuiti i consumi di frutta e verdura, ma non quelli per i telefonini. Per le famiglie diventa più “facile” risparmiare sul “necessario” che non sul “superfluo”. Ma chi decide cosa è necessario e cosa superfluo? In realtà ci dimentichiamo che i bisogni sono correlati ai desideri e tutti (sia quelli dettati dalle necessità biologiche, sia quelli immaginati, sia il “pane” che le “rose”) sono sempre socialmente determinati. Pensiamoci: se fosse dipeso solo dal “benessere materiale”, in Russia ci sarebbe ancora l’Unione sovietica, visto che oggi la stessa aspettativa di vita media è diminuita spaventosamente. In realtà nella scala di valori necessari al nostro immaginario anche avere la libertà di scegliere, comunicare e muoversi liberamente, far festa, giocare e, in qualche misura, avere un’eccedenza da poter sprecare, sono necessità fondamentali per dare un senso alla vita, per superare una condizione di mera sopravvivenza, che è la peggiore delle esistenze possibili.

Sarebbe paradossale che proprio noi, i portatori del pensiero più “anti-economico” che vi sia (la decrescita, appunto), dovessimo sostenere le ragioni del nostro pensiero utilizzando gli argomenti dell’utilitarismo e dell’economicità. La decrescita non è “risparmio” in nome di una maggiore produttività, nemmeno lotta allo spreco in nome di una maggiore efficienza. Non è una questione (solo) di misura, di scala, di equilibrio… ma di indicatori diversi, perché abbiamo bisogno di misurare valori incommensurabili (pensiamo solo al concetto di “sufficienza” quali e quante implicazioni soggettive necessita per definirlo) con gli strumenti che usa correntemente chi ci governa: valori relazionali, estetici, spirituali. Non tutto è quantificabile e, soprattutto, non tutto è quantificabile con il denaro. Quanto vale l’ultimo albero dell’ultima foresta? E la fiducia reciproca? E l’amicizia, in quale banco del mercato la si vende? Siamo sicuri che la coesione sociale sia possibile mantenerla con la retorica nazionale tanto al chilo ogni anniversario dell’Unità d’Italia? Quanti altri esempi (a partire dalla istruzione e dalla salute) potremmo fare di beni e servizi che andrebbero scorporati e resi indipendenti dai sistemi regolatori del mercato e del denaro?

C’è una irriducibilità alla logica del mercato di alcuni valori che riteniamo costituenti di una società civile. 
La decrescita la vogliamo per vivere meglio, per migliorare le condizioni materiali e psichiche. Quindi non è “rinuncia” a nulla che ci serve, anzi, è nuove acquisizioni. Non è impoverimento, ma arricchimento personale e collettivo. Non è conservazione, ma cambiamento e innovazione, rifinalizzazione della scienza e della tecnica per “economizzare il tempo di lavoro e il dispendio di energie necessarie al fiorire della vita” (André Gorz)..
In attesa e in preparazione di questo grande processo di trasformazione, dobbiamo quindi essere non solo indulgenti, ma capaci di capire che quella cultura consumistica - che giustamente critichiamo - in realtà copre bisogni profondi. E’ ad essi che noi dovremmo riuscire ad offrire una alternativa, se non vogliamo che la decrescita sia un modo di vita valido solo per esseri umani perfetti, per asceti, per i “dodicimila santi per ciascuna generazione” (il massimo numero possibile di seguaci di Cristo che Dostroevskij fa dire al Grande inquisitore, in un passo de I fratelli Karamazov, magnificamente commentato da Franco Cassano in: L’umiltà del male, Laterza, 2011).
La penna biro che faceva andare in visibilio i ragazzi nei paesi del “socialismo reale”, l’automobile per i cinesi, gli ipermercati outlet da noi... coprono – in luoghi e tempi diversi - un bisogno di riconoscimento sociale e di relazioni che va intercettato e soddisfatto in altro modo. Se ci fermiamo solo a criticarlo, a criminalizzarlo, a esorcizzarlo… non riusciremo mai ad allargare il nostro piccolo mondo virtuoso. Come diceva madre Teresa di Calcutta: “non serve imprecare contro l’oscurità, accendiamo una candela!”.

La decrescita è un’azione, assieme e contemporaneamente, di decolonizzazione dell’immaginario, di smaterializzazione dell’economia, di demercificazone della società, di destrutturazione degli apparati istituzionali funzionali alla crescita… attraverso cui incunearsi e far spazio ad altri valori di riferimento: relazioni umane fiduciarie, auto-organizzazione (empowerment, ricordava Blasutig), partecipazione, cooperazione, condivisione, reciprocità, cura, affettività, creatività…

Io penso che noi dovremmo avere più coraggio nel proporre ciò che facciamo e nell’allargare il cerchio delle solidarietà, più consapevolezza del fatto che quello che facciamo è importante davvero e rappresenta l’unica via di uscita dalla decadenza e dalla crisi di civiltà che attraversiamo.
Dovremmo riuscire a mettere tutti i nostri piccoli, malformati, spigolosi, incasinati ma coloratissimi e trasparenti frammenti di buone pratiche dentro un caleidoscopio e farli girare in continuazione offrendo al mondo immagini meravigliose di futuro.

11 marzo 2011

Miopie, scomuniche, Rumiz e Latouche

Da una segnalazione di Mara Quintiliani, sulla mailinglist della RESFVG


A proposito di Latouche... Condivido con voi questo articolo, apparso di recente su "Il Piccolo" di Trieste ad opera di Paolo Rumiz, il quale prende spunto dalla posizione di Stefano Fontana, direttore del giornale diocesano di Trieste, contro Latouche. La lettura di questo articolo mi ha lasciata sconvolta per la durezza dei toni usati e per dover ancora una volta constatare quanto le posizioni di "certi uomini di Chiesa" siano lontane dai valori, dagli ideali, dalle opere di cui essi, in primo luogo, dovrebbero farsi portatori.
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Latouche, l'antipapa e l'anatema della Curia contro la decrescita
Riflessioni sulla "scomunica" all'economista francese, in visita a Trieste, messo all'indice con il cardinale Martini e il priore di Bose Enzo Bianchi
di Paolo Rumiz

Attenti, c'è un pericoloso sovversivo da tenere d'occhio mercoledì e giovedì a Trieste. E' uno che parla di decrescita, di consumi da ridurre, di convivialità, di cooperazione. Semina notizie false e tendenziose; fustiga - pensate - la "teologia" dello spreco; spiega che la felicità viene prima del prodotto lordo di una nazione; diceche in meno di trent'anni le risorse del Pianeta saranno agli sgoccioli e potrebbe scatenarsi, anche prima di quella data, una guerra strisciante per l'accaparramento di ciò che il buon Dio ci ha dato in dote nei giorni della Genesi. Il pericolo pubblico porta il nome di Serge Latouche.
E' francese, ha 71 anni ben portati e i connotati sono capelli grigio ferro, una faccia da ramponiere e un'andatura un po' zoppa dovuta al troppo camminare. E' la seconda volta che viene dalle nostre parti. Il 10 luglio del 2008 parlò a "Onde Mediterranee" di Monfalcone, ma prima si fece un tuffo nel mare libero di Trieste, mangiò un piatto a chilometri zero di sardoni "impanai" e bevve una caraffetta di vino del Collio con acqua del sindaco. Passai qualche ora con lui, ignaro della sua pericolosità. Fui anzi incantato da quella sua litania francescana che sillabava l'abc della rinuncia. Il problema è che allora non sapevo quello che sarebbe successo. E cioè che il buon Serge - che nel frattempo ha incantato mezza Europa con i pifferi della decrescita - sarebbe diventato Antipapa e che la satanica investitura sarebbe arrivata nientemeno che dalla curia tergestina. Una scomunica collettiva, nei confronti di tutti i cattolici relativisti che non credono nell'infallibilità del papa, e tra loro, citate in bella evidenza, due persone: il nostro Serge Latouche, finalmente svelato nella sua vera natura, e padre Enzo Bianchi, priore della comunità di Bose in Piemonte e costruttore di ponti con il cristianesimo d'Oriente.
Lo svelamento è avvenuto per caso, navigando su internet, quando mi sono imbattuto nel periodico veronese "on line" che porta il titolo de "L'Occidentale", quello che oggi viene trasferito a blocchi nel settimanale della diocesi di San Giusto "Vita Nuova", ora giustamente epurato dei suoi redattori più ribelli e dei suoi interventi esterni più polemici, all'arrivo del nuovo pastore di anime Giampaolo Crepaldi, episcopo di queste terre ahimè esposte alle tentazioni dell'Oriente. E così, spulciando notizie, ho trovato un articolo di Stefano Fontana, attuale direttore del sunnominato giornale. Vi ho letto quanto segue: che oltre al teologo Hans Kung e al cardinale Carlo Maria Martini, rei di polemica contro Papa Ratzinger, ahimé ospitati da troppi giornali, vi sono molti "antipapi" che vivono dentro la Chiesa. E qui si citano "Docenti di studi teologici e degli istituti di scienze religiose, opinionisti che scrivono quotidianamente sui ngiornali cattolici, giornalisti dei settimanali diocesani, padri gesuiti e non che gestiscono centri culturali nella varie diocesi (il nostro "Centro Veritas"?). E in genere tutti coloro che credono debba essere il mondo a salvare la chiesa a che Enzo Bianchi e Serge Latouche siano il magistero". Segni terribili, "di uno scisma strisciante o forse già in atto", come se nei fatti e nella prassi quotidiana ci fossero non una ma due chiese. Firmato, Stefano Fontana.
Sono rimasto lì a pensare: ma come avevo fatto a farmi deviare così tanto? Perché avevo sul comodino proprio i libri di Serge Latouche e di Enzo Bianchi? Perché a Bose mi ero tanto commosso in quel frugale refettorio illuminato dalla prima luce del mattino sotto le nevi del Monte Rosa? Allora ho cercato ancora, e ho trovato un altro articolo di Fontana, su "Vita Nuova", dove il male appare ancora più chiaramente. Latouche accusa il Papa di credere troppo nello sviluppo, di avere citato ben 258 volte questa parola - appunto "sviluppo" - nell'enciclica "Caritas in veritate", mentre in realtà è Latouche a non aver capito che sviluppo non è parola dannata perché è aumento qualitativo. Il contrario di crescita che invece è aumento quantitativo, quindi spreco. E qui l'accusa finale ai profeti del rallentamento mondiale: "Un mondo senza sviluppo esprime sfiducia nell'uomo e in Dio". Ecco. Non avevo capito nulla. Ora rileggo le parole dell'ultimo libro di Latouche - "Come si esce dalla società dei consumi", Bollati Boringhieri - e capisco il tranello. Parole ingannatrici come democrazia ecologica, decolonizzazione dell'immaginario, spirito del dono, economia della felicità, totalitarismo produttivista, opportunità della crisi. Emergono nella loro blasfemia, come le opere del priore di Bose, "Dare senso al tempo", "Il pane di ieri", "Ero straniero e mi avete ospitato" e altre. Perfidi depistaggi dal magistero del vescovo di Roma. Ora lo vedo. La mia mente si era arenata nelle caligine. Avevo creduto che gli antipapi, gli anticristiani annidati nel gregge di Dio, si nascondessero altrove: nel feticismo delle reliquie, in quello che ritenevo un indecente sfruttamento commerciale di Padre Pio, nei milioni di euro inghiottiti da personaggi che credevo discutibili al santuario croato di Medjugorje, oppure in certe spericolate profezie di "Radio Maria" giunta - pensavo anche qui a torto - al punto di credere che la Madonna avesse previsto l'attentato dell'11 settembre e tutte le fasi del conflitto di civiltà. Mio Dio.
E io che credevo che il problema fosse la rapina globale e la finanza sempre più scellerata; credevo fosse la cacciata dei poveri dalle strade, il materialismo dilagante; pensavo, ovviamente a torto, che il disastro fosse la distruzione della scuola pubblica, una televisione che demolisce gli eroi ed estirpa i valori dalle nuove generazioni. Credevo che il male fosse nel pane non più conquistato col sudore della fronte e nella scalata al potere di uomini arroganti e palestrati. O negli ipocriti pluridivorziati e puttanieri che pontificano sulla famiglia Invece no. I "seminatori di male" sono il mio vecchio Serge che predica la solidarietà contro i supermercati, il buon padre Enzo che divide il pane e il vino prima di darmi la benedizione sulla strada d'Oriente, verso la Terrasanta. Sono, nella comunità ecclesiale triestina, ormai tutti lo sanno, gli uomini del precedente vescovo. Loro e le loro mogli, che farebbero bene, come si dice in Curia, a restare a casa e fare la calza anziché impegnarsi nel mondo. Che lezione di vita ho avuto. Per questa mia incapacità di capire chiedo perdono all'Onnipotente. E, già che ci siamo, una paterna benedizione al mio stimatissimo vescovo.

01 marzo 2011

8. Riciclare - Festa della Decrescita 2011

8. Riciclare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: Officina della decrescita.

Facilitatore: Marco Francese francese@shoreline.it

La critica: la società dei consumi produce scarti, materiali e umani (Z. Bauman: “Vite di scarto”).

Focalizzazione della R: educazione al riciclo, verso l’obiettivo di rifiuti 0

Alcuni titoli per avviare la transizione: Esempi di riciclo, imparando dalla natura. Il riciclo dei materiali, facendo business, è la soluzione o un rinvio del problema?

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “commenti” e scrivi

7. Riutilizzare - Festa della Decrescita 2011

7. Riutilizzare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: Zuf

Facilitatore: Claudia Ferluga claudia.ferluga@fastwebnet.it

La critica: l’obsolescenza programmata; la moda; la pubblicità e la fabbrica dei desideri

Focalizzazione della R: beni durevoli, riparare, scambiare, utilizzi comuni

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “comments” e scrivi

6. Ridurre - Festa della Decrescita 2011

6. Ridurre. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: Legambiente TS

Facilitatore: Giorgio Osti ostig@sp.units.it

La critica: Oggi il Nord America consuma dodici volte tanto, l’Europa occidentale cinque, mentre un terzo dell’umanità resta ben sotto questa soglia. Questo consumo eccessivo va ridotto per assicurare a tutti condizioni di vita eque e dignitose.

Focalizzazione della R: esempi di riduzione dell’impronta ecologica; come cambiare stili di vita individuali e collettivi

Alcuni titoli per avviare la transizione: salute, mobilità, abitare, nutrirsi, ecc.

Buone pratiche segnalate: …….

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5. Ridistribuire - Festa della Decrescita 2011

5. Ridistribuire. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazioni che organizzano: Botteghe del mondo di Trieste “Senza Confini-Brez Meja” e “Mosaico per un comune avvenire”

Facilitatore: Gabriele Blasutig blasutigg@sp.univ.trieste.it

La critica: la globalizzazione e l’ineguale distribuzione delle ricchezze.

Focalizzazione della R: le esperienze e l’evoluzione del commercio equo e solidale; le esperienze e l’evoluzione della cooperazione allo sviluppo;

Alcuni titoli per avviare la transizione: la cooperazione internazionale; pacha mama; globalizzazione dei diritti

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “comments” e scrivi

4. Rilocalizzare - Festa della Decrescita

4. Rilocalizzare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: GAS Trieste

Facilitatore: Paolo Tomasin paolo.tomasin@email.it

La critica: ma una nuova economia non è una sommatoria casuale di buone pratiche. Serve fare rete, condividere un’utopia concreta, costruire un progetto di transizione condiviso

Focalizzazione della R: la “riscoperta” del territorio; la bioregione ed i distretti di economia solidale come “luoghi” di ricomposizione delle diverse funzioni del vivere: abitare, produrre, relazionarsi, avere cura di sé, degli altri, della natura. Un diverso sistema di trasporti, di produzione di beni ed energia ecocompatibile e solidali

Alcuni titoli per avviare la transizione: economia di reciprocità. vicinato, ecovillaggi, transition town, banche del tempo, welfare di comunità

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “comments” e scrivi

3. Ristrutturare - Festa della Decrescita 2011

3. Ristrutturare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: Banca Etica

Facilitatore: Francesco Marangon marangon@uniud.it

La critica: lo sviluppo sostenibile è… sostenibile?

Focalizzazione della R: formare il mosaico della nuova economia

Alcuni titoli per avviare la transizione: produzione responsabile; consumo responsabile; filiere corte e km0

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “comments” e scrivi

2. Ricontestualizzare - Festa della Decrescita 2011

2. Ricontestualizzare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: ACCRI

Facilitatore: Mauro Bonaiuti mauro.bonaiuti@unibo.it

La critica: l’immaginario economico, la privatizzazione della natura e della conoscenza, la globalizzazione e le istituzioni della crescita;

Focalizzazione della R: ricchezza e povertà; scarsità e abbondanza

Alcuni titoli per avviare la transizione: l'immaginario della decrescita e la formazione; esempi di società e di nuove istituzioni per la decrescita, i beni comuni; cittadinanza nell’economia

Buone pratiche segnalate: …….

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “commenti” e scrivi

1. Rivalutare - Festa della Decrescita 2011

1.Rivalutare. (eventuale approfondimento del tema da parte del facilitatore)

Associazione che organizza: Associazione “Libera”

Facilitatore: Marco Deriu marco.deriu@unipr.it

La critica: L’immaginario della crescita: competizione, guerra, individualismo, separazione  dei saperi, eteronomia, delega

Focalizzazione della R: rivedere i valori: altruismo vs egoismo: cooperazione vs competizione: tempo libero vs ossessione del lavoro: cura del sociale vs consumo illimitato: il locale vs globale: il bello vs efficiente: il ragionevole vs il razionale:

Alcuni titoli per avviare la transizione: paideia, capacità critica, pensiero sistemico, la cultura della pace, la democrazia partecipata, la cittadinanza nella polis: bilanci partecipativi, urbanizzazione partecipata, agenda 21, rete nuovo municipio, comuni virtuosi, ecc.

Buone pratiche segnalate: …….  

Nota per il lettore. Se hai osservazioni o vuoi segnalare una buona pratica da proporre alla discussione di questo laboratorio, clicca su “commenti” e scrivi

24 febbraio 2011

Serge Latouche

Serge Latouche, che aprirà giovedì 10 marzo a Trieste la Festa della decrescita, torna in libreria con l’ultima sua opera: “Come si esce dalla società dei consumi. Voci e vie della decrescita" (Bollati Boringhieri editore).

L’autore del Breve trattato sulla decrescita serena rilancia il suo monito: per scongiurare la catastrofe, non resta che la via dell’«opulenza frugale», meno «ben essere» e più «ben vivere».

Latouche riprende qui tutti i principali temi e le argomentazioni della sua riflessione sulla necessità di abbandonare la via della crescita illimitata in un pianeta dalle risorse limitate. Non si tratta, a suo giudizio, di contrapporre uno sviluppo buono a un cattivo sviluppo, ma di uscire dallo sviluppo stesso, dalla sua logica e dalla sua ideologia. Per questo è innanzitutto necessario «decolonizzare l’immaginario», cambiare la propria visione del mondo. E la scuola, l’educazione è dunque un terreno di lotta privilegiato. La crisi stessa dello sviluppo e della crescita può essere una «buona notizia», se servirà ad aprire gli occhi sulla insostenibilità del «progresso» che l’Occidente ha realizzato fin qui. Per Latouche, infatti, la via della decrescita serena passa in primo luogo per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo non è che un’invenzione dell' uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione «conviviale», rispettosa della legge dell’entropia e finalizzata alla felicità piuttosto che all' appropriazione delle cose.