09 settembre 2011

Scuola della Decrescita e beni comuni: un convegno

Mercoledì 14 settembre inizia a Pesariis (comune di Prato Carnico – UD) il Corso di formazione sui beni comuni e per la transizione verso la società solidale. L’ultima giornata di formazione – sabato 17 - potendo anche disporre della presenza del prof. Lucarelli, docente di diritto e neo-assessore ai beni comuni di Napoli, d’intesa con il Coordinamento regionale della Proprietà collettiva in Friuli-Venezia Giulia e con il Comitato Referendario del Friuli-Venezia Giulia “2 Sì per l’Acqua Bene Comune”, abbiamo deciso di indire un CONVEGNO REGIONALE, aperto a tutte le persone, cittadini e rappresentanti di Associazioni ed Enti, interessati al tema. 

Come da programma , al mattino parleremo di beni comuni in generale ( tipologie e normativa), mentre nel pomeriggio del bene comune Acqua, con l’obiettivo di aprire un confronto su una proposta di legge regionale che recepisca la volontà maggioritaria dei cittadini espressa con il voto referendario del 12-13 giugno scorso.


Si prega di far circolare il presente invito. Alleghiamo anche il programma aggiornato del Corso di formazione.

________________________



Rete di economia solidale del Friuli-Venezia Giulia, Coordinamento regionale della Proprietà collettiva in Friuli-Venezia Giulia, Amministrazione dei Beni Civici di Pesariis, Comitato Referendario del Friuli-Venezia Giulia “2 Sì per l'Acqua Bene Comune”.


Sabato 17 settembre 2011

Hotel Pradibosco, Pesariis (Prato Carnico)
(da Pesariis km 5 verso forcella Lavardet) 



CONVEGNO REGIONALE



Invertiamo la rotta!
La definizione di un nuovo quadro normativo sui Beni Comuni e sulle Proprietà collettive. Linee guida per una proposta di legge regionale sulla gestione dell'acqua come bene comune.


Il Referendum contro la privatizzazione del servizio idrico del 12 e 13 giugno scorso ha posto all'ordine del giorno il tema più generale dei beni comuni e della loro importanza strategica, specie ora che sotto l'incalzare della crisi economico-finanziaria globale i sostenitori delle politiche neoliberiste hanno sferrato l'attacco finale a ciò che resta del Welfare State, attraverso le privatizzazioni dei servizi e dei Patrimoni pubblici.
Occorre allora pensare ad un nuovo modello di sviluppo dove le comunità si riorganizzano e divengono capaci di sottrarsi alla logica del capitalismo finanziarizzato. In questa prospettiva, i beni comuni diventano il capitale sociale su cui costruire una nuova economia, una nuova società, un nuovo patto sociale di tipo solidaristico.

Il Convegno del 17 settembre, che chiude il corso di formazione organizzato a Pesariis, sarà dedicato specificatamente a questi temi.
Al mattino si tratterà di beni comuni, delle loro diverse tipologie, e delle proposte per un loro nuovo inquadramento normativo, grazie alla competenza del prof. Alberto Lucarelli, docente di diritto e neo assessore ai Beni comuni di Napoli, e dei rappresentanti regionali e nazionali delle Proprietà collettive.
Nel pomeriggio il tema dell'acqua bene comune diventerà caso di studio specifico, con l'obiettivo di delineare i contenuti portanti di una proposta di legge regionale per la gestione del servizio idrico integrato, in coerenza con l'esito del referendum del 12 e 13 giugno 2011.

Programma
10.00 - La definizione di un nuovo quadro normativo sui Beni Comuni e sulle Proprietà collettive. 
Saluti e introduzone di: Luca Nazzi, Presidente del Coordinamento regionale della Proprietà collettiva
Interventi di:
Alberto Lucarelli, Professore ordinario di diritto pubblico alla Federico II di Napoli e Assessore ai Beni comuni di Napoli
Michele Filippini, Presidente della Consulta Nazionale della Proprietà collettiva

13.00 - 14.30 Buffet 

14.30 - Linee guida per la definizione di una proposta di legge regionale sulla gestione del ciclo integrato dell'acqua.
Relazione introduttiva a cura del Comitato Referendario del Friuli-Venezia Giulia “2 Sì per l'Acqua Bene Comune”
Dibattito e conclusioni di Alberto Lucarelli 

Con il sostegno della Federazione delle BCC del Friuli-Venezia Giulia


_________________________________




Cliccando qui, il programma aggiornato della Scuola estiva della Decrescita, a Pesariis


06 settembre 2011

Se l'Italia va in fallimento

Trovato qui.

Default. Ok, ma cosa comporterebbe per me?
Forse sarà il caso di cominciare a rifletterci. I nostri politici non sembrano un granché consapevoli di ciò che sta accadendo. Ma anche i cittadini paiono abbastanza distratti. E c’è perfino chi invoca il default come una manna che risolverebbe tutti i problemi del paese. Dunque, forse, è giunta l’ora di porsi seriamente la domanda: cosa succede a me se l’Italia va in default?
Difficile rispondere, salvo dire che sarebbe l’evento più traumatico affrontato dal paese dai tempi della seconda guerra mondiale. Non perché non vi siano esempi in età contemporanea di paesi che non sono stati in grado di onorare i propri impegni finanziari (Corea del Nord, Argentina, Russia solo per citarne alcuni), ma perché il default sul debito italiano sarebbe veramente un evento epocale, una crisi finanziaria come il pianeta non ha conosciuto dai tempi dei grandi conflitti mondiali. L’Italia possiede il primo debito pubblico in Europa per un valore pari a circa 1900 miliardi di euro. Il mercato BTP era considerato, fino a non poco tempo fa, come uno dei più liquidi su cui investire. Dunque nelle grandi istituzioni della finanza vi sono depositati enormi quantità di titoli pubblici italiani che, a Wall Street, senza tanti giri di parole, vengono già apertamente paragonati ai tanto famigerati titoli tossici di tre anni fa (i subprime, ricordate?). Ed infatti già è partita la gran corsa a liberarsene il più in fretta possibile. I record registrati dallo spread del BTP decennale sull’equivalente bund tedesco stanno a rappresentare proprio questa corsa alla salvezza dal rischio di un default dell’Italia. Nessuno sa di preciso cosa accadrebbe. Tutti però sanno che sarebbe devastante.
 Ma aldilà delle ripercussioni sulla finanza globale (come, ad esempio, la fine dell’euro e una crisi finanziaria globale senza precedenti) che già di per se dovrebbero destare enormi preoccupazioni (una tale crisi infatti avrebbe immediate e devastanti ripercussioni sull’economia globale con l’avvio di una crisi economica che colpirebbe tutte le principali economie del mondo, in particolare la nostra), cosa accadrebbe ai cittadini normali? Ripeto, difficile rispondere, ma sarà meglio cominciare a farsi un’idea, anche a costo di essere brutali.
Come prima cosa partirebbe la corsa agli sportelli delle banche. In verità, come ci raccontano le cronache, questa corsa è già partita in sordina, soprattutto per portare fuori dalle filiali tutta quella liquidità che è a maggior rischio di essere soggetta ad imposte di emergenza come i patrimoni evasi. Partita la corsa, le banche si ritroverebbero presto a corto di liquidità e i cittadini finirebbero rapidamente per trovare le serrande alle filiali con la scritta “chiuso fino a data da destinarsi”. A questo punto, i risparmiatori, finalmente resisi conto della serietà della cosa, correrebbero ai supermercati per fare provviste, salvo rendersi conto che le loro carte di credito e i bancomat non vengono più accettati. E mentre il commercio andrebbe in tilt, le banche si vedrebbero costrette a chiudere le linee di credito verso le aziende. Come noto, le nostre aziende sono straordinariamente sottocapitalizzate e dipendono in modo essenziale dal credito. Comincerebbero a saltare i pagamenti. Prima si tagliano i fornitori con aggravio ulteriore della posizione di cassa delle aziende. Ma ad un certo punto, arriverebbe il giorno degli stipendi, e sarebbero fortunati coloro che si trovassero a ricevere solo una decurtazione nella busta paga. Peggio andrebbe ai dipendenti pubblici e ai pensionati. Con lo stato incapace di reperire liquidità sui mercati, si andrebbe a raschiare il barile e sarebbero in tanti a rimanere completamente a secco. Nel frattempo l’Italia sarebbe già fuori dall’Euro, costretta a reintrodurre la lira. Evviva, grideranno in molti, soprattutto le imprese esportatrici, a partire da quelle manifatturiere che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale. Con il ritorno alla lira, in automatico partirebbe la svalutazione che renderebbe più competitivi i nostri prodotti sui mercati internazionali. Certo! Peccato però che il debito pubblico, oggi al 120% del PIL, è stato in buona parte emesso in euro. Quindi, altrettanto automaticamente, si assisterebbe ad una rivalutazione del debito che non farebbe fatica a raggiungere il 200% del PIL, rendendo, a quel punto, qualsiasi futura azione di ristrutturazione l’equivalente di una carneficina. E non parliamo del peso che graverebbe sulle generazioni future.
E tutto questo non sarebbe che l’inizio. Con il commercio in tilt, le aziende a secco e lo stato incapace di pagare anche la cancelleria, seguirebbe una crisi devastante con un’inflazione a due-tre cifre, milioni di nuovi disoccupati, il crollo dei valori immobiliari e i risparmiatori sul lastrico. Ed un giorno avremmo anche la notizia di pugliesi sui gommoni che schivano le vedette della guardia costiera albanese per raggiungere le coste di quel ormai prospero paese….
Ripeto, si tratta di una brutalizzazione. Molti di questi eventi comincerebbero a manifestarsi già prima di un default. Ma che dite? Vogliamo provarci seriamente ad evitare questo scenario?