23 marzo 2010

RETI IN RETE: tessendo alternative

Venerdi 26 inizia la seconda conferenza europea sulla decrescita. Pubblichiamo un interessante contributo di Federico Demaria. La conferenza sarà in streaming on line venerdì pomeriggio e lunedì mattina all'indirizzo: http://www.degrowth.eu/v1/
Dallo stesso sito potrete scaricare i documenti preparatori dei diversi tavoli di lavoro, cliccando sui relativi titoli.

De-crisi da scienza post-normale
Federico Demaria (Università di Barcellona)

BARCELLONA (Spagna). Ad Alang in India, oltre 200 barche oceaniche si smantellano sulla spiaggia; opera di 40.000 lavoratori in condizioni di schiavitù. Quella che era un paradiso per pescatori e dei, oggi è un ammasso di rifiuti tossici irrecuperabile. Sintomo dell'eccessiva capacità produttiva ad cui è scaturita la crisi economica, come i milioni di disoccupati europei e non (tossici anche questi?).
La crescita economica privatizza i profitti, mentre esternalizza e collettivizza i costi. Il sistema finanziario è arrivato vicino al collasso, per eccessivi debiti contratti. Debiti prontamente riscattati dai governi con fondi pubblici (senza poi implementare alcuna riforma significativa del sistema). La crescita economica (con i suoi potenti) è la responsabile della crisi sistemica e multidimensionale (economica, sociale ed ambientale) che ci troviamo a dover affrontare.
Gli effetti della crisi li sentiamo sulla nostra pelle, ma è importante non perdere la prospettiva. Ricordiamo alcune sue caratteristiche. Primo, l'urgenza. Se non sapremo attuare con prontezza alcuni cambiamenti globali diventeranno irreversibili. Secondo, l'incertezza. Non sappiamo quali saranno le sue reali conseguenze, e non le sapremo con sicurezza finché non sarà troppo tardi. Terzo, giochiamo grosso. La posta è alta, nel lungo termine la esistenza stessa della specie umana.
Pensiamo, tra gli altri, allo spreco delle risorse non rinnovabili, al cambiamento climatico, alla perdita della biodiversità e delle fonti di sostentamento per milioni di persone.
Le proposte di New green deal o 'crescita verde' appaiono quantomeno bizzarre nella loro impossibilità ed insensatezza. Non vale neanche la pena discuterle. Sarà molto più saggio elaborare un piano di de-crisi, che come caratteristica di partenza rifiuti la causa del problema, cioè la crescita, piuttosto che proporla come soluzione. *
La riflessione e proiezione di una visione alternativa che consideri la limitatezza delle risorse e la diminuzione delle diseguaglianze, non è nuova. Quello di cui abbiamo bisogno oggi, è di declinare ed articolare le sue proposte pratiche e politiche: un ricettario per l'azione (individuale e collettiva). Molte già esistono, siamo chiamati ad innovare e crearne altre.
A scanso di confusioni, all'interno di un contesto veramente democratico, dovrebbero essere le persone a decidere sull'evoluzione della società, non la tecnologia ed il mercato. A questo fine sarà compito nostro (di tutti), la creazione di situazioni dove prevalga l'umanità, la responsabilità e la creatività.
Questo è la cornice con la quale è stata organizzata la seconda conferenza internazionale sulla decrescita dal 26 al 29 Marzo 2010, a Barcellona, con la partecipazione della società civile, un esperimento da scienza post-normale.
L'intenzione è quella di stimolare la ricerca cooperativa attorno alle tematiche della decrescita per la costruzione di un progetto politico. A questo fine, è necessario elaborare, discutere e sviluppare proposte politiche concrete, congiuntamente ad una agenda della ricerca prioritaria, sui temi dell'occupazione, monete, istituzioni finanziarie, infrastrutture, pubblicità, risorse naturali, reddito minimo e massimo, tra gli altri. L'esperimento sta in una conferenza organizzata con metodi partecipativi (o di micro-democrazia).
La bozza di dichiarazione finale della conferenza, sarà un documento guida su cui siamo a chiamati a contribuire (ed attuare) nel futuro.
Gli oltre 300 partecipanti, sono invitati a contribuire ai quattro giorni di conferenze, dibatti, presentazione di più di 200 articoli scientifici e 30 laboratori partecipativi su temi chiave. Per questi ultimi, la vera novità del congresso, sono stati preparati vari articoli di stimolo (steering / stirring papers) giá consultabili su www.degrowth.eu. Ad ognuno dei gruppi di lavoro parteciperanno ricercatori, attivisti, praticanti ed amministratori che per le loro attività (teoriche e/o pratiche) potremmo chiamare esperti.
Gli scienziati possono contribuire a questi processi, offrendo le loro analisi ed informazioni. Tuttavia sul 'che fare', 'come farlo' e 'farlo', tutti sono chiamati a partecipare, sia nella teoria che nella pratica.
Facciamo un esempio. É giunta l'ora che il Pil vada in pensione. Per quanto riguarda la sostenibilità, gli economisti ecologici ci offrono una serie di indicatori alternativi: impronta ecologica, analisi dei flussi di materiale (Mfa), appropriazione umana della produzione primaria netta (Hannp), analisi input-output (Ioa), analisi del ciclo di vita (Lca), evoluzioni integrate multidimensionali (MuSiasem), etc... Esistono varie proposte per rendere il processo di presa delle decisioni più trasparente e democratico, come l'analisi multi-criteriale (o multi-fattoriale) partecipativa proposta dall'economista Giuseppe Munda.
Francois Schneider, tra i promotori della conferenza, precisa che la decrescita non consiste solo nell'andare oltre il Pil, si tratta: di riconoscere che c'è qualcosa al di là dei soldi, qualcosa al di là della onnipresenza dei mercati e degli interscambi nelle nostre relazioni, qualcosa al di là l'essere consumatori e produttori, qualcosa a parte la società industriale. Lo sfruttamento delle risorse e delle persone può decrescere (come il numero di barche tossiche che va ad Alang). Condividere è fondamentale, cosi come l'approfondimento della democrazia.
La decrescita è un movimento sociale nato dalle esperienze di sovranità alimetare, democrazia diretta e partecipativa, ecologismo, co-housing, occupazioni, neo-rurali, rivendicazioni degli spazi pubblici, cooperative di consumo, energie rinnovabili, riciclo e prevenzione dei rifiuti. É uno slogan, un movimento, e presto un programma di ricerca. Secondo Joan Martinez Alier, un ottimo caso di 'activist-led science' (scienza guidata dagli attivisti), verso un nuovo ramo delle scienze sociali per la sostenibilità che si potrebbe chiamare 'studi sulla decrescita economica' o 'studi sulla transizione (o meglio trasformazione) socio-ecologica. Per di più, la decrescita offre l'opportunità di articolare i movimenti sociali. Il nuovo progetto di Enric Duran, attivista per la decrescita, si chiama: 'Reti in rete: tessendo alternative' (redesenred.net).
Non esiste una sola soluzione. Esistono complementarietà e multidimensionalità dei problemi e delle soluzioni. Senza dubbio, abbiamo bisogno di abbandonare il pensiero economico (unico) e sfidare i mercati globalizzati, mentre nel frattempo ci servono mercati locali delle verdure e forme di economie aperte (re)localizzate. Abbiamo bisogno di fare meno e certamente farlo in modo diverso. Per questo motivo, la decrescita non è solamente una transizione, è una trasformazione.




Acqua, treni, km0, fotovoltaico: segnalazioni

In Regione esistono dei Comitati dei Pendolari. Sì, i comitati di quelli che quotidianamente o comunque con notevole frequenza prendono dei treni per recarsi sul posto di lavoro, e ogni giorno possono notare le criticità (pulizia, riscaldamento, puntualità, linee soppresse) delle Ferrovie. Negli anni scorsi, in maniera assolutamente spontanea, molti pendolari han fatto passaparola tra loro, riuscendo in tal modo a essere talvolta ascoltati nelle loro richieste di miglioramento dei servizi ferroviari.
Cercando in Rete, ho trovato il blog del Comitato Pendolari Gemona Udine e quello del Comitato Pendolari FVG: su quest'ultimo trovate, a questo indirizzo, un interessante intervento di Marco Chiandoni intitolato "Acqua e ferrovia" dove con gli opportuni distinguo viene tentato un parallelo tra le reti di distribuzione dell'acqua e le reti di distribuzione di umani, ovvero i binari, e le conseguenze di una loro privatizzazione, come in molte parti è successo.

Contro la spesa a chilometri zero. Certo, il più delle volte ridurre le distanze tra produttori agricoli e consumatori migliora la qualità dell'ambiente, in quanto evita di immettere nell'atmosfera quintali di anidride carbonica prodotta dai necessari trasporti delle derrate.
Ma bisogna porre attenzione: dobbiamo sempre procedere pragmaticamente, senza che una visione ideologica (il km0 è sempre preferibile) condizioni i nostri comportamenti d'acquisto.
Un articolo di Dario Bressanini, nella rubrica "Scienza in cucina" sull'Espresso, spiega che le cose non sono semplici come sembrano. A esempio, metà dell'inquinamento è provocato dal consumatore, non dal produttore e dalla filiera dei trasporti. Se devo fare 20 km in auto per fare il giro dei negozietti alimentari che vendono prodotti a km0, inquino di più di quanto farei se andassi direttamente in un unico luogo di grande distribuzione, dove tutte le merci convergono.
E' da comprendere un fenomeno che si chiama economia di scala. L'ipotesi che un cibo locale richieda sempre meno energia si è rivelata falsa. Produrre carne d'agnello in una grande fattoria in Nuova Zelanda e portarla ad Amburgo richiede meno energia che l'allevamento in Germania, dove visto il clima dovrebbero essere inclusi nel ragionamento anche gli sprechi dovuti al riscaldamento delle fattorie, i mangimi, la cura.
Se compro pomodori in un Farmer's Market a febbraio a Udine, sicuramente sto comprando pomodori cresciuti in serra: potrebbe facilmente darsi che il consumo energetico complessivo per produrli in FVG sia superiore a quanto gli stessi pomodori richiederebbero se fossero stati coltivati in SudAfrica, tenendo conto anche del trasporto per portarli sulle nostre tavole.

Il fotovoltaico ha bisogno di una filiera. Per potenza installata l'Italia, dopo il boom degli ultimi due anni, si trova al secondo posto nella classifica in Europa dopo la Germania per potenza installata. Se però allarghiamo lo sguardo allìintera filiera di produzione dei pannelli fotovoltaici le cose purtroppo cambiano decisamente in peggio. 
Basti pensare che l'industria italiana delle energie rinnovabili complessivamente deve importare circa i tre quarti della componentistica necessaria. Un problemino che non incide negativamente solo (si fa per dire) sullo sviluppo occupazionale ed economico che invece potrebbe derivarne, ma che fa salire anche i prezzi mettendo a rischio il raggiungimento degli obiettivi che su scala europea toccherebbero all'Italia, ovvero il 17% di produzione da fonti rinnovabili al 2020. E a dirlo è la Commissione europea, che ha già fatto cattivi pronostici per il nostro paese.
Quando invece, secondo uno scenario condotto da Iefe-Bocconi, se l'industria italiana riuscisse a coprire almeno il 70% del fabbisogno interno di componenti per la generazione di energia rinnovabile da qui al 2020, si potrebbero creare almeno 175 mila nuovi posti di lavoro e un fatturato di circa 70 milioni di euro.


19 marzo 2010

ROTOLANDO VERSO SUD… FINO AL CUORE DEL BRASILE

Riceviamo e pubblichiamo

Partecipa anche tu a:

ROTOLANDO VERSO SUD… FINO AL CUORE DEL BRASILE – 2° Edizione
PER DARE IL TUO CONTRIBUTO IN UN PROGETTO DI COOPERAZIONE ALL’INTERNO DI UN CAMPO DI LAVORO
PER CONOSCERE LA VITA IN UNA MEGALOPOLI SUDAMERICANA
PER CONOSCERE DA VICINO I SEM TERRA E LA CAMPAGNA DEL CENTRO DEL BRASILE
PER CONOSCERE UN BRASILE CHE NON TI ASPETTI

Il progetto prevede
Percorso di formazione e preparazione al viaggio
5 giorni a San Paolo del Brasile
15 giorni a Goias con soggiorno presso la Escola Familia Agricola
Lavoro presso i campi della escola
Visita in un accampamento di sem terra
Costo di partecipazione: 2500 € – 8 posti disponibili
Durata e periodo del viaggio: 24 giorni nei mesi di giugno e luglio o settembre 2010, al raggiungimento del numero minimo di partecipanti

Per informazioni contatta Marco*: tel: 3928556579
* Componente del Consiglio Direttivo di Oikos onlus

16 marzo 2010

UNA LISTA CIVICA IN GIARDINO

Mai dubitare che un gruppo seppur piccolo di cittadini attenti e risoluti possa cambiare il mondo. Anzi, è la sola cosa che avviene sempre.
Si presenta così, con questa frase di Margaret Mead, grande antropologa americana, la lista civica SACILE PARTECIPATA E SOSTENIBILE. Qui trovate il loro sito: www.sacilepartecipata.it.

Complessità, attenzione, generosità, gratuità dell'impegno, determinazione, voglia di cambiare le cose. Sono queste le parole chiave che possiamo trovare nei documenti e nelle prassi della lista civica. Partecipazione e sostenibilità sono intesi come obiettivi da raggiungere e non come slogan. 

La partecipazione alle elezioni comunali dello scorso anno 2009 non è stata fortunata: per una manciata di voti il candidato sindaco Stefano Barazza non ha raggiunto il quorum per sedere in Consiglio Comunale.
Il gruppo però intende continuare un'azione politica anche al di fuori delle istituzioni e le iniziative di sensibilizzazione sui temi del proprio programma sono lì a dimostrarlo. 

Gli ultimi appuntamenti hanno riguardato l'energia da fonti rinnovabili, i diritti dei migranti, la moderazione del traffico: su quest'ultima tematica è previsto un incontro pubblico con Rossana Casadio, il 31 marzo presso il Centro giovani in piazza Romagnoli.
Un recente confronto con il Sindaco di Pordenone Sergio Bolzonello è stata l'occasione per riflettere sul significato dell'impegno diretto dei cittadini nella gestione della cosa pubblica.
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Sacile è una piccola città in provincia di Pordenone, detta “il giardino della Serenissima” per le sue antiche ascendenze veneziane e per la dolcezza del suo paesaggio, connotato dall'andamento sinuoso del Livenza.

GLOBALIZZAZIONE E BIOCAROTA

Nel 2000 Ulrick Beck, fra i massimi studiosi del fenomeno della globalizzazione, aveva coniato questa semplice ma efficace formula: “Non esistono soluzioni biografiche per problemi sistemici”, che tradotta significa: da soli non si cambia questo mondo, non si riducono i rischi della globalizzazione.

Zigmun Bauman in questi anni ci ha quindi inondato di saggi sulla società liquida e sulla mutazione dell’homo sapiens sapiens in homo consumens, passando per l’homo oeconomicus.
Su questa mutazione antropologica vi è ormai una bibliografia sconfinata. 
Mi limito a segnalare l’ultimo contributo che trovate in libreria: “Consumati. Da cittadini a clienti” di Benjamin Barber.

Sulle pagine della cultura de La Repubblica del 15 marzo scorso Federico Rampini intervista l’autore, che illustra la tesi centrale del libro: il consumismo ha bisogno di persone che anche in età adulta restino consumatori bambini, egocentrici che dicono “io voglio” per sempre.
Verso la conclusione, l’intervistatore formula così una sua domanda: “… tanti movimenti si propongono di cambiare il mondo operando sulle scelte di consumo. Slow Food c’insegna a promuovere lo sviluppo sostenibile quando facciamo la spesa alimentare. Fair Trade ci spinge ad acquistare il caffè i il cacao attraverso una filiera di commercio equo che by-passa le multinazionali e aiuta i contadini dei paesi in via di sviluppo. Eppure lei contesta anche questo”.
Questa la risposta di Barber: “Perché anche questa è una favola per bambini, una favola a lieto fine, l’idea che si cambia il mondo attraverso il consumo privato. La scuola dei nostri figli, l’equilibrio climatico del pianeta, l’indipendenza energetica: in tutte queste sfere il cambiamento non può venire semplicemente da scelte individuali di spesa. E’ l’ammissione di una disfatta, se noi ci ritiriamo nella sfera dell’azione privata – sia pure il consumo “verde” e terzomondista – e abdichiamo al nostro ruolo nella politica.”

Domenica scorsa mi sono recato a Milano, alla manifestazione “Fa la cosa giusta. Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili”. Grande successo di pubblico attorno alle centinaia di bancherelle delle buone pratiche: salame bio, abbigliamento di moda bio, medicine non convenzionali, ecc. Ho visto migliaia di consumatori (e di venditori) felici come bambini.
Ne vogliamo parlare? Il blog della Rete non può essere una bacheca di comunicatori solitari, ma un luogo ove fare dialogo critico e costruttivo.

12 marzo 2010

E se domani io non potessi rivedere te...

... e quindi Mina concludeva: "E se domani e sottolineo "se" all'improvviso perdessi te avrei perduto il mondo intero non solo te."

E se quel "te", invece che una persona fosse il petrolio e le altre risorse energetiche di origine fossile a dileguarsi improvvisamente dalle nostre case, dai nostri campi, dalle nostre auto, che faremmo?

Questa è la domanda, non tanto provocatoria, che ha dato la direzione alla ricerca dal titolo: NUOVI SISTEMI ECONOMICI LOCALI.
E' un lavoro che sta portando avanti e-Labora, d'intesa con la nostra Rete e che sarà presentato verso fine aprile all'assemblea degli aderenti ResFVG, aperta ad altri soggetti che hanno collaborato alla riuscita dell'iniziativa.

Detto in sintesi, l'obiettivo della ricerca è dimostrare che, anche al verificarsi dell'ipotesi catastrofica sopra decritta, se le comunità regionali del Friuli Venezia Giulia sapranno organizzarsi per tempo, è possibile conseguire la sussistenza alimentare e energetica senza dover dipendere dalle importazioni di tali beni.
Sia chiaro, è l'obiettivo minimo, ma che fa la differenza fra il poter sopravviere pacificamente ed il collasso del sistema.

La ricerca applica, alla scala locale, il modello stock - flussi messo a punto da Mauro Bonaiuti, partendo dal modello fondi - flussi di Georgescu Roegen.
Entrambi questi approcci partono da una critica radicale dell'imperante teoria neoclassica, che sostanzialmente si interessa molto di flussi, ma non tiene conto degli stock di materia ed energia (ambiente compreso) che, in un mondo finito, non sono inesauribili.
La ricerca ha quindi il compito di verificare se il Friuli Venezia Giulia ha uno stock di risorse naturali, in primis terra coltivabile, ma anche acqua, sole, biomasse, ecc. sufficienti per garantire i bisogni di sopravvivenza dei suoi abitanti: cibo ed energia per cucinare, riscaldarsi, ecc.
Se tali risorse sono sufficienti possiamo definire questa nostra realtà, ricorrendo ad un termine già in uso, Bioregione.

Ma uno dei passaggi fondamentali di questo lavoro consiste nel calare l'analisi a livello dei distretti di economia solidale che, come ha deciso a suo tempo l'Assemblea, per ora coincidono con le delimitazioni territoriali dei 19 ambiti socio assistenziali (Asa) della Regione.

Data la limitatezza dei tempi e delle risorse disponibili, abbiamo ritenuto sufficiente focalizzare l'attenzione solo sui determinanti identitari delle "comunità" distrettuali, scegliendo di svolgere l'indagine in tre aree campione:
l'Alto isontino (Asa 4), la zona Udinese (Asa 12), la montagna pordenonese (Asa 18).


In ciascuno dei tre distretti sarà organizzato un focus group, attraverso il quale si cercherà di capire le caratteristiche identitarie del luogo, ossia di valutare se lo stock di risorse storiche, paesaggistiche, culturali, professionali, ecc. sono idonee ad innescare un processo cooperativo di transizione verso un'economia e una società solidali.
E' un primo passo, soprattutto utile per mettere a punto una metodologia di ricerca che deve proseguire nel tempo e interessare tutti e 19 i distretti della regione.

E' qui la parte più interessante di questa comunicazione: vogliamo dare seguito alla ricerca applicando il metodo partecipativo.
Una volta strutturato, seppure in modo flessible, un indice ragionato degli argomenti, ogni persona potrà inserire il suo contributo di conoscenze teoriche e/o pratiche, contribuendo alla crescita cumulativa e orinata del sapere e saper fare condivisi.
La piattaforma di questo lavoro potrebbe trovarsi sul nostro blog, applicando ad esempio la struttura di wikipedia. Comunque, una qualche struttura ad albero dove sia facile individuare la parte in cui inserire il proprio contributo. Ad esempio, se so come organizzare un Gas, andrò alla ricerca del ramo dedicato a questo tipo di buona pratica e inserirò la descrizione della mia conoscenza accanto ai contributi dello stesso tipo già inseriti.
Spero di essere stato suffcientemente chiaro. Se così non fosse mi scuso e comunque attendo eventuali osservazioni, suggerimenti, critiche.

11 marzo 2010

Società della conoscenza a Pordenone

Giovedì 18 marzo alle 20.45, presso il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Pordenone avrà luogo un incontro pubblico di assoluto rilievo dal titolo "Comunicazione, informazione e nuove tecnologie", nell'àmbito del festival Dedica 2010 quest'anno centrato sulla Metamorfosi del mondo della conoscenza e sulla figura di Hans Magnus Enzensberger.

La conversazione pubblica, presente lo stesso Enzensberger, prevede la partecipazione di Derrick de Kerckhove, Luca De Biase, Mario Perniola
Imperdibile.


Ulteriori informazioni qui.

03 marzo 2010

Barcellona 26-29 marzo 2010: Conferenza internazionale sulla decrescita

I movimenti per la decrescita, presenti in diversi Paesi europei, si riuniscono in conferenza a Barcellona per discutere, in sessioni plenarie e attraverso numerosi gruppi di lavoro, le diverse tematiche inerenti la transizione verso una società della decrescita. Dal Friuli Venezia Giulia partecipano Lucia, Marco, Piero, Carlo e Ferruccio. Se ci sono altri nominativi, che si facciano avanti. Per saperne di più andate sul sito che potete individuare mettendo in un motore di ricerca: degrowth barcelona. Sono graditi i commenti a questo post.
Il gruppo di comunicazione in rete della RESFVG

Si riproduce qui sotto un intervento del prof. Joan Martinez Alier, il più noto esponente della decrescita spagnola.

Joan Martinez Alier: Oltre il PIL c'é la Decrescita

L'espressione "Beyond GDP" è di moda tra i funzionari europei e i politici a Bruxelles.
40 anni dopo che il Presidente della Commissione Sicco Mansholt aveva già criticato il PIL, proponendo di porre fine alla crescita economica nei paesi ricchi, lo slogan a Bruxelles è ora "Economia verde: oltre il PIL ".

Ma non vi è ancora alcun riconoscimento ufficiale di una "decrescita che conduce ad una economia stazionaria ", se non come plausibile programma politico, almeno come un interessante campo di ricerca.

La crescita del PIL va di pari passo con una crescente pressione sulla biodiversità, cambiamenti climatici e la distruzione dei mezzi di sussistenza dell'uomo alla "frontiera delle merci". Gli attivisti ambientali sono rassicurati dalle critiche accademiche del PIL. In realtà, attiviste femministe e accademici (Waring, 1988) hanno costruito un argomento convincente molto tempo fa contro la contabilità del PIL, perché "ha dimenticato", non solo di contabilizzare i servizi della natura, ma anche il lavoro domestico non retribuito. Inoltre, un altro tipo di critica nei confronti della contabilità del PIL sta ora emergendo socialmente, il cosiddetto Easterlin Paradox aggiornato dal lavoro di psicologi sociali (con i Premi Nobel in economia). Sembra che l'aumento della felicità non sia correlato ad incrementi di reddito al di sopra di un certo livello di reddito pro capite (ad esempio 10.000 € all'anno). Tali critiche nei confronti della contabilità del PIL vanno ben oltre l'introduzione di misure complementari di progresso sociale come l'HDI (indice di sviluppo umano), che è strettamente correlato con il PIL pro capite nei diversi paesi. Esse vanno anche al di là dell’idea di rendere semplicemente il PIL più “verde", o l'introduzione di conti satellite (in termini fisici o monetari).

Tra gli indici fisici di sostenibilità, il più conosciuto è l’ Impronta ecologica (EF) che ha fatto il suo debutto nel 1992 ad una Conferenza di Economia Ecologica (Rees e Wackernagel, 1994). E 'stato un successo con le organizzazioni ambientaliste e il WWF pubblica i suoi risultati regolarmente. L'Impronta ecologica traduce in un unico numero in ettari l'uso pro capite di terra per il cibo, fibre, legno, oltre all’ambiente costruito (spazio asfaltato per case e strade), più l'ipotetico terreno che sarebbero stato utilizzato per assorbire l'anidride carbonica prodotta dalla combustione di combustibili fossili. Per le ricche economie industriali, il totale arriva a 4 o più ettari pro capite, di cui oltre la metà è la terra ipoteticamente necessaria ad assorbire l’anidride carbonica.

Andare oltre la contabilità del PIL in Europa dovrebbe significare qualcosa di diverso
dal "rendere più verde il PIL", o, all'altro estremo, inchinarsi dinanzi ad un unico indice ambientale, come l’Impronta Ecologica. Dovrebbe significare, piuttosto, andare verso una valutazione multi-criteri dell'economia, utilizzando otto, dieci, dodici indicatori sociali, culturali, economici e di performance ambientale (Shmelev e Rodriguez-Labajos, 2009).
Tutti gli indicatori possono forse migliorare insieme in un certo periodo della storia o, più probabilmente, alcuni migliorano, mentre altri si deteriorano. Ad esempio, la crisi economica del 2008-09 implica in Spagna una sostanziale diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, meno incidenti sul luogo di lavoro, meno potenziali immigrati annegati in mare e un brusco rallentamento nel tasso di edificazione dei suoli, mentre significa anche maggiore disoccupazione e, forse, un aumento di alcune forme di criminalità.
Stiamo meglio adesso che nel 2007? O meglio, prima ancora, ci si potrebbe accordare su una metodologia di valutazione macroeconomica multi-criteri e partecipativa, basata su set di indicatori socialmente accettati?

"Beyond GDP" dovrebbe significare andare oltre l'imperativo unico della crescita economica nei paesi ricchi. Una radice comune ai movimenti della decrescita in Francia e in Italia è l’Economia Ecologica, in particolare il lavoro di Georgescu-Roegen. Alcuni dei suoi articoli sono stati tradotti e pubblicati trenta anni fa (da Grinevald e Rens, 1979) con il titolo “Domani la decrescita”, con la quale esplicitamente egli concordava. Questa sembra sia stata la prima volta che "Decrescita economica" è stata utilizzata come slogan. La maggior parte degli attivisti francesi e italiani nella decrescita e nei movimenti forse hanno letto alcuni articoli di Georgescu-Roegen, ma non i suoi libri in materia di energia, materiali e economia (1966 - introduzione, e nel 1971). Non sono disponibili in francese o in italiano e sono comunque difficili da digerire. Nondimeno, questo non impedisce loro, come attivisti, di cantare le lodi di Georgescu-Roegen. Nulla da criticare in tutto questo, motivo di rammarico per gli studiosi, ma nella natura dei movimenti sociali.

Gli attivisti della decrescita in Francia e in Italia sono in sintonia con un concetto di
ecologia industriale: il paradosso di Jevons o "effetto rimbalzo" (Polimeni e al, 2009). Hanno letto economisti antropologi, come Serge Latouche (2007), sono ispirati dai pensatori ambientalisti degli anni ‘70 come André Gorz e Ivan Illich. Ma la decrescita non è basata su
testi “icone”. Si tratta di un movimento sociale, nato dalle espereinze del co-housing, occupazione di proprietà, neo-ruralismo, riappropriazione delle strade, energie alternative, prevenzione e riciclaggio dei rifiuti. Si tratta di un nuovo slogan, un nuovo movimento e molto presto un nuovo programma di ricerca. Questo è un caso di scienza guidata da attivisti, verso una nuova branca nelle scienze della sostenibilità sociale, che potrebbe chiamarsi “studi sulla decrescita economica" strettamente collegati agli studi accademici sulla “transizione socio-ecologica" (Fischer-Kowalski e Haberl, eds., 2007, Haberl et al, 2009, Krausmann e al, 2008, Krausmann e al, 2009).

Non vi è alcun movimento simile sulla decrescita (ancora?) in Germania, Regno Unito,
Stati Uniti e Giappone, ma la convergenza di attivisti della decrescita con economisti ecologici ed ecologisti industriali ha prodotto già due conferenze scientifiche in Europa (Parigi, aprile 2008, Barcellona, marzo 2010, www.degrowth.eu). Le parole "decrescita economica" sono state introdotte con successo in riviste accademiche. Una varietà di temi del programma di ricerca sulla decrescita sono elencati nel bando di documenti per la Conferenza di Barcellona, mentre una collezione di articoli dalla prima conferenza (a cura di Schneider, Kallis e Martinez-Alier, 2010) è stata pubblicata in una pubblicazione accademica, il Journal of Cleaner Production (una rivista di ecologia industriale) tra cui un articolo notevole di Christian Kerschner che spiega la critica di Georgescu-Roegen “all’economia stazionaria” di Daly (Daly, 1973, 1991, 2007). Kerschner guarda alla "decrescita" come a una tappa verso un’economia stazionaria. Un ottimo libro con articoli dalla Conferenza di Parigi del 2008 sulla decrescita è stato pubblicato in francese (Mylondo, 2009).

Forse la DG Ricerca della Commissione Europea farà presto una call per presentare proposte di ricerca nell'ambito della descrizione, "Oltre il PIL: Decrescita economica Socialmente Sostenibile. Aspetti ambientali, sociali, tecnologici, finanziari, socio-psicologici e demografici della decrescita economica che conduce ad una economia stazionaria in Europa e in altre economie avanzate ".
Ancora una volta, scienza guidata dagli attivisti.

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Institut de Ciència i Tecnologia Ambientals (ICTA)
Economía Ecológica Despatx QC 3091 - Escola Tècnica Superior d'Enginyeria (ETSE)
Universitat Autònoma de Barcelona (UAB)
08193 Bellaterra (Cerdanyola del Vallès) - Barcelona