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10 aprile 2010

Un sito per... vivere con stile

Il sito di Legambiente Viviconstile raccoglie interessanti ed utili dossier, approfondimenti, consigli su temi quali il riscaldamento, la mobilità, l'abitare, il tempo libero, gli elettrodomestici (a tal proposito è interessante la "Eco top ten" di quelli a minor impatto ambientale)
Le scelte che ciascuno di noi opera in relazione a questi aspetti, e, di conseguenza, lo stile cui ciascuno di noi impronta la propria vita, determinano ricadute sull'ambiente, sulla salute, sulla sicurezza dei luoghi in cui viviamo, sulle spese quotidiane e, dunque, incidono sulla QUALITA' della vita, non solo nostra, ma di tutti.
 
Pensiamo, ad esempio, all'uso che facciamo dell'energia in casa: quanto incide sul nostro conto in banca e sull'inquinamento dell'aria? E sommata a tutti i consumi energetici delle nostre case, insieme a quella degli edifici in cui studiamo, lavoriamo, usufruiamo dei servizi indispensabili al vivere moderno, quanta rilevanza assume a livello mondiale?
Via libera, dunque, all'informazione e alla conoscenza, affinché, come si dice nel sito, ci sia data abbastanza libertà di scelta, abbastanza informazioni per decidere, e facile disponibilità di beni di consumo e servizi adeguati per vivere in case più accoglienti, uffici e luoghi di lavoro più sani, strade più sicure, ambienti naturali meno inquinati. 
L'acqua, l'aria e il clima sulla terra, il suolo, la natura, non sono più abbondanti, puliti, disponibili, scontati!

23 marzo 2010

Acqua, treni, km0, fotovoltaico: segnalazioni

In Regione esistono dei Comitati dei Pendolari. Sì, i comitati di quelli che quotidianamente o comunque con notevole frequenza prendono dei treni per recarsi sul posto di lavoro, e ogni giorno possono notare le criticità (pulizia, riscaldamento, puntualità, linee soppresse) delle Ferrovie. Negli anni scorsi, in maniera assolutamente spontanea, molti pendolari han fatto passaparola tra loro, riuscendo in tal modo a essere talvolta ascoltati nelle loro richieste di miglioramento dei servizi ferroviari.
Cercando in Rete, ho trovato il blog del Comitato Pendolari Gemona Udine e quello del Comitato Pendolari FVG: su quest'ultimo trovate, a questo indirizzo, un interessante intervento di Marco Chiandoni intitolato "Acqua e ferrovia" dove con gli opportuni distinguo viene tentato un parallelo tra le reti di distribuzione dell'acqua e le reti di distribuzione di umani, ovvero i binari, e le conseguenze di una loro privatizzazione, come in molte parti è successo.

Contro la spesa a chilometri zero. Certo, il più delle volte ridurre le distanze tra produttori agricoli e consumatori migliora la qualità dell'ambiente, in quanto evita di immettere nell'atmosfera quintali di anidride carbonica prodotta dai necessari trasporti delle derrate.
Ma bisogna porre attenzione: dobbiamo sempre procedere pragmaticamente, senza che una visione ideologica (il km0 è sempre preferibile) condizioni i nostri comportamenti d'acquisto.
Un articolo di Dario Bressanini, nella rubrica "Scienza in cucina" sull'Espresso, spiega che le cose non sono semplici come sembrano. A esempio, metà dell'inquinamento è provocato dal consumatore, non dal produttore e dalla filiera dei trasporti. Se devo fare 20 km in auto per fare il giro dei negozietti alimentari che vendono prodotti a km0, inquino di più di quanto farei se andassi direttamente in un unico luogo di grande distribuzione, dove tutte le merci convergono.
E' da comprendere un fenomeno che si chiama economia di scala. L'ipotesi che un cibo locale richieda sempre meno energia si è rivelata falsa. Produrre carne d'agnello in una grande fattoria in Nuova Zelanda e portarla ad Amburgo richiede meno energia che l'allevamento in Germania, dove visto il clima dovrebbero essere inclusi nel ragionamento anche gli sprechi dovuti al riscaldamento delle fattorie, i mangimi, la cura.
Se compro pomodori in un Farmer's Market a febbraio a Udine, sicuramente sto comprando pomodori cresciuti in serra: potrebbe facilmente darsi che il consumo energetico complessivo per produrli in FVG sia superiore a quanto gli stessi pomodori richiederebbero se fossero stati coltivati in SudAfrica, tenendo conto anche del trasporto per portarli sulle nostre tavole.

Il fotovoltaico ha bisogno di una filiera. Per potenza installata l'Italia, dopo il boom degli ultimi due anni, si trova al secondo posto nella classifica in Europa dopo la Germania per potenza installata. Se però allarghiamo lo sguardo allìintera filiera di produzione dei pannelli fotovoltaici le cose purtroppo cambiano decisamente in peggio. 
Basti pensare che l'industria italiana delle energie rinnovabili complessivamente deve importare circa i tre quarti della componentistica necessaria. Un problemino che non incide negativamente solo (si fa per dire) sullo sviluppo occupazionale ed economico che invece potrebbe derivarne, ma che fa salire anche i prezzi mettendo a rischio il raggiungimento degli obiettivi che su scala europea toccherebbero all'Italia, ovvero il 17% di produzione da fonti rinnovabili al 2020. E a dirlo è la Commissione europea, che ha già fatto cattivi pronostici per il nostro paese.
Quando invece, secondo uno scenario condotto da Iefe-Bocconi, se l'industria italiana riuscisse a coprire almeno il 70% del fabbisogno interno di componenti per la generazione di energia rinnovabile da qui al 2020, si potrebbero creare almeno 175 mila nuovi posti di lavoro e un fatturato di circa 70 milioni di euro.


12 febbraio 2010

A Udine apre Ecoshop, il primo negozio di prodotti sfusi del Friuli Venezia Giulia


di Serena Bianchi, via Greenme. Anche su Greentips.

Apre oggi la prima bottega dello sfuso del Friuli Venezia Giulia, una miniera di prodotti sostenibili privati di qualsiasi confezione o imballaggio.
Un progetto che si fa portavoce di un'esigenza crescente, il bisogno di risparmiare sia in fatto di emissioni che in fatto di portafoglio. E sì, perché l'onda verde che ha raggiunto il nord est, e precisamente la città di Udine, promette meno rifiuti, meno inquinamento e un minor impatto ambientale dell'intera filiera del consumo.
Ma cosa troverete entrando da Ecoshop (all'inizio di via Deciani, ndr)? Una bottega di prodotti ecologici e naturali: biodegradabili al 100%, detersivi e detergenti per il corpo alla spina, prodotti alimentari rigorosamente sfusi provenienti da coltivazioni selezionate Made in Italy, caraffe filtranti, lampadine a risparmio energetico, pannolini lavabili per bambini e prodotti per l'infanzia.

Leggi tutto l'articolo.

30 giugno 2009

Un orto 2.0 a Udine, finalmente!


Il nome è facile da ricordare, e già dice di cosa si tratti: www.ortosultasto.it, dove gli orti sono quelli intorno a Udine e il tasto è ovviamente quello del computer.

Se abitate a Udine, è sufficiente registrarsi al sito di Elisabetta e Maria, scegliere la frutta e la verdura con cui riempire la propria cassetta, e aspettare tre giorni per vedersi recapitare il tutto, con la garanzia di ottenere sempre cibo freschissimo, raccolto il giorno precedente, ed "eticamente" ecosostenibile, in quanto distribuito secondo la logica del "kilometro zero" a partire appunto da produttori selezionati del circondario.

Riporto qui direttamente quanto dicono le due responsabili dell'iniziativa sul loro sito; potete trovare un'intervista anche qui, su paroleappiccicate.

Dal sito www.ortosultasto.it

Siamo Elisabetta e Maria e ogni mercoledì consegniamo frutta e verdura di stagione e prodotti alimentari trasformati di alta qualità, tutto di produzione rigorosamente locale, nelle case e negli uffici di chi abita o lavora nel comune di Udine.
Per l’acquisto dei prodotti ci rivolgiamo ad aziende agricole di piccola e media dimensione, tendenzialmente a conduzione familiare, selezionate in base alla qualità dei metodi di lavorazione e alla loro ubicazione nella provincia di Udine: desideriamo infatti portarvi prodotti freschissimi, inquinando il meno possibile con il trasporto. Noi siamo l’unico passaggio tra l’agricoltore e il cliente e ciò consente la definizione di un prezzo equo per il contadino e di un prezzo contenuto per il consumatore, comprensivo di tutte le spese per il nostro servizio di informazione, assortimento e consegna a domicilio dei prodotti. Richiediamo un minimo d’ordine di 10 euro di prodotti ortofrutticoli, cifra oltre la quale è possibile acquistare anche i nostri prodotti extra (confetture, conserve, farine, olio d’oliva…).
Il sistema prevede la raccolta degli ordini on-line per tre giorni alla settimana (tra le ore 13.00 di ogni venerdì e le ore 13.00 del lunedì successivo), l’inoltro tempestivo delle richieste ai produttori, il reperimento dei quantitativi necessari entro martedì sera e la consegna al cliente in giornata il mercoledì. Il recapito della spesa una volta alla settimana garantisce la raccolta degli ortaggi freschi il giorno prima della consegna.
La nostra attività si pone come un ampio e sano complemento della vostra spesa al supermercato, ma è sostenuta da una logica diversa da quella della grande distribuzione per alcune importanti ragioni:

  • vendiamo solo prodotti freschi di stagione, accettando le conseguenze delle condizioni atmosferiche sulla produttività e i limiti della vocazione agricola del territorio in cui viviamo, a fronte di una garanzia di sapore e qualità di tutto ciò che vi consegniamo.
  • stabiliamo un rapporto equilibrato con il produttore, rispettandone le esigenze economiche e i ritmi produttivi.
  • consideriamo l’impatto ambientale delle varie fasi lavorative: dall’utilizzo dei prodotti usati per la coltivazione, alla razionalizzazione dei trasporti, fino al riciclo dei materiali, ad esempio delle cassette di legno usate per la consegna, in modo da rendere ecologico e sostenibile l’acquisto dei nostri prodotti.
  • desideriamo costruire un rapporto aperto con ogni cliente, approfittando del momento della consegna per raccogliere impressioni e suggerimenti utili al miglioramento del nostro servizio.

30 aprile 2009

Gruppi di acquisto solidale e Transizione

Partendo da una buona lista di articoli relativi a "La vita dopo il petrolio" su Altreconomia, giungo su una pagina a cura di Gianluca Ruggieri, esplicitamente dedicata alle tematiche della Transizione, dove vengono elencati autori importanti e relative pubblicazioni.
Richard Heinberg per quanto riguarda la Transizione in sé e il problema del picco del petrolio, Lester Brown fondatore del WorldWatchInsitute e autore/promotore del "Piano B 2.0: una strategia di pronto soccorso per la Terra" (qui su Indipendenza Energetica potete trovare il libro tradotto e liberamente scaricabile), James Howard Kunstler, Albert Bates.

Della Transizione abbiamo già parlato su questo stesso blog, qui e qui.
Cristiano Bottone sul blog "Io e la transizione" definisce quest'ultima come
un movimento culturale impegnato nel traghettare la nostra società industrializzata dall’attuale modello economico profondamente basato su una vasta disponibilità di petrolio a basso costo e sulla logica di consumo delle risorse a un nuovo modello sostenibile non dipendente dal petrolio e caratterizzato da un alto livello di resilienza
dove la resilienza è
la capacità di un certo sistema, di una certa specie, di una certa organizzazione di adattarsi ai cambiamenti, anche traumatici, che provengono dall’esterno senza degenerare, una sorta di flessibilità rispetto alle sollecitazioni.
Va da sé, le società industrializzate sono caratterizzate da un bassissimo livello di resilienza, ovvero sono molto fragili, in quanto fortemente dipendenti da filiere (prodotti alimentari, energia, etc.) lunghissime, sostenute fondamentalmente da un'economia "drogata" fondata sul petrolio.

Ma si cominciano a vedere sorgere dei modelli di abitanza territoriale che provano a fare a meno del petrolio, ed ecco che dopo l'Inghilterra con le sue Transition Town (vedi qui un articolo relativo sul Corriere della Sera) anche in Italia stanno nascendo delle Città di Transizione, ne potete trovare informazioni sul blog Transitiontowns Italia, dove si provano a costruire o riprogettare cittadine a basso impatto ambientale, mosse da innovazioni tecnologiche miranti alla sostenibilità energetica e da peculiari approcci alla produzione nel settore primario, ad esempio secondo Permacultura. Utili anche i riferimenti alla mappa italiana degli eco-villaggi.

Tutto questo per meglio inquadrare le azioni di una economia solidale alla luce di nuovi approcci eco-economici (non solo teorici, come abbiam visto) in grado di riportare il senso dell'abitare all'interno di pratiche antropiche consapevoli della sostenibilità ambientale e della qualità della vita delle collettività umane.

Certo, oltre alla improrogabile riprogettazione ampia degli insediamenti abitativi e del funzionamento concreto dei flussi tecnologici di energia materia e informazione, esistono molte buone pratiche che è possibile adottare fin da subito, semplicemente modificando di poco, ma efficacemente, il nostro stile di vita e in particolare i nostri comportamenti come consumatori.

I Gruppi di Acquisto Solidale (GAS) in quanto esperienza di consumo critico intendono sollevare risvolti etici rispetto alla nostra partecipazione al Mercato, ma il modello che seguono potrebbe essere rivisitato, alla luce degli approcci alla Transizione.

Ecco cosa suggerisce Cristiano, dal blog Io e la Transizione.

Dai GAS ai GAST

È venuto il momento di cercare di spiegare questa faccenda dei GAST, premettendo che è qualcosa che mi gira in testa, ma che non ho avuto il tempo di definire completamente. Non ci ho neppure provato, perché una definizione completa dovrebbe maturare attraverso un bel lavoro di pensiero collettivo e il tempo per sperimentarne i risultati.

Sono abbastanza sicuro però che il modello dei GAS abbia compiuto il suo tempo e svolto egregiamente la sua meravigliosa opera di trasformazione culturale.

I GAS (Gruppi di Acquisto Solidale) hanno a mio parere una caratteristica molto precisa: nascono e si sviluppano come circuito di acquisto alternativo a un mercato principale. Nei GAS si ritrovano persone che vogliono compiere scelte più etiche e consapevoli, sottraendosi alle mille insidie del mercato della crescita.

Fin qui tutto bene, ma i tempi cambiano e anche grazie al prezioso lavoro dei GAS è arrivato il momento di passare alla fase successiva. Bisogna cominciare a contaminare e a trasformare il mercato “normale” quello da cui fino ora si cercava di stare lontani.

Nella logica dei GAS ci sono infatti alcuni aspetti che portano verso scelte che non sono sostenibili e che per la loro scomodità continuano ad escludere da questo circuito moltissime persone. Chiunque appartenga a un GAS ha sperimentato difficoltà in fase di ordine dei prodotti (specie se si tratta di prodotti freschi e deperibili), il peso delle gestione degli ordini stessi, la scomodità di ritirare la merce solo in una dato momento, ecc.

Spesso si generano per le consegne molti viaggi in auto, si percorrono molti chilometri e tutto questo non è molto sostenibile. Poi, mano a mano che un GAS cresce, si trova ad affrontare alcuni dilemmi. I più grandi affittano magazzini per stivare le merci e si trovano ad assomigliare molto a veri e propri grossisti (anche se etici).

Modifichiamo la formula

Così ho pensato che nel modello GAS si potrebbe fare una variazione passando da Gruppi di Acquisto Solidale a Gruppi di Acquisto Sostenibili di Transizione.

Sostenibili perché a mio parere il concetto di sostenibilità non riguarda solo la “meccanica e il ciclo” delle risorse. La sostenibilità deve e non può che essere anche un fattore sociale e contenere in sè solidarietà, etica, trasparenza, equità. Tutto il processo di acquisto deve essere “sostenibile”, se per avere una zucchina biologica si consumano 6 litri di benzina il processo non sta funzionando.

Inoltre il GAST dovrebbe essere integrato in una più ampia iniziativa di transizione del sistema (ecco la contaminazione del mercato attuale). Il GAST dovrebbe operare perché prodotti sostenibili arrivino nei negozi normali. La logica dal produttore al consumatore ha molti limiti. Funziona bene e risulta veramente sostenibile solo in certi casi particolari.

Parlando con gli agricoltori ci si rende conto che se oltre a coltivare questi devono gestire un canale di vendita, a un certo punto hanno bisogno di una strutturazione (che significa costi). Serve qualcuno che vada al Farm Market, che prepari i prodotti in un certo modo, servono tempo e soldi. Ciò che si pensa di risparmiare evitando il passaggio in negozio in realtà, nel migliore dei casi, si evita solo parzialmente.

Dal produttore al consumatore, sicuri che sia una buona idea?

I negozi sono nati in epoca preindustriale e hanno un preciso senso logistico. Credo che se ci si limitasse a un solo passaggio intermedio tra produttore e consumatore (cosa che in una logica di filiera corta mi pare possibile) i costi rimarrebbero ragionevoli e aumenterebbe notevolmente l’efficienza del sistema. Così zucchine, pomodori e pere prodotti da fornitori diversi sarebbero reperibili comodamente presso un unico punto vendita. Se poi questo punto vendita fosse in grado di gestire consegne a domicilio ben organizzate, magari con un veicolo elettrico rifornito da un bell’impianto a energia rinnovabili, ci staremmo avvicinando molto a una situazione di grande sostenibilità.

Ma la parola Transizione, nella sigla starebbe anche a indicare un certo tipo di sguardo complessivo di cui il GAST sarebbe portatore. Sappiamo che la resilienza delle nostre comunità dipende dalla ridondanza dei sistemi che sapremo costruire. E quindi il GAST dovrebbe operare per differenziare i sistemi di approvvigionamento alimentare sostenendo parallelamente alla “riforma” del mercato, la nascita di orti, fattorie sociali, la riscoperta delle verdure spontanee, la nascita di foreste edibili permanenti, l’autoproduzione, il reskilling, ecc.

Come fare tutto questo?

Il modello della Transizione fornisce già moltissimi degli strumenti necessari, principi di riferimento e un grande paradigma a cui ispirarsi. Se mancasse qualcosa lo inventiamo, che problema c’è?
Mi piacerebbe moltissimo che qualcuno organizzasse un grande Open Space con tantissimi “gasisti” per far nascere mille idee su questo tema. Credo che emergerebbero cose splendide.

12 dicembre 2008

G.A.S.

Marlenek di Milano sul suo blog si lamenta della brutta esperienza con i referenti della rete dei Gruppi di Acquisto Solidale della sua zona.
Qualcuno sa come funziona un GAS?

Aggiornamento
Mara risponde sulla mailinglist RESFVG
In quanto ai GAS io posso solo accennare al modo in cui funzionano, in quanto sono in contatto con il GAS di Gorizia (Annamaria ne fa parte ed è espertissima) ma da poco tempo e, quindi, la mia esperienza in tal senso è in fase di maturazione...!
Per quanto ne so il GAS funziona in questo modo: i partecipanti (chiunque può farne parte) si riuniscono portando delle proposte relative a produttori, possibilmente locali, di alimenti biologici e prodotti (come detersivi e prodotti per l'igiene e la cura del corpo) a basso impatto ecologico. Tali proposte vengono analizzate per individuare da chi acquistare. La scelta viene fatta sulla base del modo in cui tali beni vengono prodotti (rispetto per l'ambiente, fasi della produzione, utilizzo di conservanti,...), della qualità dei prodotti - che viene testata dagli stessi "gasisti", del prezzo.
Stabilita una lista di produttori a cui rivolgersi per le diverse necessità, l'acquisto viene fatto dopo aver raccolto, generalmente via mail, gli ordini d'acquisto. La merce verrà poi ritirata nel giorno e nel posto indicato (in genere viene scelto come "punto di raccolta" una Bottega di Commercio Equo e Solidale o il luogo presso il quale si svolgono le riunioni del GAS). Tutto ciò presuppone che:

*i "gasisti" si incontrino con regolarità per aggiornare la lista dei produttori, commentare in merito alla qualità dei prodotti, migliorare le modalità di fuznionamento del GAS, allargare il "raggio d'azione" del GAS all'affronto di temi inerenti il rispetto per l'ambiente, la partecipazione sociale, la solidarietà, ecc...;
*vi siano una o più persone che si occupino di tenere i contatti con i produttori, di inviare loro gli ordini e di andare da loro a ritirare la marce;
*vi sia un punto di raccolta presso il quale andare a ritirare i prodotti.

Per ora questo è quello che so; spero che qualcuno di voi possa aggiungere altre info.
A presto!
Mara

9 ottobre 2008

La Transizione

Si è tenuto nei giorni scorsi alla Libera Università di Alcatraz il primo incontro di rilievo nazionale sulle pratiche di Transizione, per la creazione di nuove forme di economia locale.
Ne parlano Jacopo Fo, Daria e Marco, Terranauta, oltre a Cristiano sul suo ottimo blog "Io e la Transizione"