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26 marzo 2013

BES, benessere equo e sostenibile


Tutto sul BES, il Benessere Equo e Sostenibile, per comprendere meglio la differenza tra sviluppo e progresso. http://www.misuredelbenessere.it

Il progetto per misurare il benessere equo e sostenibile – nato da un’iniziativa congiunta del Cnel e dell’Istat – si inquadra nel vivace dibattito internazionale sul cosiddetto “superamento del Pil”, stimolato dalla diffusa convinzione che i parametri sui quali valutare il progresso di una società non debbano essere solo di carattere economico, ma anche sociale e ambientale, corredati da misure di diseguaglianza e sostenibilità.
Dodici dimensioni del benessere rilevanti per il nostro Paese, 134 indicatori
La piattaforma visualizza valori e andamenti degli indicatori in tre modalità: grafici, mappe e tabelle. E’ possibile inoltre scaricare le serie storiche, esportare i dati in xls o csv, eseguire confronti tra regioni e macroregioni su più indicatori. Si segnalano le funzionalità: Checkup che definisce stato di salute di una regione , Benchmarking che permette il confronto tre o più Regioni; Report che produce un file pdf con le informazioni degli indicatori presenti nelle dimensioni selezionate; Gap Analisi che mostra lo scostamento tra due regioni in riferimento agli indicatori di una dimensione.

19 marzo 2012

Un libro (dal basso) sui beni comuni

Dal sito Produzioni Dal Basso un'indicazione: un libro collaborativo, o meglio "un libro [che] è un bene collettivo e autoprodotto". Raggiunto un certo numero di prenotazioni, il libro va in stampa. Si compra una quota del progetto editoriale, si ottimizzano le risorse.

Il titolo è VIAGGIO NELL'ITALIA DEI BENI COMUNI, a cura di Paolo Cacciari, Nadia Carestiato e Daniela Passeri, e l'intento è "offrire una panoramica (nient’affatto esaustiva) delle potenzialità che offrono forme di gestione di beni e servizi fuori dalle logiche del mercato profit-oriented".

Riportiamo qui quanto scritto su Produzioni Dal Basso (qui il link)

Viaggio nell’Italia dei beni comuni
Cosa tiene assieme un bosco e un teatro, un pastificio e un condominio, un acquedotto e un convento, un presidio e un orto, una laguna e un borgo, cento tetti fotovoltaici e i beni confiscati alle mafie, questo libro con tante altre esperienze di gestione condivise di beni e servizi comuni di cui nemmeno conosciamo l’esistenza? 
Il volume individua e indaga una serie di ventiquattro casi di beni comuni già all’opera sparsi in tutta Italia gestiti con modalità non convenzionali e con una forte valenza partecipativa diretta e autenticamente democratica. Tratta di proprietà collettive di diverso genere, origine e costituzione. 
Come i casi descritti, anche questo libro è un bene collettivo e autoprodotto. L’obiettivo che ci siamo dati è offrire una panoramica (nient’affatto esaustiva) delle potenzialità che offrono forme di gestione di beni e servizi fuori dalle logiche del mercato profit-oriented. Forme miste, tradizionali o modernissime, che in alcuni casi risalgono a consuetudini secolari, in altri seguono decisioni razionalissime di persone che hanno scelto liberamente di mettere in comune i propri saperi e i propri averi. I commons (già indagati dal premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom) non sono affatto relitti di epoche passate, ma una indicazione per aiutarci ad immaginare un altro domani, un’altra modernità, un altro modo di concepire le relazioni umane.
Il volume, curato da Paolo Cacciari, Nadia Carestiato e Daniela Passeri, è aperto da un saggio di Alberto Lucarelli, Verso la democrazia del “comune”.
Percorrendo l’Italia da Levante a Ponente, i casi analizzati sono: 
Riace ospitale (Giovanni Maiolo e Anna Maria Graziano). L’acqua di Napoli: storia partecipata della ripubblicizzazione (Renato Briganti). Libri in comune (Ileana Bonadies). L’autoricostruzione a Pescomaggiore (Filippo Tronca). La Comunità di Marano e la sua laguna (Nadia Carestiato). Coltivare il bene comune sulle terre dei boss (Francesca Forno). I beni civici di Pesariis (Delio Strazzaboschi). L’Università degli Uomini di Costacciaro: ecologisti ante litteram (Barbara Mariotti). Il Teatro Valle: un cammino ri-costituente (Ugo Mattei). Spiazzi Verdi alla Giudecca: una comunità in costruzione (Eliana Caramelli). La Casa dei Beni Comuni a Venezia (assemblea del Laboratorio Morion). Il Consorzio degli Uomini di Massenzatica: reddito e occupazione per la comunità (Carlo Ragazzi). Le Regole che salvano la montagna (Edoardo Nannetti). I casali occupati del Monte Peglia (Barbara Colombo e Prem Singh). Le clarisse di Camposampiero: il monastero come esempio di gestione collettiva (Lucia Piani). I coltivatori si fanno la pasta: la storia della cooperativa Iris (Chiara Spadaro). Un condominio in co-housing a Fidenza (Daniela Passeri). Il sole in comune a Morbegno (Mauro Del Barba). Le terre civiche in Ogliastra: un progetto di sviluppo locale (Stefania Aru, Davide Cao, Mauro Frau, Patrizio Manca, Maria Giuseppina Antonella Seoni). Il pane comune in Brianza (Daniela Passeri). I consorzi idrici nell’Oltrepo Pavese (Emilio Molinari). Il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino (Daniela Passeri). Torri Superiore, un borgo recuperato (Lucilla Borio e Massimo Candela). Val di Susa, territorio a “titolarità diffusa” (Chiara Sasso). 

Marotta&Cafiero editori 

13 febbraio 2012

E smettiamola col petrolio, su

Nonostante le importazioni siano diminuite di 388mila barili al giorno rispetto al 1999, in Italia spendiamo mediamente 55 miliardi di dollari ogni anno per importare petrolio, 43 miliardi in più di spesa rispetto a 13 anni fa e le cose non vanno meglio per molti altri paesi del mondo. Come spiegano i ricercatori James Murray e David King sulla rivista scientifica Nature, l’offerta di petrolio non riuscirà nei prossimi anni a sostenere la crescita della domanda. Le stime sulle disponibilità dei nuovi pozzi non sono affidabili e le compagnie petrolifere tendono a dare dati fuorvianti o poco precisi, per gestire con più efficacia i prezzi. La produzione dei campi petroliferi sta diminuendo in tutto il mondo a un tasso compreso tra il 4,5 e il 6,7 per cento. La scarsità della risorsa, spiegano i ricercatori, diventerà probabilmente l’incentivo principale per la ricerca di altre fonti di energia e avrà un peso maggiore rispetto alle preoccupazioni per l’ambiente.


(continua su Il Posthttp://www.ilpost.it/2012/02/13/riserve-costi-petrolio/

6 settembre 2011

Se l'Italia va in fallimento

Trovato qui.

Default. Ok, ma cosa comporterebbe per me?
Forse sarà il caso di cominciare a rifletterci. I nostri politici non sembrano un granché consapevoli di ciò che sta accadendo. Ma anche i cittadini paiono abbastanza distratti. E c’è perfino chi invoca il default come una manna che risolverebbe tutti i problemi del paese. Dunque, forse, è giunta l’ora di porsi seriamente la domanda: cosa succede a me se l’Italia va in default?
Difficile rispondere, salvo dire che sarebbe l’evento più traumatico affrontato dal paese dai tempi della seconda guerra mondiale. Non perché non vi siano esempi in età contemporanea di paesi che non sono stati in grado di onorare i propri impegni finanziari (Corea del Nord, Argentina, Russia solo per citarne alcuni), ma perché il default sul debito italiano sarebbe veramente un evento epocale, una crisi finanziaria come il pianeta non ha conosciuto dai tempi dei grandi conflitti mondiali. L’Italia possiede il primo debito pubblico in Europa per un valore pari a circa 1900 miliardi di euro. Il mercato BTP era considerato, fino a non poco tempo fa, come uno dei più liquidi su cui investire. Dunque nelle grandi istituzioni della finanza vi sono depositati enormi quantità di titoli pubblici italiani che, a Wall Street, senza tanti giri di parole, vengono già apertamente paragonati ai tanto famigerati titoli tossici di tre anni fa (i subprime, ricordate?). Ed infatti già è partita la gran corsa a liberarsene il più in fretta possibile. I record registrati dallo spread del BTP decennale sull’equivalente bund tedesco stanno a rappresentare proprio questa corsa alla salvezza dal rischio di un default dell’Italia. Nessuno sa di preciso cosa accadrebbe. Tutti però sanno che sarebbe devastante.
 Ma aldilà delle ripercussioni sulla finanza globale (come, ad esempio, la fine dell’euro e una crisi finanziaria globale senza precedenti) che già di per se dovrebbero destare enormi preoccupazioni (una tale crisi infatti avrebbe immediate e devastanti ripercussioni sull’economia globale con l’avvio di una crisi economica che colpirebbe tutte le principali economie del mondo, in particolare la nostra), cosa accadrebbe ai cittadini normali? Ripeto, difficile rispondere, ma sarà meglio cominciare a farsi un’idea, anche a costo di essere brutali.
Come prima cosa partirebbe la corsa agli sportelli delle banche. In verità, come ci raccontano le cronache, questa corsa è già partita in sordina, soprattutto per portare fuori dalle filiali tutta quella liquidità che è a maggior rischio di essere soggetta ad imposte di emergenza come i patrimoni evasi. Partita la corsa, le banche si ritroverebbero presto a corto di liquidità e i cittadini finirebbero rapidamente per trovare le serrande alle filiali con la scritta “chiuso fino a data da destinarsi”. A questo punto, i risparmiatori, finalmente resisi conto della serietà della cosa, correrebbero ai supermercati per fare provviste, salvo rendersi conto che le loro carte di credito e i bancomat non vengono più accettati. E mentre il commercio andrebbe in tilt, le banche si vedrebbero costrette a chiudere le linee di credito verso le aziende. Come noto, le nostre aziende sono straordinariamente sottocapitalizzate e dipendono in modo essenziale dal credito. Comincerebbero a saltare i pagamenti. Prima si tagliano i fornitori con aggravio ulteriore della posizione di cassa delle aziende. Ma ad un certo punto, arriverebbe il giorno degli stipendi, e sarebbero fortunati coloro che si trovassero a ricevere solo una decurtazione nella busta paga. Peggio andrebbe ai dipendenti pubblici e ai pensionati. Con lo stato incapace di reperire liquidità sui mercati, si andrebbe a raschiare il barile e sarebbero in tanti a rimanere completamente a secco. Nel frattempo l’Italia sarebbe già fuori dall’Euro, costretta a reintrodurre la lira. Evviva, grideranno in molti, soprattutto le imprese esportatrici, a partire da quelle manifatturiere che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale. Con il ritorno alla lira, in automatico partirebbe la svalutazione che renderebbe più competitivi i nostri prodotti sui mercati internazionali. Certo! Peccato però che il debito pubblico, oggi al 120% del PIL, è stato in buona parte emesso in euro. Quindi, altrettanto automaticamente, si assisterebbe ad una rivalutazione del debito che non farebbe fatica a raggiungere il 200% del PIL, rendendo, a quel punto, qualsiasi futura azione di ristrutturazione l’equivalente di una carneficina. E non parliamo del peso che graverebbe sulle generazioni future.
E tutto questo non sarebbe che l’inizio. Con il commercio in tilt, le aziende a secco e lo stato incapace di pagare anche la cancelleria, seguirebbe una crisi devastante con un’inflazione a due-tre cifre, milioni di nuovi disoccupati, il crollo dei valori immobiliari e i risparmiatori sul lastrico. Ed un giorno avremmo anche la notizia di pugliesi sui gommoni che schivano le vedette della guardia costiera albanese per raggiungere le coste di quel ormai prospero paese….
Ripeto, si tratta di una brutalizzazione. Molti di questi eventi comincerebbero a manifestarsi già prima di un default. Ma che dite? Vogliamo provarci seriamente ad evitare questo scenario?

25 luglio 2011

Far saltare il dispositivo Maastricht, E poi?

Bifo, da qui


Rivolte nelle strade di Londra di Roma e di Atene, occupazione di centinaia di piazze nelle città spagnole. Quel che è accaduto tra l’autunno 2010 e la primavera 2011 non è stata un’improvvisa effimera esplosione di rabbia ma l’inizio di un processo che continuerà per anni e crescerà raccogliendo forza e visione strategica.

Un processo simile è iniziato nelle città arabe. Quella che vediamo là non è una rivoluzione per la democrazia, come dicono ipocritamente gli occidentali. Non è in vista nessuna democrazia nei paesi arabi, né alcun segnale di stabilizzazione post-rivoluzionaria. Quel che vediamo in Nord Africa come nel Medio Oriente è l’emergenza di una nuova composizione sociale fondata sul lavoro precario cognitivo, sull’intelligenza sociale collettiva che è sottoposta al dominio dell’ignoranza religiosa della privatizzazione economica e della corruzione. E’ l’inizio di una rivolta dilungo periodo destinata a convergere con quella europea.

Dieci anni fa, in seguito al dotcom crash che segnò la crisi della new economy, il semiocapitalismo finanziario iniziò lo smantellamento della forza politica dell’intelletto generale.

La privatizzazione delle risorse comuni della conoscenza e della tecnologia, la precarizzazione e lo sfruttamento crescente del lavoro cognitivo avanzarono insieme. Ora, in seguito al collasso finanziario del settembre 2008 il capitalismo finanziario ha lanciato l’aggressione finale. La spesa sociale viene tagliata, la scuola pubblica e l’università vengono distrutte, la ricerca è sottoposta a strategie di profitto di breve termine. L’insieme della società viene aggredita, impoverita, minacciata e umiliata, per imporle di pagare il debito accumulato dalla classe finanziaria.

Nei prossimi mesi le lotte sono destinate a proliferare radicalizzarsi. Questo è inevitabile, perché è la sola alternativa alla miseria e alla depressione generale.

Combatteremo uniti. Ma non basterà. Il problema che dobbiamo affrontare adesso è un problema d’immaginazione, non di forza. Cosa verrà fuori dalla insurrezione che si prepara in Europa?

Tutti vediamo il pericolo del crollo d’Europa: il ritorno dei peggiori incubi è già percepibile nell’espansione del nazionalismo del populismo mediatico e del razzismo nella psiche sociale.

L’assassino nazista di Oslo e i figuri leghisti che si riuniscono a Monza per celebrare i loro riti razzisti fanno parte dello stesso processo: la frustrazione ignorante e il fanatismo si saldano in una miscela tremenda di tipo nazista che è già forza di governo in paesi come l’Ungheria.

Cerchiamo di capire le premesse di questa situazione.
L’Unione Europea, che nel dopoguerra ha rappresentato una speranza di solidarietà sociale, negli anni della svolta neoliberista venne riprogrammata come congegno di governance monetarista, con una fissazione centrale: ridurre il costo del lavoro, ridurre la quota di reddito che va ai lavoratori.
In ossequio al nuovo dogma liberista e monetarista, nel 1993 venne costruito un dispositivo politico-finanziario che prese nome di Trattato di Maastricht.
Questo dispositivo comporta alcuni criteri che debbono essere rispettati dagli stati che non vogliano essere espulsi dall’UE. I criteri fondamentali sono questi:

Il rapporto tra deficit pubblico e PIL non deve essere superiore al 3%.
Il rapporto tra debito pubblico e PIL non deve essere superiore al 60% .
Il tasso d'inflazione non deve superare l'1,5% rispetto a quello dei tre Paesi più virtuosi.
Il tasso d’inflazione a lungo termine non deve essere superiore al 2% del tasso medio degli stessi tre Paesi.

L’ordine monetario dell’unione europea viene sottoposto alla supervisione della Banca Centrale Europea, il cui statuto prevede una completa autonomia rispetto alle decisioni del Parlamento europeo e dei Parlamenti nazionali, e stabilisce una finalità primaria dichiarata, che è quella di contenere l’inflazione.
Questo ferreo dispositivo giuridico-finanziario sul quale si fonda l’Unione Europea funziona come un automatismo che governa i processi di decisione politica e in ultima analisi costituisce un limite per le possibilità di immaginazione della società europea. Funziona in modo tale da costringere i paesi dell’Unione a ridurre il costo del lavoro, a ridurre la massa di risorse investite nel benessere della società, per contenere l’inflazione, per ridurre il deficit pubblico e per aumentare il profitto finanziario.
Naturalmente si potrebbero perseguire strategie differenti, come quella di tassare le transazioni finanziarie e di tassare i grandi patrimoni. Ma nel dispositivo neoliberista queste misure sono interdette, impronunciabili. Di conseguenza l’applicazione dei criteri di Maastricht ha prodotto negli ultimi due decenni uno spostamento gigantesco di risorse dal lavoro verso il capitale e dalla società verso la rendita finanziaria.

L’Europa è un continente ricco, ricchissimo. Milioni di tecnici, ingegneri, medici, progettisti, architetti, poeti, artigiani, biologi, insegnanti, donne e uomini di ingegno e cultura raffinata hanno reso questo continente agiato, comodo, piacevole. Da cinque secoli la borghesia, classe laboriosa e disciplinata ha progettato le città, le fabbriche, le strutture della vita civile. Una classe operaia vastissima, addestrata, qualificata e costretta alla disciplina ha innalzato ponti e grattacieli, prodotto milioni di macchine e macchinette.
Con la lotta sindacale e politica la classe operaia ha imposto alla borghesia di condividere parte della ricchezza prodotta, così che una parte vastissima della società europea ha potuto godere dei prodotti del lavoro industriale, e ha potuto avere accesso ai servizi che rendono la vita tollerabile, talvolta perfino piacevole.
Poi è arrivata la deregulation, la competizione internazionale si è fatta sempre più feroce, e la borghesia industriale ha dovuto cedere il posto di comando a una classe eterogenea, più spregiudicata e poliglotta, spesso arricchita grazie ad affari criminali, che detiene e maneggia un capitale immateriale, puramente semiotico: la classe detentrice del capitale finanziario.
Si tratta di una classe de territorializzata che possiamo definire come classe virtuale, in quanto essa sfugge all’identificazione fisica, territoriale, eppure i suoi movimenti e le sue scelte producono effetti visibilissimi nel corpo vivente della società. La classe finanziaria ha carattere virtuale perché essa non si presenta con un volto riconoscibile, ma piuttosto agisce come pulviscolo di innumerevoli scelte compiute da agenzie impersonali, come sciame guidato da una volontà inconsapevole.
Per quanto non identificabile e pulviscolare la classe de territorializzata della finanza sta imponendo all’Unione Europea il dogma secondo cui la società europea deve diventare povera, miserabile, infernale per essere competitivi sui mercati internazionali.

Il dispositivo Maastricht ha cominciato a funzionare come un sistema di automatismi tecno-finanziari il cui effetto è il contenimento e la riduzione della spesa sociale e l’aumento della rendita finanziaria.
Questi criteri non sono affatto naturali né inevitabili, ma neppure sono il risultato lineare di scelte politiche individuabili. Essi si impongono con la forza dell’automatismo. Possiamo definirli come dispositivo, cioè prodotto dell’azione umana che si sottrae alla volontà e si sovrappone all’azione umana, automatismo che pre-dispone l’azione umana a ripetere una procedura. Dopo il 2008, dopo la crisi dei mutui immobiliari americani e il successivo sconquasso della finanza occidentale, la rigidità dei criteri di Maastricht ha impedito qualsiasi flessibilità della decisione politica.

Il dispositivo Maastricht ha fatto fallimento. La crisi greca e tutto quel che segue é dimostrazione del fatto che questi criteri non hanno prodotto dei buoni risultati. Andrebbero rivisti, in modo da rilassare un po’ il respiro degli europei, in modo da restituire risorse alla società.
Ma l’autorità europea (che è un’autorità unicamente finanziaria, dal momento che l’autorità politica non conta niente) applica questi criteri in maniera tanto più fanatica quanto più fallimentare.
A partire dalla crisi greca della primavera 2010 l’effetto del dogmatismo neoliberista e monetarista è visibile: peggioramento delle condizioni di vita della società, aumento della disoccupazione, smantellamento delle strutture della vita civile e dei servizi sociali, insomma impoverimento generalizzato.
La classe finanziaria (le banche, le assicurazioni, il mercato borsistico), che pure hanno lucrato sul rischio (ad esempio imponendo alti interessi sui Credit Default Swaps) ora rifiutano di assumersi le conseguenze di quel rischio, e vogliono scaricarlo sulla società.
Per pagare il debito accumulato negli ultimi decenni dalla classe finanziaria, la società europea viene sottoposta a un dissanguamento generalizzato:
il sistema educativo, che costituisce il pilastro fondamentale per lo sviluppo civile, viene de finanziato, ridimensionato, impoverito, privatizzato in parte.
Il sistema sanitario viene definanziato e tendenzialmente privatizzato.
Le strutture di trasporto e di approvvigionamento energetico vengono privatizzate e quindi sottoposte a logiche economiche del tutto estranee ai bisogni della collettività e funzionali soltanto agli interessi del ceto finanziario, e agli obiettivi strategici della Banca centrale.

Insomma, la società europea viene drasticamente impoverita, tendenzialmente devastata e imbarbarita, pur di non scalfire il castello d’acciaio della cosiddetta stabilità finanziaria.
Se questo è il prezzo dell’adesione all’Unione Europea, presto nessuno vorrà più pagarlo, e allora si rischia il crollo dell’Unione, la cui conseguenza può essere la moltiplicazione dei populismi territorialisti e mediatici, il diffondersi della peste fascista e razzista ai quattro angoli del continente. l’Italia ha anticipato questa tendenza, con il lungo predominio del partito mafioso di Berlusconi e del partito razzista di Bossi.

L’insurrezione europea è nell’ordine dell’inevitabile. Il problema non è organizzarla, si organizza da sé. Il problema è immaginarne l’esito, costruire le istituzioni che rendano possibile l’autonomia della società dalla catastrofe inarrestabile dell’economia capitalista.

Bifo
25 luglio 2011


5 luglio 2011

L'ossimoro del capitalismo ecologista

Una buona intervista a Severino, su Il Manifesto.

... andiamo verso un tempo in cui il mezzo tecnico, essendo diventato la condizione della sopravvivenza dell'uomo - ed essendo anche la condizione perché la Terra possa esser salvata dagli effetti distruttivi della gestione economica della produzione - è destinato a diventare la dimensione che va sommamente e primariamente tutelata; e tutelata nei confronti di tutte le forze che vogliono servirsene. Sommamente tutelata, non usata per realizzare i diversi scopi «ideologici», per quanto grandi e importanti siano per chi li persegue. Ciò significa che la tecnica è destinata a diventare, da mezzo, scopo. Quando questo avviene, capitalismo, sinistra mondiale, democrazia, religione, ogni «ideologia» e «visione del mondo», ogni movimento e processo sociale, diventano qualcosa di subordinato; diventano essi un mezzo per realizzare quella somma tutela della potenza tecnica, che è insieme l'incremento indefinito di tale potenza.. Perciò spesso dico che la politica vincente, la «grande politica», sarà delle forze che capiranno che non ci si può più servire della tecnica. La grande politica è la crisi della politica che vuole servirsi della tecnica. Non si tratta di un processo di «deumanizzazione», o «alienazione», come invece spesso si ripete, dove l'uomo diventerebbe uno «schiavo» della tecnica; perché in tutta la cultura - anche in quella che alimenta ogni più convinto umanesimo - l'uomo è sempre stato inteso come essere tecnico. Le sto descrivendo il futuro: non prossimo, ma neanche remoto. In questo senso appunto parlo da decenni di inevitabilità del tramonto del capitalismo.

31 maggio 2010

Critica dell'automobile


Daniel Cohn-Bendit, europarlamentare verde e leader di Europe écologie, propone nel suo ultimo lavoro “Osare di più” riflessioni sul futuro della politica e sull’economia ecologica. Avanzando proposte radicali.
"Osare di più. Morte e rinascita della politica” è l’ultima fatica  di Daniel Cohn-Bendit, in uscita per i tipi “I libri necessari” della neonata “edizioni dell’Asino”, un progetto editoriale frutto della collaborazione tra Lunaria e Lo Straniero con la partnerschip di Redattore Sociale. Ne pubblichiamo una anticipazione con la cortese autorizzazione dell’editore. E’ possibile acquistare il libro anche dal sito www.asinoedizioni.it La sintesi del testo che segue - a cura di Gianpaolo Silvestri - è parte del capitolo “Per una nuova ecologia politica” raccolto da Giulio Marcon e rivisto dall’autore. 
Innanzitutto dobbiamo ricordare un dato fondamentale, da cui partire: oggi abbiamo raggiunto un livello impressionante di sovrapproduzione dell’automobile. Per l’Unione Europea la produzione di automobili è certamente un fatto importante: in Europa si concentra quasi il 35% della produzione automobilistica mondiale. Ogni anno si producono più di 19 milioni di automobili e l’industria automobilistica coinvolge oltre 12 milioni di famiglie. È un fatto importante. C’è un però. C’è una crisi di sovrapproduzione. ..Produciamo molte più automobili di quelle di cui abbiamo bisogno: questo il dato di fatto. Perciò, non è vero che oggi sia possibile salvare contemporaneamente le industrie della Fiat, dell’Opel, della Peugeot, della Mercedes e altre ancora…Oggi abbiamo una sovrapproduzione del 30% di automobili in Europa: non è possibile mantenere questi livelli di produzione e non è possibile salvare contemporaneamente tutte le fabbriche di automobili europee. È impensabile, a meno che di non mettere in campo una politica assistenzialista di stato per la produzione di merci di cui non abbiamo bisogno e che fanno male al nostro ambiente. Il tutto a carico dei cittadini.
Ma, purtroppo, il discorso economico prevalente sull’automobile nella sinistra tradizionale e nella destra è sempre lo stesso: bisogna salvare l’industria automobilistica, è necessario rilanciarla e svilupparla, bisogna dare nuovi e sempre più consistenti incentivi, eccetera. È un discorso vecchio e sbagliato; ed è lo stesso discorso che si faceva vent’anni fa sulla siderurgia, di fronte alla crisi evidente di una produzione che – oltre a essere dannosa per l’ambiente – era condannata a essere ridotta e limitata…Si trattava di un settore produttivo indifendibile: si è tentato l’impossibile, sono stati spesi un sacco di soldi e l’obiettivo non è stato raggiunto. Lo stesso discorso si può fare per l’industria automobilistica. Dobbiamo avere il coraggio di dire a tutti noi, alla politica, alle imprese, ai sindacati, ai lavoratori, alla società: l’era dell’automobile è finita e dobbiamo pensare a come gestire la sua riduzione e limitazione, non a come salvarla e rilanciarla. Dobbiamo porre fine a questa illusione e all’idea che si possa rilanciare l’economia attraverso la produzione automobilistica, un settore produttivo che non ha futuro. Dobbiamo chiedere alla politica europea di assumersi la responsabilità di un nuovo modello di sviluppo e di una nuova mobilità che non sia più fondata sull’uso privato dell’automobile. In questo senso sarebbe necessario creare una sorta di Agenzia europea per la trasformazione dell’economia e utilizzare il Fondo europeo per lo sviluppo regionale per favorire iniziative di riconversione e cambiamento delle produzioni. Perché più in generale dobbiamo essere consapevoli che una parte della attività industriale (oltre alla siderurgia e a quella automobilistica) del’900 è condannata inesorabilmente a scomparire. Per questo dobbiamo essere in grado di anticipare il più possibile i tempi, evitando un assistenzialismo che non serve a nulla, e avere il coraggio di investire in altre produzioni, compatibili con la crisi ecologica che stiamo vivendo.
Giustamente si dice che tra qualche anno, quando tutte le famiglie cinesi e indiane avranno una automobile, o più di una come succede da noi, (e anche magari un condizionatore d’aria, un frigorifero, una lavatrice, una lavastoviglie, eccetera) il nostro mondo andrà in rovina: l’inquinamento sarà insostenibile e il consumo di energia oltre ogni livello accettabile. Ma c’è una considerazione in più da fare, ed è questa. Se pensiamo che questa richiesta di beni dei cinesi e degli indiani possa essere soddisfatta dalle nostre industrie, ci illudiamo. I cinesi e gli indiani non compreranno certo le nostre automobili, se non in minima misura, perché se le produrranno – e già se le producono – nel loro paese con le loro industrie (e naturalmente a prezzi inferiori dei nostri). È un’illusione che i nostri mercati e le nostre industrie (e questo vale anche per gli altri settori produttivi) possano produrre per la Cina, per la l’India e magari anche per la luna. Questa è – appunto – una pura illusione, generata da una visione economica, quella del produttivismo illimitato, che non ha alcun futuro nel mondo globalizzato.
Analizziamo ad esempio le misure – come la rottamazione – che molti paesi europei hanno preso in questi mesi per far fronte alla crisi dell’automobile: una misura che alcuni di questi paesi prendono in realtà normalmente, anche in periodi in cui non c’è crisi economica. Si tratta di una misura assistenzialistica, ormai, ordinaria e continuativa. La rottamazione è una misura inutile e dannosa. È una misura che non serve a nulla. È una boccata d’ossigeno per un sistema economico e produttivo insostenibile e che non ha futuro. Lo stato dà questi soldi per niente, sono soldi buttati al vento…. 
Per dare un futuro all’industria automobilistica – per farla sopravvivere ancora per un po’ – l’unico modo sarebbe quello di costringere le persone a cambiare sempre più velocemente la vecchia macchina con una nuova: oggi, magari, cambiandola ogni tre-quattro anni, e poi domani ogni due, e dopodomani una volta l’anno. Ma questa è una vera follia e ci porterà al disastro ecologico e sociale. È vero che nel’900 l’automobile è stata un simbolo di modernizzazione, di stile di vita, anche di libertà e di democrazia, di avanzamento ed emancipazione sociale, ma oggi non è più così. Dobbiamo avere il coraggio di dire alle persone: è ora di cambiare totalmente e radicalmente il sistema della mobilità esistente. Quello dello sviluppo illimitato della produzione delle automobili ci porta al disastro ambientale e sociale. Il futuro non è dell’automobile... 
Dobbiamo porre fine a un sistema della mobilità fondato sull’automobile privata e a un modello di sviluppo economico fondato sulla produzione di automobili. Le automobili vanno certamente rottamate, ma definitivamente, non per farne delle altre.

12 marzo 2010

E se domani io non potessi rivedere te...

... e quindi Mina concludeva: "E se domani e sottolineo "se" all'improvviso perdessi te avrei perduto il mondo intero non solo te."

E se quel "te", invece che una persona fosse il petrolio e le altre risorse energetiche di origine fossile a dileguarsi improvvisamente dalle nostre case, dai nostri campi, dalle nostre auto, che faremmo?

Questa è la domanda, non tanto provocatoria, che ha dato la direzione alla ricerca dal titolo: NUOVI SISTEMI ECONOMICI LOCALI.
E' un lavoro che sta portando avanti e-Labora, d'intesa con la nostra Rete e che sarà presentato verso fine aprile all'assemblea degli aderenti ResFVG, aperta ad altri soggetti che hanno collaborato alla riuscita dell'iniziativa.

Detto in sintesi, l'obiettivo della ricerca è dimostrare che, anche al verificarsi dell'ipotesi catastrofica sopra decritta, se le comunità regionali del Friuli Venezia Giulia sapranno organizzarsi per tempo, è possibile conseguire la sussistenza alimentare e energetica senza dover dipendere dalle importazioni di tali beni.
Sia chiaro, è l'obiettivo minimo, ma che fa la differenza fra il poter sopravviere pacificamente ed il collasso del sistema.

La ricerca applica, alla scala locale, il modello stock - flussi messo a punto da Mauro Bonaiuti, partendo dal modello fondi - flussi di Georgescu Roegen.
Entrambi questi approcci partono da una critica radicale dell'imperante teoria neoclassica, che sostanzialmente si interessa molto di flussi, ma non tiene conto degli stock di materia ed energia (ambiente compreso) che, in un mondo finito, non sono inesauribili.
La ricerca ha quindi il compito di verificare se il Friuli Venezia Giulia ha uno stock di risorse naturali, in primis terra coltivabile, ma anche acqua, sole, biomasse, ecc. sufficienti per garantire i bisogni di sopravvivenza dei suoi abitanti: cibo ed energia per cucinare, riscaldarsi, ecc.
Se tali risorse sono sufficienti possiamo definire questa nostra realtà, ricorrendo ad un termine già in uso, Bioregione.

Ma uno dei passaggi fondamentali di questo lavoro consiste nel calare l'analisi a livello dei distretti di economia solidale che, come ha deciso a suo tempo l'Assemblea, per ora coincidono con le delimitazioni territoriali dei 19 ambiti socio assistenziali (Asa) della Regione.

Data la limitatezza dei tempi e delle risorse disponibili, abbiamo ritenuto sufficiente focalizzare l'attenzione solo sui determinanti identitari delle "comunità" distrettuali, scegliendo di svolgere l'indagine in tre aree campione:
l'Alto isontino (Asa 4), la zona Udinese (Asa 12), la montagna pordenonese (Asa 18).


In ciascuno dei tre distretti sarà organizzato un focus group, attraverso il quale si cercherà di capire le caratteristiche identitarie del luogo, ossia di valutare se lo stock di risorse storiche, paesaggistiche, culturali, professionali, ecc. sono idonee ad innescare un processo cooperativo di transizione verso un'economia e una società solidali.
E' un primo passo, soprattutto utile per mettere a punto una metodologia di ricerca che deve proseguire nel tempo e interessare tutti e 19 i distretti della regione.

E' qui la parte più interessante di questa comunicazione: vogliamo dare seguito alla ricerca applicando il metodo partecipativo.
Una volta strutturato, seppure in modo flessible, un indice ragionato degli argomenti, ogni persona potrà inserire il suo contributo di conoscenze teoriche e/o pratiche, contribuendo alla crescita cumulativa e orinata del sapere e saper fare condivisi.
La piattaforma di questo lavoro potrebbe trovarsi sul nostro blog, applicando ad esempio la struttura di wikipedia. Comunque, una qualche struttura ad albero dove sia facile individuare la parte in cui inserire il proprio contributo. Ad esempio, se so come organizzare un Gas, andrò alla ricerca del ramo dedicato a questo tipo di buona pratica e inserirò la descrizione della mia conoscenza accanto ai contributi dello stesso tipo già inseriti.
Spero di essere stato suffcientemente chiaro. Se così non fosse mi scuso e comunque attendo eventuali osservazioni, suggerimenti, critiche.

31 gennaio 2010

Ore cruciali per gli OGM


C'è un maiscoltore friulano, Silvano Dalla Libera, che tre anni fa ha fatto ricorso al Consiglio di Stato per poter coltivare sementi OGM. E il Consiglio di Stato gli ha dato ragione, visto che vi è una precisa Direttiva europea al riguardo, e il Ministero delle Politiche Agricole è conseguentemente tenuto a rilasciare l'autorizzazione alla coltivazione biotech.
Non è dunque possibile, secondo il Consiglio di Stato, che uno Stato, una Regione o un Comune si dichiari Ogm-free.

Dalla Libera è anche vicepresidente di FuturAgra, l’associazione nazionale di imprenditori agricoli, guidata da Duilio Campagnolo e con sede a Pordenone, favorevole all'introduzione di sementi OGM.

Ma già il precedente Ministro delle Politiche Agricole, Alemanno, tanto quanto l'attuale, Luca Zaia, sono decisamente contrari alle coltivazioni biotech, e nel corso degli anni hanno bloccato qualsiasi sperimentazione. In Friuli, medesima posizione è sostenuta dall'assessore Violino, con alleati bipartisan.

La notizia è su Blogeko e sul Messaggero Veneto, su ilSole24ore, su Corriere.it e su repubblica.it.

26 aprile 2009

Reportage dalle Venice Sessions

Esiste il modo in cui raccontiamo il futuro, e questo racconto ha delle conseguenze.

Telecom Italia e Nòva24 - Il Sole 24 ore, con il contributo dei curatori Luca De Biase e Giuliano da Empoli, sono partiti da qui, dalle conseguenze, per chiedersi: come si può narrare il futuro?
È tramontata l’era delle certezze alimentate dai professionisti delle previsioni, i cosiddetti futurologi. Resta, però, l’esigenza di comprendere gli scenari mutevoli e complessi generati dalla globalizzazione: è una sfida che l’Italia non può rimandare per cogliere le opportunità di cambiamenti epocali.

Invitati da Telecom Italia e da Nòva 24, tecnologi e umanisti si incontrano a Venezia nel convento di San Salvador, sede del Future Centre di Telecom Italia.

Narratori e imprenditori, filosofi e scienziati, artisti e giornalisti: sono menti sorprendenti che si confrontano in eventi ogni volta diversi capaci di stimolare la creatività. Insieme esprimono un’intelligenza collettiva curiosa, fertile, imprevedibile. Che esplora il futuro interrogandosi sulle esigenze del Paese: il racconto di esperienze, visioni e progetti diventa, infatti, un metodo di ricerca in grado di unire culture differenti in un percorso condiviso.

Gli argomenti toccati dagli speaker, poi, vengono rielaborati in mappe concettuali che il pubblico può commentare sul web e sui Social Network. Arricchendo, così, la narrazione di un futuro che appartiene a tutti.

Segnalo qui un interessante quanto articolato reportage di Irada Pallanca dedicato alle Venice Sessions dello scorso 31 marzo, ripreso da Key4Biz.

9 marzo 2009

Se vedi la crisi, stai già meglio

Partendo dagli interessanti commenti di Alberto Cottica, risalgo fino a First Draft inseguendo Enzo Rullani e la sua visione sull'attuale crisi economica.

Liberismo o statalismo sono vecchie ricette per pensare il problema e cercare soluzioni, dice Rullani. Anzi, questi stessi concetti come le parole che li esprimono recano con sé una visione novecentesca, ancora lineare e industriale, poco adatta a società postindustriali: si tratta di letture ed interpretazioni della realtà poco sistemiche, non in grado di cogliere in modo più ampio l'intero orizzonte del cambiamento socioeconomico attuale, incapaci di prendere appieno in considerazione le conseguenze della globalizzazione e l'attenzione per i beni comuni.


Come superare la crisi economica

Vi proponiamo di seguito un estratto dell’articolo di Enzo Rullani sulla crisi economica.

C’è in giro una vulgata della crisi che la considera quasi una disgrazia venuta dal cielo, o il frutto di una serie di esagerazioni, imbrogli ed errori, a cui, oggi, occorre rimediare.[…] Di qui la domanda ricorrente: chi è la colpa di tutto questo? E la risposta, sbagliata ma non per questo meno convinta: degli altri, naturalmente. […] La verità è che la crisi non è dovuta ad errori fatti da liberisti o statalisti in buona fede, né da sabotatori dei due modelli infiltrati nel meccanismo. Ossia ad eventi che possono essere “curati” espellendo guasti e guastatori dalla fisiologia dei due modelli ideali che ancora una volta si contendono il campo. […]
Le cause vere sono altre. Possiamo dire che oggi la situazione è particolarmente “dura” perché mette insieme, in realtà, tre crisi in una:

  • una crisi di domanda da interdipendenza non governata, che ha sfasciato i rapporti tra domanda e offerta, portando a picco i valori attribuiti dai mercati agli assets materiali e immateriali di cui disponiamo (e che non sono spariti, anche se nessuno li vuole comprare, trascinando i prezzi verso lo zero);
  • una crisi da squilibri competitivi non facilmente aggiustabili, dovuta alla perdita della distanza che isolava in precedenza paesi dotati di costi del lavoro assolutamente inconfrontabili e che oggi invece fanno parte dello stesso villaggio globale. Mettendo in moto dinamiche competitive di grande portata, tali da portare stabilmente fuori equilibrio molti capitalismi nazionali (tra cui il nostro), bisognosi di un drammatico riposizionamento;
  • una crisi da insostenibilità, in tutti quei campi – e sono molti: ambiente energia, cibo, cultura, conoscenza sociale – in cui la crescita è andata avanti dritta per la sua strada, senza curarsi di rigenerare le sue premesse.

Come uscirne?
Bisogna da questo punto di vista far leva non su inesistenti “poteri ordinatori” o regole a scala globale (che forse verranno o forse no), ma sui legami che sono giù presenti e attivi a scala più limitata (Stati nazionali, sistemi locali, filiere, comunità, famiglie). […] Sul terreno della competitività, il rimedio da proporre fin da ora è che i paesi high cost si attrezzino per usare i loro redditi (più alti) per investire nella creazione di conoscenze originali e di reti di relazione esclusive, tali da compensare i differenziali negativi di costo del lavoro, rendendo “morbido” l’inseguimento tra paesi ricchi e paesi emergenti, che oggi rischia di trasformarsi in uno scontro cruento, per la sopravvivenza. Il made in Italy è destinato a soffrire più di altri la crisi di competitività. […]
Nessuno, infine, si è dato carico degli elementi dissipativi che erano impliciti nello sviluppo, nel momento in cui consumava beni comuni, quelli che gli anglosassoni chiamano commons: ambiente, risorse naturali, cultura, conoscenza sociale. Tutti beni che, non essendo presidiati da un proprietario privato ed essendo solo in parte coperti da una tutela pubblica, sono stati quasi sempre consumati dalla produzione senza che i beneficiari si dessero carico di ricostituirli. […]
Chi deve pensare a trasformare l’uso dissipativo di beni comuni in valorizzazione riflessiva degli stessi?
Questo è un grande interrogativo e un discrimine politico vero: altro che continuare la guerra dei cento anni, tra liberisti e statalisti. Pensiamo a questa nuova frontiera della riflessione economica e della politica: la comunità reclama un uso del mercato e dello Stato che sia funzionale alla valorizzazione dei beni comuni, e chiama le intelligenze personali e le relazioni sociali a fare la loro parte, affiancando le forme tradizionali di mercato e di Stato che dovrebbero sempre più essere innervate di aspetti comunitari.

Enzo Rullani

La versione integrale dell’articolo è disponibile qui.


9 dicembre 2008

Udine e bilancio partecipativo

Dal blog di Marina Galluzzo, comunicatore pubblico per il Comune di Udine.

La città di Udine ha concluso in questi giorni la sua prima esperienza di bilancio partecipativo: un progetto sperimentale sviluppatosi, nell'arco di pochi mesi, attraverso assemblee pubbliche di quartiere e che ha visto l'Amministrazione Comunale interessata da un punto di vista squisitamente tecnico e di accompagnamento al processo.
Quella udinese non è la prima esperienza di Bilancio Partecipativo in Italia: i processi di partecipazione popolare, partiti già da qualche tempo, stanno ora assumendo anche in Italia dimensioni interessanti.
Il fatto che tali esperienze si sviluppino in un sistema di governo basato sulla democrazia rappresentativa induce a chiederci se e in che termini l'ampia formula di democrazia diretta possa convivere in questo sistema.
In questa prospettiva è bene chiarire come fin dall’origine del costituzionalismo moderno, l’esercizio “diretto” della sovranità si risolveva “nel deliberare, in regime di compresenza fisica dei consociati - sulla piazza pubblica”, senza la partecipazione di intermediari che si potessero frapporre fra il decisore e la decisione.
Al contempo tra la democrazia e il regime rappresentativo, si è da sempre tracciata una nettissima linea di demarcazione, diretta a chiarire la radicale differenza che le separa.
Ma, se il concetto di democrazia diretta, è ancora oggi quello dei classici, (cioè quello del “popolo adunato”), è pur vero che nelle società complesse, ogni tecnica decisionale comporta, pur sempre (oggi più che mai) una mediazione. Nelle società pluralistiche diviene infatti inevitabile una interposizione fra il popolo e la decisione politica, anche quando quella decisione viene imputata allo stesso popolo e ad una sua “diretta” manifestazione di volontà. La realtà dei fatti dimostra come l’opinione pubblica si forma pur sempre e anzitutto attraverso la mediazione dell’attività di partiti e gruppi, e, sopratutto, attraverso i mezzi di informazione che, spesse volte, prevaricano l'ideologia degli stessi gruppi e partiti politici (più deboli).
Per tutto ciò, allorchè si discuta di processi di Bilancio Partecipativo, si dovrebbe più correttamente utilizzare il termine di democrazia partecipativa, pur consapevoli che il Bilancio partecipativo presenta connotati propri e specifici che vanno ben oltre il significato della partecipazione degli istituti costituzionali del referendum abrogativo e di partecipazione popolare.

Non vi è dubbio peraltro che simili processi partecipativi siano nati dall'esigenza di affrontare criticità proprie della democrazia rappresentativa che, ai nostri fini, si possono riassumere in una duplicità di fattori:

1) - l'ampliarsi del principio di sussidiaretà.
Una sorta di invito allo Stato a non intervenire ogni qualvolta i cittadini e loro aggregazioni sociali (famiglia, associazioni ed altri "corpi intermedi", incluse le istituzioni locali) possono ‘fare da soli’. Il principio di sussidiarietà ha in sostanza innescato una catena di de-responsabilizzazioni progressive, con caratteristiche fortemente asimmetriche: infatti nell'epoca caratterizzata dal fenomeno della globalizzazione dei problemi viviamo una sempre più incisiva "localizzazione" delle soluzioni, che caricano le amministrazioni locali della responsabilità delle scelte (ma a cui, peraltro, non seguono adeguati trasferimenti di risorse, indispensabili per farvi fronte).
Questa crescita del decisionismo istituzionale locale, avviato con l'era dell'elezione diretta dei sindaci e della dimunizione di potere dei consigli comunali, è andata sempre più coniugando una creazione di spazi di partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni pubbliche.
Il coinvolgimento degli abitanti nelle scelte pubbliche diviene così quasi indispensabile sopratutto per ricostruire una fiducia dei cittadini nella politica, che possa darle ‘sostenibilità’ davanti alle continue crisi di legittimazione che ha attraversato nell’ultimo trentennio.
La riforma poi del Titolo V della Costituzione (2001) – con tutte le sue molteplici contraddizioni – si inserisce in questo percorso di sussidiarietà, diretto a valorizzare l’autonomia degli enti locali e degli istituti di partecipazione popolare. Il nuovo testo dell’art. 118 prevde così nuovi modelli organizzativi e di relazione tra amministrazione e cittadini, fondati sulla comunicazione e sulla co-decisione.
Con ciò rafforzando quel concetto di partecipazione evidenziato fin dai primi articoli della Costituzione, in cui appare chiara la convergenza tra sovranità popolare, partecipazione effettiva, uguaglianza sostanziale e pluralismo.

2) - la crisi del sistema dei partiti politici.
Già Carlo Esposito, giurista e filosofo del secolo scorso, aveva avuto modo di affermare che se un partito invece di rappresentare una ideologia e tendere al bene comune rappresentasse le esigenze di un gruppo di pressione economico, sarebbe di fatto un gruppo di pressione mascherato, e sarebbe per questo da combattere, da espellere dal Parlamento, da denunciare come scandaloso”
Il maestro filoso e giurista del secolo scorso precisa, tra l'altro, che l’azione dei partiti sui Ministri e sul Governo è lecita, ma “da condannare quando sia determinata da privati interessi” : la proiezione pubblica del partito, in quanto strumento di raccordo tra Stato e società civile con l'esclusiva funzione pubblica di trasmettere la volontà sovrana del popolo, non è compatibile, per Esposito, con l’inquinamento della politica da parte degli interessi personali ed economici.

In questa prospettiva non vi è chi non veda come l'inquinamento della politica con interessi personali ed economici di parte abbia avviato ad una crisi del sistema che, fin dagli anni 90, ha amplificato il senso di diffidenza e di sfiducia del popolo sovrano che ha finito col riversarsi sulle istituzioni, nucleo e fondamento della democrazia rappresentativa.
Se quindi i partiti sono chiamati a assolvere a una “funzione basilare nella vita della nostra democrazia rappresentativa”, ecco che, la crisi che oggi essi vivono si traduce e confonde nella crisi stessa della democrazia rappresentativa: con la naturale conseguenza della necessità di ricerca di nuove soluzioni.

È negli anni ’60 che il tema della partecipazione entra con forza nel dibattito politico italiano; sono gli anni dei consigli di fabbrica, consigli scolastici ed esperienze di urbanistica partecipata che avviano, nel decennio successivo, un percorso di elaborazioni normative.
La crisi degli anni ’90 ha portato poi alla differenziazione degli statuti comunali, soprattutto dopo la nuova legge elettorale del 1993 istitutiva dell’elezione diretta dei sindaci; mentre il Testo Unico degli Enti Locali del 2000, ha rafforzato il ruolo delle istituzioni più vicine al cittadino. Da allora hanno iniziato a costituirsi strumenti specifici e adatti ai diversi contesti socioculturali locali, con l’obiettivo di trasformare la partecipazione da risorsa simbolica in risorsa strumentale.
In Italia, la conoscenza del tema del Bilancio Partecipativo è avvenuta nel 1998, grazie ad alcuni studi universitari e alla neonata rivista ‘Carta’.
Se è vero che l’approccio al Bilancio Partecipativo è risultato fin da subito estremamente politicizzato , è pur altrettanto vero che oggi l'approccio al Bilancio Partecipativo appare più maturo, in quanto pensato e voluto quale strumento di relazione trilaterale tra amministrazioni, cittadinanza e apparato burocratico e, in ultima analisi, di miglioramento della gestione urbana.
Il Bilancio Partecipativo costituisce un percorso importante all’interno di queste sperimentazioni. In Italia, il dibattito sui ‘bilanci’ si è sviluppato in parallelo a quello dei Bilanci Sociali (strumenti diretti a misurare gli effetti in termini sociali delle politiche pubbliche) e ha trovato un terreno fertile alla comprensione del suo ruolo di strumento di rinnovamento politico/pedagogico centrale per l’arricchimento dell’autoconsapevolezza e del senso civico di cittadino.

L'esperienza di Udine, favorita e anticipata, dalla partecipazione alla Rete 9^ del Progetto europeo UR-BAL e successivamente dalla decisione consiliare di associarsi alla Rete del Nuovo Municipio è centrata in particolare sull’idea di portare avanti un’autoeducazione alla democrazia della cittadinanza, attraverso forme di co-decisione tra abitanti ed istituzioni relativamente ai nuovi investimenti strategici per il territorio. In tal senso Udine ha promosso e realizzato un progetto - ancorché sperimentale - di vero e proprio Bilancio Partecipativo, da non confondere con il Bilancio partecipato, il cui approccio sostanziale è ben diverso e certamente più riduttivo e limitante.
Si tratta di un percorso di coinvolgimento che presenta tutte le caratteristiche per tradursi in un percorso duraturo e strutturato dove i cittadini svolgono un ruolo attivo nella costruzione delle decisioni, e non certo di una partecipazione quasi ‘passiva’.

In tale prospettiva, Udine assume il ruolo e la funzione di "apripista" nell'ambito dell'intero territorio regionale, dove il Bilancio partecipativo, assieme al Bilancio Sociale, sono ancora al di là da venire.

20 novembre 2008

Moneta locale

In ordine di tempo, qui sul sito disinformazione.it trovate le ultime infervorate notizie sull'iniziativa di economia locale e solidale in Veneto centrata sull'adozione di una moneta locale, o meglio di un sistema di sconti denominato SCEC, Solidarietà ChE Cammina.

E' decisamente interessante notare come si tratti di iniziative perfettamente legali, fondate su valori di fiducia e scambio, capaci di operare concreti cambiamenti nel "funzionamento" delle economie locali.

Qualcuno conosce iniziative simili in Regione, ovvero azioni territoriali di qualità che agiscano sulle forme di remunerazione "alternativa" di beni e servizi?

9 ottobre 2008

La Transizione

Si è tenuto nei giorni scorsi alla Libera Università di Alcatraz il primo incontro di rilievo nazionale sulle pratiche di Transizione, per la creazione di nuove forme di economia locale.
Ne parlano Jacopo Fo, Daria e Marco, Terranauta, oltre a Cristiano sul suo ottimo blog "Io e la Transizione"

4 agosto 2008

Economia dei commons


Economia dei commons

tratto da Braudel, il blog di Luca DeBiase


L'Economist dedica una pagina all'economia dei commons. Giusto sul finire del summit di Sapporo sui creative commons (vedi Jc e cc.org).

Il tema è lanciato dal vecchio studio di Garrett Hardin che nel 1968 ha scritto «The Tragedy of the Commons» per dimostrare che se gli utilizzatori di un bene comune sono razionali tendono a consumarlo perché se ne avvantaggiano in modo diretto e immediato mentre il costo dell'aumentato sfruttamento è spalmato su tutta la collettività. I fatti però non hanno storicamente dato ragione a Hardin (i commons che funzionano bene abbondano, dai pascoli alpini della Svizzera ai sistemi di irrigazione della Spagna e delle Filippine). Tanto che Hardin stesso, prima di morire, ha ammesso che il suo saggio avrebbe dovuto chiamarsi «The Tragedy of Unmanaged Commons».

Elinor Ostrom, nel 1990, ha scritto «Governing the Commons» per descrivere le regole che garantiscono a un bene comune di funzionare nel tempo senza finire nella spirale dell'ipersfruttamento: quanto un partecipante prende deve essere proporzionale a quanto dà; l'utilizzo deve essere compatibile con il funzionamento strutturale del bene comune; tutti possono influire sulle decisioni che riguardano il bene comune; si dà maggiore importanza alla prevenzione degli abusi che alla punizione per l'irragionevole sfruttamento. Tutte regole che in effetti tendono a finire oggi nelle concezioni riguardanti il più ampio concetto di sostenibilità. Che non a caso riguarda innanzitutto l'ambiente, il grande bene comune dell'umanità, ma anche i beni culturali e i beni relazionali, cioè la qualità delle relazioni sociali.

L'argomento peraltro si fa più complesso nel caso dei commons di tipo culturale. Un pascolo è comunque un bene comune preciso e non replicabile. Ma nell'economia della conoscenza, la registrazione di alcuni beni ne consente la replicazione a basso costo e senza apparente perdita di valore. (Se io ho un'idea, la posso dare a un'altro senza privarmene...). Il contesto culturale ricco di idee disponibili come beni comuni è chiaramente più produttivo nell'economia della conoscenza (non si producono nuove idee senza abbeverarsi a quelle che sono già state prodotte in passato). E' vero nella scienza e nell'arte, ma lo è ancora di più nell'imprenditoria.

Il problema è che, sulla scorta dell'esperienza inglese delle recinzioni che ridussero lo spazio dei commons in campagna privatizzandone lo sfruttamento e lanciando un processo di intensificazione dello sfruttamento del suolo che portò alla rivoluzione agricola, da molti ritenuta preludio della rivoluzione industriale, l'industria culturale cerca il più possibile di aumentare lo spazio recintato dei beni comuni culturali (copyright ecc ecc).

In apparenza, lo sfruttamento privatistico dei beni culturali consente modelli di business scalabili che quindi generano ricchezze molto concentrate e molto ampie. Mentre i commons introducono regole orientate più alla sostenibilità che alla scalabilità, generando ricchezza diffusa ma non necessariamente in crescita veloce e concentrata. Dunque apparentemente sembrano una soluzione poco adatta all'economia abituata a ragionare in termini finanziari. Evidentemente, internet ha contribuito a rafforzare l'interesse verso i commons, anche perché ha ridotto la difendibilità delle concezioni privatistiche dei beni culturali registrati. Ma ha consentito anche di introdurre una più profonda riflessione sul tema del giusto equilibrio tra la parte comune e quella privata dei beni culturali. La privatizzazione dei beni culturali non è la soluzione migliore per garantire lo sviluppo di lungo termine nell'economia della conoscenza. Ma è chiaro che mentre i vantaggi della privatizzazione si vedono e generano lobby molto attive e concentrate, i vantaggi dei commons sono diffusi e vengono difesi solo dalla lungimiranza di gruppi culturalmente attivi e governi consapevoli.

L'Europa è un territorio piuttosto avanzato da questo punto di vista. L'esperienza europea del valore dei commons non va dimenticata. Da segnalare che Giangiacomo Bravo e Tine De Moor hanno scritto uno studio sulle ricerche relative ai commons in Europa.

Nel frattempo, però, si osserva come la quantità di lavori culturali prodotti con licenza creative commons è tale da aver creato un ambiente più ricco per tutto il sistema che avanza nell'economia della conoscenza. Non è necessariamente con lo scontro diretto che si ottengono risultati importanti nella strategia di riequilibrio tra beni culturali comuni e beni culturali privatizzati. Strategicamente, in realtà, è probabile che il riequilibrio avvenga proprio attraverso una sana e ricca produzione di nuovi beni comuni culturali.

8x1000, più soldi al Molise che al Terzo Mondo

Attenzione: qui non si parla di chiesa o di spiritualità, si parla dei soldi dei contribuenti. Ma siamo in italia (con la i minuscola), che ci volete fare.

Articolo tratto da LaStampa.it del 4 agosto 2008

8x1000, più soldi al Molise che al Terzo Mondo
Del denaro lasciato dai contribuenti allo stato, in Asia e Africa sono arrivate briciole. E la Chiesa spende in carità solo il 20%.

di RAPHAEL ZANOTTI

La televisione, dove l’unico spot circolante è quello della Chiesa Cattolica, ci ha abituati a pensare all’8x1000 come a una magnifica occasione per aiutare i derelitti della Terra. Nelle pubblicità compaiono bambini di Paesi poveri, fame e miseria. Far tornare un sorriso su quei volti emaciati è facile: basta apporre una firma sulla dichiarazione dei redditi e si destina una quota dell’Irpef a quelle popolazioni in difficoltà.

Una bella favola. Peccato che resti, appunto, una favola. La Chiesa Cattolica destina solo il 20% di quello che riceve con l’8x1000 per fare della carità (fonte Cei). Il resto lo incamera. Le istituzioni laiche non fanno meglio. Tra il 2001 e il 2006 lo Stato italiano, attraverso l’8x1000, ha destinato all’Africa 9 milioni di euro per combattere la piaga della fame: un quinto di quanto ha dato per la regione Lazio (43 milioni). E pensare che il Continente Nero, con i suoi oltre 800 milioni di abitanti, ha preso più degli altri. All’Asia, 4 miliardi di individui, è arrivato un milione e mezzo: il prezzo di una villa in Sardegna. O se si preferisce un quarto di quanto il governo ha stanziato - prelevandolo dallo stesso fondo - al solo Molise (7,2 milioni di euro). Seguono l’America Centrale con 610mila euro e quella Meridionale con 560mila, poco più e poco meno di 10mila euro all’anno.

E sarebbe andata ancora peggio se nel 2006 tutta la quota statale, ovvero 4,7 milioni di euro, non fosse stata completamente destinata a progetti contro la fame nel mondo. Evidentemente la beneficenza va di moda solo negli spot. Secondo la sezione di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato della Corte dei Conti dal 2001 al 2006 lo Stato italiano ha elargito 272 milioni di euro grazie all’8x1000 degli italiani. Ma se si vanno a guardare le aree di intervento, le differenze sono enormi: 179 milioni (il 66%) sono serviti per finanziare progetti di conservazione di beni culturali; 59 milioni (il 22%) per affrontare calamità naturali; 22 milioni (l’8%) per l’assistenza ai rifugiati; solo il 4% è andato a progetti contro la fame nel mondo.

Una scelta difficile da spiegare, a meno che non si entri nel dettaglio e s’intuiscano alcuni meccanismi che governano la classe politica italiana. Se si scorrono i progetti finanziati nei sei anni presi in esame, si scopre che il 40% circa ha riguardato il restauro di chiese, abbazie, conventi e parrocchie. Un aspetto che non è sfuggito alla Corte che, in adunanza pubblica, ha chiesto conto alla rappresentante del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di tanti finanziamenti a enti religiosi. La risposta è stata che il patrimonio artistico, culturale, storico e architettonico degli enti religiosi in Italia è di grande eccellenza. Vero, ma la Corte non ha potuto che richiamare alle norme che regolano la distribuzione dell’8x1000 e che parlano di bilanciamento nella scelta dei progetti e di urgenza degli stessi.

La disparità di trattamento, invece, è evidente. Tanto più se si tiene conto di altri dati. I numeri parlano da soli: i 315 milioni di euro attribuiti allo Stato dal 2001 al 2007 impallidiscono di fronte ai 6.546 milioni ricevuti dalla Chiesa Cattolica. È il ritorno dello spot televisivo? I creativi sono bravi, ma non così tanto. A meno che non si voglia annoverare in questa categoria (e il personaggio di sicuro lo merita) anche l’attuale ministro delle Finanze Giulio Tremonti. È sua l’idea del meccanismo di redistribuzione che tanti mal di pancia fa venire ai laici che siedono in Parlamento ma non solo.

Non tutti gli italiani dichiarano a chi deve andare il loro 8x1000. Solo il 40% lo fa scegliendo tra Stato, Chiesa Cattolica, Valdesi, Luterani, Comunità ebraica, Avventisti o Assembleari. E il restante 60%? In altri Paesi, dove la donazione deve rispecchiare una volontà esplicita del contribuente, questa quota rimane allo Stato e quindi a disposizione di tutti. In Italia viene invece ridistribuita secondo le proporzioni del 40%, dove i cattolici vanno forte. Alla fine circa il 90% dell’intero gettito va alla Chiesa. Si tratta di quasi un miliardo di euro all’anno, 991 milioni nel 2007.

E pensare che quando nacque l’8x1000, la sua funzione era quella di sostituire la congrua per il pagamento dello stipendio ai sacerdoti. Lo Stato era anche disposto a mettere di tasca propria il denaro necessario per arrivare alla cifra di 407 milioni di euro nel caso i fondi fossero risultati insufficienti. Oggi gli stipendi dei preti rappresentano un terzo dell’8x1000 che va alla Chiesa, ma nessuno ha mai osato mettere in discussione la cifra, nemmeno la commissione bilaterale italo-vaticana che aveva il compito di rivedere le quote nel caso il gettito fosse stato eccessivo.

Del fiume di denaro che va alla Chiesa Cattolica, la Cei destina il 20% per opere caritatevoli, il 35% per pagare gli stipendi dei 38mila sacerdoti italiani e il resto, circa mezzo miliardo di euro, viene ufficialmente utilizzato per non meglio precisate «esigenze di culto», «catechesi» e «gestione del patrimonio immobiliare». Forse anche per questo lo slogan scelto dai Valdesi per un loro spot radiofonico di qualche tempo fa era: «Molte scuole, nessuna chiesa». La pubblicità in questione è stata vittima di una sorta di censura: per mesi non è stata mandata in onda. Non è l’unica disparità che lamentano le altre confessioni religiose.

Diversamente dai cattolici, infatti, Valdesi, Luterani, Comunità Ebraiche, Assembleari e Avventisti ottengono i fondi (volontariamente sottoscritti dagli italiani) solo dopo tre anni. Alla Cei, invece, lo Stato versa un anticipo del 90% sull’introito dell’anno successivo. Le vie del Signore, in alcuni casi, si fanno scorciatoie. Ma le disparità tra religioni diverse non sono le uniche che si possono riscontrare tra i finanziamenti statali dell’8x1000.

Nonostante i criteri di scelta dicano che, per finanziare i progetti, è necessario tener conto di vari fattori, tra cui anche quello della maggiore o minore popolazione presente sul territorio su cui insiste il progetto, ci sono regioni che paiono baciate dalla fortuna. In sei anni all’Abruzzo sono andati 13 milioni di euro, quanto la Sicilia e la Toscana, e quattro volte l’Umbria (3 milioni di euro). E che dire delle Marche (22 milioni di euro), che ha ricevuto più del doppio di una regione come il Piemonte? Capire perché questo accade è praticamente impossibile.

Il Dipartimento per il coordinamento amministrativo della Presidenza del Consiglio, che si occupa della distribuzione dei fondi, dichiara di aver tenuto conto dei criteri scelti dalla Presidenza, ma anche «della commissione tecnica di valutazione», dei «pareri non vincolanti delle Camere», di imprecisate «indicazioni arrivate da autorità politiche» e dei suggerimenti delle «commissioni parlamentari». Come dire: di tutti. Il risultato è stata la solita guerra tra lobby, che però ha provocato un effetto perverso: l’enorme frammentazione dei finanziamenti.

Se ognuno vuole la sua fetta di torta, per quanto piccola, l’esito è scontato: l’8x1000 si perde in una serie infinita di rigagnoli. Il 78% dei finanziamenti erogati, ovvero tre su quattro, è inferiore a 500.000 euro. Quasi la metà (43,22%) è compreso tra i 100 e i 500 mila euro. Chi dovrebbe evitare tutto questo è la Presidenza del Consiglio. Per legge dovrebbe essere il filtro che dà unitarietà e razionalità agli interventi, ma non accade.

La Corte rileva che i ministeri si rivolgono direttamente al dicastero delle Finanze per i progetti. Questo ha un ulteriore conseguenza: se si elimina la responsabilità della Presidenza del consiglio, chi controlla gli esiti dei lavori? Il regolamento stabilisce che, passati 21 mesi, se questi non sono iniziati, il finanziamento viene revocato. Sarebbe dovuto accadere per esempio per la Chiesa della Martorana di Palermo, per il Complesso di Santa Margherita Nuova in Procida o per la Chiesa di santa Prudenziana a Roma. Non è avvenuto.

Di fronte a questi risultati non stupisce la disaffezione dei cittadini. Nel 2004 il 10,28% dei contribuenti aveva affidato il suo 8x1000 allo Stato. La percentuale è scesa all’8,65% nel 2005, all’8,38% nel 2006 e al 7,74% nel 2007. Forse avranno contribuito le leggi che in questi anni hanno decurtato la quota statale senza tener minimamente conto delle finalità per cui era stato istituito l’8x1000. Nel 2001 sono stati prelevati 77 milioni di euro per finanziare la proroga della missione dei militari italiani in Albania e nel 2004 il governo Berlusconi ha deciso una decurtazione di 80 milioni di euro anche negli anni successivi per sostenere la missione italiana in Iraq. Le decurtazioni dal 2001 al 2007 sono ammontate a 353 milioni di euro, più dei 315 milioni rimasti nel fondo 8x1000. Siamo lontani anni luce dai bambini dello spot in tv.