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24 giugno 2013

ULTIME DAL FORUM PER I BENI COMUNI E L'ECONOMIA SOLIDALE

Due belle notizie. 
La prima viene da Cormons, dove nei giorni scorsi è stata approvata all'unanimità la delibera comunale che recepisce la proposta del Forum rivolta a tutti i Comuni della regione. Cormons è quindi il quarto, dopo Romans d'Isonzo, Tramonti di sotto e Gorizia. Certo, riuscire a contare fino a 218, tanti sono i Comuni del Friuli Venezia Giulia, occorre tanta pazienza, ma se ci diamo tutti da fare, promuovendo la proposta nei nostri rispettivi luoghi di vita potremo tagliare prima il traguardo. 
Questo lavoro è comunque prezioso per fare cultura, per rendere propizio il clima necessario a far passare a Trieste, in Consiglio regionale, la proposta di legge sull'economia solidale che abbiamo predisposto in parallelo alla bozza di delibera comunale. 
E veniamo proprio a questo secondo importante obiettivo. Venerdì scorso, presso la sala Pasolini della sede della Regione a Udine, abbiamo tenuto un incontro con i Consiglieri regionali (qui il depliant) interessati ad accompagnare la legge nel suo iter di elaborazione. Erano presenti in 8: Elena Bianchi, Vittorino Boem, Franco Codega, Silvana Cremaschi, Alessio Gratton, Pietro Paviotti, Cristian Sergio, Andrea Ussai. Ma non basta. Altri 7 Consiglieri, pur non potendo partecipare, si sono dimostrati interessati a dare un loro aiuto.
Tutti gli intervenuti, nell'esprimere il loro apprezzamento per l'iniziativa, ne hanno segnalato la forte carica innovativa, ma che proprio per questa sua caratteristica richiede un salto cognitivo di grande ampiezza, l'abbandono di concetti e visioni dello sviluppo economico e sociale che fanno parte di un paradigma, di un immaginario, di una realtà tuttora prevalente, anche se in crisi (che noi riteniamo irreversibile). 

Si è quindi convenuto, prima di affidare la proposta ai tecnici affinché la traducano in un articolato di legge da trasmettere poi alle commissioni consiliari competenti, di far fare al testo proposto un percorso nei vari territori della Regione in modo che tutte le parti interessate  (cittadini, buone pratiche, Istituzioni locali, portatori di interesse) possano dire la loro; auspicabilmente si verrebbe a creare un clima favorevole grazie al quale il legislatore regionale recepirebbe i contenuti della proposta di legge senza stravolgerne la sostanza.

Infatti il pericolo è che come tante altre leggi il provvedimento venga spezzettato in tanti segmenti settoriali volti a soddisfare lo scambio politico di parte piuttosto che il meno redditizio "bene comune". 
Quindi, come Forum fisseremo le tappe di questo percorso, che sarà anche occasione per svolgere la ricerca-intervento sulle realtà distrettuali (buone pratiche e segmenti di filiere produttive) che abbiamo appena iniziato grazie alla collaborazione di Gaia Calligaris, che da tempo si interessa di economie altre.

I documenti relativi al lavoro del Forum dei Beni Comuni sono disponibili a questo indirizzo http://resfvg.blogspot.it/p/forum-resfvg.html 

11 marzo 2013

Una tesi di master in Medicina delle Emarginazioni

Promotore della Rete di Economia Solidale FVG fin dalla prima ora (ormai son cinque anni di incontri e discussioni) Toni Peratoner trova nella forza argentea dei suoi anni e dei suoi capelli bianchi la voglia di iscriversi, dopo una vita passata da medico tra le strutture ospedaliere, a un Master in Medicina delle Emarginazioni, delle Migrazioni, delle Povertà.

"La frequenza del Master in Medicina delle Migrazioni, delle Emarginazioni e delle Povertà mi ha messo di fronte a una realtà, in cui appariva del tutto evidente che una buona medicina, buoni farmaci e persino una buona organizzazione sanitaria non erano sufficienti a mantenere in buona salute le persone che si trovavano in una delle condizioni su cui era tematizzato il master: i migranti, gli emarginati e i poveri. Al contrario risultava chiaro anche scientificamente, che la salute in queste persone era in larga misura determinata dal contesto sociale e psicosociale, culturale ed antropologico, politico ed economico, in cui esse vivevano. Così alla fine del primo anno, al momento di chiedere la tesi, mi sono chiesto se una società fondata sulla decrescita, in particolare secondo l'interpretazione che ne dà Serge Latouche, e su una concezione di povertà quale quella offerta da Majid Rahnema, autori che avevo studiato e approfondito negli anni, avesse qualcosa da dire nell'ambito delle possibili alternative al modello socio-economico nel quale attualmente viviamo e di cui stiamo sperimentando l'inadeguatezza e alla fine il fallimento."

Qui oppure qui sotto trovate la tesi della sua dissertazione finale


6 febbraio 2013

Riunione Forum Beni Comuni - Zugliano 15 febbraio


Procede alacremente l'opera di redazione collaborativa dei documenti di interesse del Forum dei Beni Comuni e dell'economia solidale del Friuli Venezia Giulia.
Trovate le bozze di lavoro nell'area documenti dedicata, cliccando qui oppure sul relativo link in testa al blog.

Per fare il punto della situazione, i promotori convocano la prossima riunione del Forum dei Beni Comuni e dell'economia solidale per venerdì 15 febbraio 2013 presso il Centro Balducci di Zugliano, alle ore 18.

Tematiche:
  • condivisione delle ulteriori proposte ed integrazioni pervenute in merito alla "Carta costitutiva del Forum" e alla "proposta di Delibera per i comuni del FVG".
  • approvazione definitiva dei due documenti elaborati
  • discussione sulla Proposta di Legge Regionale su Beni Comuni ed Economia Solidale
  • calendarizzazione dei prossimi eventi del Forum

Vi invitiamo a diffondere tra i vostri contatti la Carta per poter raccogliere più sottoscrizioni possibili tra le Associazioni e le varie realtà che si riconoscono nel documento.

19 marzo 2012

Un libro (dal basso) sui beni comuni

Dal sito Produzioni Dal Basso un'indicazione: un libro collaborativo, o meglio "un libro [che] è un bene collettivo e autoprodotto". Raggiunto un certo numero di prenotazioni, il libro va in stampa. Si compra una quota del progetto editoriale, si ottimizzano le risorse.

Il titolo è VIAGGIO NELL'ITALIA DEI BENI COMUNI, a cura di Paolo Cacciari, Nadia Carestiato e Daniela Passeri, e l'intento è "offrire una panoramica (nient’affatto esaustiva) delle potenzialità che offrono forme di gestione di beni e servizi fuori dalle logiche del mercato profit-oriented".

Riportiamo qui quanto scritto su Produzioni Dal Basso (qui il link)

Viaggio nell’Italia dei beni comuni
Cosa tiene assieme un bosco e un teatro, un pastificio e un condominio, un acquedotto e un convento, un presidio e un orto, una laguna e un borgo, cento tetti fotovoltaici e i beni confiscati alle mafie, questo libro con tante altre esperienze di gestione condivise di beni e servizi comuni di cui nemmeno conosciamo l’esistenza? 
Il volume individua e indaga una serie di ventiquattro casi di beni comuni già all’opera sparsi in tutta Italia gestiti con modalità non convenzionali e con una forte valenza partecipativa diretta e autenticamente democratica. Tratta di proprietà collettive di diverso genere, origine e costituzione. 
Come i casi descritti, anche questo libro è un bene collettivo e autoprodotto. L’obiettivo che ci siamo dati è offrire una panoramica (nient’affatto esaustiva) delle potenzialità che offrono forme di gestione di beni e servizi fuori dalle logiche del mercato profit-oriented. Forme miste, tradizionali o modernissime, che in alcuni casi risalgono a consuetudini secolari, in altri seguono decisioni razionalissime di persone che hanno scelto liberamente di mettere in comune i propri saperi e i propri averi. I commons (già indagati dal premio Nobel per l’economia Elinor Ostrom) non sono affatto relitti di epoche passate, ma una indicazione per aiutarci ad immaginare un altro domani, un’altra modernità, un altro modo di concepire le relazioni umane.
Il volume, curato da Paolo Cacciari, Nadia Carestiato e Daniela Passeri, è aperto da un saggio di Alberto Lucarelli, Verso la democrazia del “comune”.
Percorrendo l’Italia da Levante a Ponente, i casi analizzati sono: 
Riace ospitale (Giovanni Maiolo e Anna Maria Graziano). L’acqua di Napoli: storia partecipata della ripubblicizzazione (Renato Briganti). Libri in comune (Ileana Bonadies). L’autoricostruzione a Pescomaggiore (Filippo Tronca). La Comunità di Marano e la sua laguna (Nadia Carestiato). Coltivare il bene comune sulle terre dei boss (Francesca Forno). I beni civici di Pesariis (Delio Strazzaboschi). L’Università degli Uomini di Costacciaro: ecologisti ante litteram (Barbara Mariotti). Il Teatro Valle: un cammino ri-costituente (Ugo Mattei). Spiazzi Verdi alla Giudecca: una comunità in costruzione (Eliana Caramelli). La Casa dei Beni Comuni a Venezia (assemblea del Laboratorio Morion). Il Consorzio degli Uomini di Massenzatica: reddito e occupazione per la comunità (Carlo Ragazzi). Le Regole che salvano la montagna (Edoardo Nannetti). I casali occupati del Monte Peglia (Barbara Colombo e Prem Singh). Le clarisse di Camposampiero: il monastero come esempio di gestione collettiva (Lucia Piani). I coltivatori si fanno la pasta: la storia della cooperativa Iris (Chiara Spadaro). Un condominio in co-housing a Fidenza (Daniela Passeri). Il sole in comune a Morbegno (Mauro Del Barba). Le terre civiche in Ogliastra: un progetto di sviluppo locale (Stefania Aru, Davide Cao, Mauro Frau, Patrizio Manca, Maria Giuseppina Antonella Seoni). Il pane comune in Brianza (Daniela Passeri). I consorzi idrici nell’Oltrepo Pavese (Emilio Molinari). Il Bosco delle Sorti della Partecipanza di Trino (Daniela Passeri). Torri Superiore, un borgo recuperato (Lucilla Borio e Massimo Candela). Val di Susa, territorio a “titolarità diffusa” (Chiara Sasso). 

Marotta&Cafiero editori 

15 marzo 2011

La festa della decrescita - di Paolo Cacciari

La giornata di lavoro sulle “buone pratiche”, per come è stata preparata attraverso le schede di autopresentazione (un vero scrigno di idee), per il metodo coinvolgente che è stato seguito con gli otto laboratori e la restituzione dei risultati in plenaria, per la vastissima partecipazione, costituisce una novità importante, non solo per il Friuli Venezia Giulia. 
L’obiettivo di mettere in relazione la galassia di esperienze in atto di socializzazione del vivere è stato raggiunto. E’ iniziato un lavoro di autoinchiesta e di mappatura che potrebbe già condensarsi in una edizione di “pagine arcobaleno” (così come sono state chiamate in Trentino, a Reggio Emilia e in altre città italiane) dell’economia e dei servizi solidali, cooperanti, sostenibili. Una carta geografica del nuovo FVG che vuole vivere in modo diverso, più ricco di relazioni umane, più consapevole e solidale.

Le esperienze concrete in atto hanno messo a dura prova le “8 R” di Serge Latouche. Le “r” si sono moltiplicate – come lui stesso auspica – e vi è stato bisogno di ricorrere anche ad altre lettere dell’alfabeto: A, come armonizzare, B e C, come beni comuni, D, come donare… S, come simpatizzare… Z, come zeri: rifiuti, emissioni, esternalità negative.
Come è stato ricordato il prefisso reiterativo “ri/re” indica una ricorsività: fare/rifare, spingere/respingere. Evoca l’idea del life cycle che regola ogni processo naturale; indica l’azione necessaria per “chiudere il cerchio” della vita, per restituire ciò che abbiamo utilizzato e preso in prestito. Un movimento costante, una rivoluzione, per l’appunto, che è culturale, economica, sociale, scientifica, istituzionale, antropologica. Individuale e sociale; materiale e cognitiva. Perché la decrescita è una direzione di marcia che va praticata, non enunciata. Non è una nuova ideologia, nemmeno una teoria generale che pretende di stabilire quanto grande e luminoso sarà il “sol dell’avvenire”. La decrescita è davvero solo un movimento concreto, misurabile passo dopo passo, verificabile individualmente e socialmente. 

Noi sappiamo che è “necessaria” (come è scritto nel documento della ResFVG che convoca questa iniziativa) per evitare all’umanità le gravissime crisi sociali, ambientali, economiche che stiamo attraversando, ma sentiamo anche che è auspicabile e che dovrebbe diventare desiderabile. In fin dei conti è sempre la aspirazione allo stare meglio, la ricerca del buen vivir, della jouà de vivre, della felicità che spinge ogni essere umano ad agire e a tentare di cambiare. 

La decrescita, quindi, è un atto di “rottura dell’ordine simbolico e fattuale” (come diceva Cornelius Castoriadis), si declina attraverso le esperienze, le sperimentazioni concrete di socializzazione, di ricostruzione di un fare consapevole e responsabile. L’economia sociale, equa e solidale, alternativa e sostenibile, relazionale , orizzontale, inclusiva, comunitaria, civile, “sostanziale”… (chiamiamola come vogliamo) è contigua alla decrescita. Ha scritto Latouche: “In ogni caso, il progetto di buona economia, se portato avanti seriamente, apre prospettive che non possono non interessare il sostenitore della decrescita e arricchire il suo progetto” (Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, 2011).

Lo scorso anno è stato il centenario della morte del grandissimo Leo Tolstoj che amava affermare: “Fa quel che devi, accada quel che può”. Come dire: siamo mossi da una scelta etica, interiore, dobbiamo contare sulle nostre forze, sulla nostra capacità di discernere il bene dal male senza avere alcuna garanzia anticipata del risultato che otterremo. Nessuna teoria generale può assicurarci un avvenire sicuro. Anzi, dovremmo diffidare da coloro che pretendono di avere in tasca evoluzioni lineari e predeterminate. Una signora che è intervenuta in un laboratorio ha detto: basterebbero pochi valori chiari di riferimento capaci di regolare il vivere assieme. Io sono sicuro che noi questi valori noi li abbiamo individuati e che cerchiamo di seguirli. Ma il problema che abbiamo di fronte è duplice: come consolidare le nostre buone pratiche, senza chiuderci in tanti piccoli conventi; b) come espanderle, sapendo che viviamo in un ambiente ostile che non lascia spazi per l’autonomia e l’autogoverno. E non si tratta solo di condizionamenti mentali: spesso, burocrazia statale e finanziarizzazione economica soffocano anche le esperienze più valide.

Dovremmo prendere in mano gli studi sulla gestione collettiva dei beni comuni della Elison Ostrom (premio Nobel per l’economia 2009) per spiegare ai nostri governanti che spesso le gestioni comunitarie sono non solo più democratiche ma anche più efficienti ed efficaci nel creare e distribuire equamente ricchezza. Così come dovremmo prendere in mano il rapporto Stiglitz sul Pil definito “misura sbagliata delle nostre vite” (edizioni Etas) per spiegare al mondo degli affari che l’ossessione per il profitto e l’accumulazione monetaria ci sta portando non ad aumentare la ricchezza per tutti, ma alla all’autodistruzione. 

Ma non basta migliorare e consolidare i nostri Gas, le banche del tempo, l’uso dei software liberi, i sistemi di scambio locale, le filiere corte, i last minute market, gli orti urbani, il fair trade, le Mag, le monete locali, la mobilità condivisa, il cohausing, gli eco villaggi, i green public procurement, le transitinon towns, la raccolta differenziata, il vegetarianesimo, i trustee fiduciari, gli usi civici… fino alle (ancora pochissime, però) esperienze di vera cooperazione e autogestione delle produzioni. E’ necessario rivolgere lo sguardo e l’interesse a chi è ancora prigioniero dell’immaginario della crescita, omologato nei comportamenti consumistici, incapace di sottrarsi all’eteronomia totalizzante del mercato. Per riuscirci – come è stato più volte affermato – è necessario che ogni gruppo del mondo dell’altra economia e della solidarietà riesca a fare un doppio movimento: da un lato uscire dall’autoreferenzialità a cui spesso porta il sapere di “sapere far bene” (dobbiamo liberarci da ogni presunzione di superiorità verso chi non sa o non c’è ancora arrivato, svestirsi da ogni atteggiamento aristocratico, non siamo l’espertocrazia dell’etica) e, dall’altro lato, mettersi in rete, creare sinergie, colleganze, prendere parola nella società, confrontarsi con le istituzioni.

Il valore pedagogico dei buoni esempi è forte, ma non scatta automaticamente. Dovremmo cercare di essere molto più umili e non perdere il contatto con il mare grande dentro cui è immersa l’umanità. Per “diventare maggioranza” (e solo così, in realtà, potremmo sperare di salvarci) dovremmo comprendere le ragioni profonde che portano gli esseri umani a farsi schiavi inconsapevoli, ma più spesso volontari, di un sistema che produce dosi sempre maggiori di infelicità, angoscia, insicurezza, precarietà, psicopatie. Lo scorso anno, nel pieno della più grave crisi economica dal 1929, sono diminuiti i consumi di frutta e verdura, ma non quelli per i telefonini. Per le famiglie diventa più “facile” risparmiare sul “necessario” che non sul “superfluo”. Ma chi decide cosa è necessario e cosa superfluo? In realtà ci dimentichiamo che i bisogni sono correlati ai desideri e tutti (sia quelli dettati dalle necessità biologiche, sia quelli immaginati, sia il “pane” che le “rose”) sono sempre socialmente determinati. Pensiamoci: se fosse dipeso solo dal “benessere materiale”, in Russia ci sarebbe ancora l’Unione sovietica, visto che oggi la stessa aspettativa di vita media è diminuita spaventosamente. In realtà nella scala di valori necessari al nostro immaginario anche avere la libertà di scegliere, comunicare e muoversi liberamente, far festa, giocare e, in qualche misura, avere un’eccedenza da poter sprecare, sono necessità fondamentali per dare un senso alla vita, per superare una condizione di mera sopravvivenza, che è la peggiore delle esistenze possibili.

Sarebbe paradossale che proprio noi, i portatori del pensiero più “anti-economico” che vi sia (la decrescita, appunto), dovessimo sostenere le ragioni del nostro pensiero utilizzando gli argomenti dell’utilitarismo e dell’economicità. La decrescita non è “risparmio” in nome di una maggiore produttività, nemmeno lotta allo spreco in nome di una maggiore efficienza. Non è una questione (solo) di misura, di scala, di equilibrio… ma di indicatori diversi, perché abbiamo bisogno di misurare valori incommensurabili (pensiamo solo al concetto di “sufficienza” quali e quante implicazioni soggettive necessita per definirlo) con gli strumenti che usa correntemente chi ci governa: valori relazionali, estetici, spirituali. Non tutto è quantificabile e, soprattutto, non tutto è quantificabile con il denaro. Quanto vale l’ultimo albero dell’ultima foresta? E la fiducia reciproca? E l’amicizia, in quale banco del mercato la si vende? Siamo sicuri che la coesione sociale sia possibile mantenerla con la retorica nazionale tanto al chilo ogni anniversario dell’Unità d’Italia? Quanti altri esempi (a partire dalla istruzione e dalla salute) potremmo fare di beni e servizi che andrebbero scorporati e resi indipendenti dai sistemi regolatori del mercato e del denaro?

C’è una irriducibilità alla logica del mercato di alcuni valori che riteniamo costituenti di una società civile. 
La decrescita la vogliamo per vivere meglio, per migliorare le condizioni materiali e psichiche. Quindi non è “rinuncia” a nulla che ci serve, anzi, è nuove acquisizioni. Non è impoverimento, ma arricchimento personale e collettivo. Non è conservazione, ma cambiamento e innovazione, rifinalizzazione della scienza e della tecnica per “economizzare il tempo di lavoro e il dispendio di energie necessarie al fiorire della vita” (André Gorz)..
In attesa e in preparazione di questo grande processo di trasformazione, dobbiamo quindi essere non solo indulgenti, ma capaci di capire che quella cultura consumistica - che giustamente critichiamo - in realtà copre bisogni profondi. E’ ad essi che noi dovremmo riuscire ad offrire una alternativa, se non vogliamo che la decrescita sia un modo di vita valido solo per esseri umani perfetti, per asceti, per i “dodicimila santi per ciascuna generazione” (il massimo numero possibile di seguaci di Cristo che Dostroevskij fa dire al Grande inquisitore, in un passo de I fratelli Karamazov, magnificamente commentato da Franco Cassano in: L’umiltà del male, Laterza, 2011).
La penna biro che faceva andare in visibilio i ragazzi nei paesi del “socialismo reale”, l’automobile per i cinesi, gli ipermercati outlet da noi... coprono – in luoghi e tempi diversi - un bisogno di riconoscimento sociale e di relazioni che va intercettato e soddisfatto in altro modo. Se ci fermiamo solo a criticarlo, a criminalizzarlo, a esorcizzarlo… non riusciremo mai ad allargare il nostro piccolo mondo virtuoso. Come diceva madre Teresa di Calcutta: “non serve imprecare contro l’oscurità, accendiamo una candela!”.

La decrescita è un’azione, assieme e contemporaneamente, di decolonizzazione dell’immaginario, di smaterializzazione dell’economia, di demercificazone della società, di destrutturazione degli apparati istituzionali funzionali alla crescita… attraverso cui incunearsi e far spazio ad altri valori di riferimento: relazioni umane fiduciarie, auto-organizzazione (empowerment, ricordava Blasutig), partecipazione, cooperazione, condivisione, reciprocità, cura, affettività, creatività…

Io penso che noi dovremmo avere più coraggio nel proporre ciò che facciamo e nell’allargare il cerchio delle solidarietà, più consapevolezza del fatto che quello che facciamo è importante davvero e rappresenta l’unica via di uscita dalla decadenza e dalla crisi di civiltà che attraversiamo.
Dovremmo riuscire a mettere tutti i nostri piccoli, malformati, spigolosi, incasinati ma coloratissimi e trasparenti frammenti di buone pratiche dentro un caleidoscopio e farli girare in continuazione offrendo al mondo immagini meravigliose di futuro.

26 maggio 2010

Barcelona, Conferenza Decrescita: documenti e traduzioni

Della Seconda conferenza sulla Decrescita economica per la Sostenibilità ecologica e l'Equità sociale, tenutasi a Barcelona a fine marzo, abbiam bloggato qualche settimana fa, provando anche a fornire un piccolo reportage dell'evento.

L'organizzazione dei convegni prevedeva una ragionata articolazione delle relazioni a seconda dell'area tematica trattata, in precisi gruppi di lavoro.
Gli esperti chiamati a produrre dei contributi originali per l'occasione hanno inviato dei brevi documenti che potessero servire da cornice per gli specifici argomenti trattati in ciascun gruppo di lavoro: queste riflessioni sono pubblicate su www.degrowth.eu sito della Conferenza per la Decrescita.
In particolare potete consultare l'elenco dei Gruppi di lavoro, dove cliccando su ciascuna area tematica vi imbatterete nei materiali messi a disposizioni dai relatori di ciascun gruppo.

Si tratta di documenti in inglese, talvolta in spagnolo o francese. 
Così qualche partecipante alla RESFVG, armato di dizionario e di Google Translate, ha provato a tradurre alcuni di quegli scritti in italiano; si tratta di un work in progress, beninteso, che potremmo anche intendere in modo collaborativo, se qualcuno volesse cimentarsi in una traduzione.

Cliccando qui (o nella pagina Documenti qui a destra sul blog) trovate l'indice dei documenti discussi dai relatori nei Gruppi di lavoro della Conferenza di Barcelona, e le traduzioni in italiano finora realizzate.

Proposta di collaborazione
Se intendete collaborare con RESFVG con una traduzione inglese-italiano, individuate sul sito Degrowth una relazione di vostro interesse tra quelle non ancora tradotte, dedicate mezz'oretta a rendere sensati in italiano quei ragionamenti sull'urbanistica o sulla valuta locale o sulle strategie politiche o sulla battaglia per l'acqua, e spedite liberamente il tutto a resfvg@gmail.com.
Se solo dieci persone delle centinaia che ricevono questa comunicazione proponessero una traduzione, in brevissimo tempo potremmo offrire un buon contributo alla diffusione della Cultura della Decrescita in Italia! Su, senza timore :)

23 dicembre 2009

La Rete si struttura. Resoconto dell’Assemblea della RESFVG per i presenti, per gli assenti giustificati, per gli scettici, per i navigatori solitari.

Nonostante le numerose assenze per l’accavallarsi di impegni associativi, istituzionali, ecc. eravamo in buon numero, la sera dell’11 dicembre 2009, alla trattoria Vecchio Stallo di Udine a discutere di programma e azioni per l’anno entrante.

In estrema sintesi, abbiamo discusso e deciso su tre punti:
  1. raccogliere informazioni propedeutiche alla costituzione di una struttura di supporto, di servizio alle attività della Rete e dei suoi nodi;
  2. ristrutturare e potenziare il blog, per renderlo più attraente e funzionale alle attività della Rete
  3. convocare la prossima Assemblea venerdì 22 gennaio 2010.
Punto 1.
Tutti d’accordo sulla necessità di dotarci di una struttura che disponga di mezzi finanziari ed umani atti a sostenere con maggior efficacia le attività della Rete.
A questo proposito è riemersa la dialettica interna fra struttura leggera e struttura pesante. La prima ipotesi è sostenuta da quanti attribuiscono alla Rete la funzione, peraltro imprescindibile, di essere un luogo di elaborazione, condivisione e distribuzione delle conoscenze necessarie all’attività dei singoli nodi. La seconda ipotesi prevede il graduale sviluppo di un ventaglio più ampio di funzioni: elaborazione di studi e progetti; stimolo e sostegno alla nascita di nuovi nodi e sotto reti; decollo dei distretti territoriali di economia solidale.
In conclusione si è convenuto, una volta raccolte le informazioni su alcune esperienze di “successo” maturate in altre parti d’Italia (MAG, Banca etica, ecc.) di proporre alla prossima Assemblea la costituzione di un piccolo gruppo di lavoro al quale affidare il compito di elaborare una proposta ad hoc.

Punto 2.
La proposta è nata a seguito di una lunga discussione sulla natura della Rete e, in particolare, sul ruolo e sulla portata che oggi ha assunto il web nel creare e ampliare a dismisura le connessioni fra persone, fino ad ipotizzare l’emergere di nuove forme comunitarie, con propri linguaggi, immaginari, conoscenze, relazioni.
Anche in questo caso il confronto è rimasto aperto e la linea di mediazione si è concretizzata attraverso la costituzione di un secondo gruppo di lavoro (Giorgio, Mara, Paolo) che porterà alla prossima assemblea una proposta di ristrutturazione del blog (e di altri Luoghi digitali, a esempio la nostra pagina su Facebook), come parte di un più ampio progetto di comunicazione della Rete al proprio interno e nei rapporti con il “mondo”.

Conclusioni
Come si può facilmente cogliere, la discussione su entrambi gli argomenti ha messo in evidenza il filo rosso che li unisce: che cosa è una rete.
Su una cosa siamo stati tutti d’accordo: la Rete, specie se intende essere democratica, non deve essere concepita come una super associazione che espropria il protagonismo dei nodi, a condizione che questi ultimi siano a loro volta democratici, aperti, desiderosi di cooperare con tutti gli altri nodi della Rete.
In sintesi, si tratta di riaffermare, approfondire, introiettare quanto abbiamo già definito nel Protocollo costitutivo della RESFVG.

Pubblichiamo questo resoconto come post, invitando presenti e assenti all’Assemblea a fare i loro commenti, rettifiche e proposte, senza timore di essere giudicati o con la presunzione di saper giudicare. Navighiamo tutti in un mare fino ad ora sconosciuto, quello dei rischi globali ai quali per ora stiamo dando risposte parziali, spesso contraddittorie, altre colorate di verde (green economy) per camuffare l’intento di continuare a fare affari sulla pelle dei più deboli: ambiente, popoli, persone, generazioni future. L’approdo al quale tendiamo è una società ed una economia solidali; per questo dobbiamo imparare gli uni dagli altri a remare insieme.

9 luglio 2009

Assemblea RESFVG del 4 luglio: resoconto collaborativo

BOZZA DI RESOCONTO DELL’ASSEMBLEA DELLA RESFVG DEL 4 LUGLIO 2009.

Premessa
Alla presenza di circa 30 persone, sabato mattina si è svolto presso il Meeting point di Palmanova l’Assemblea della Rete regionale.
Al termine dei lavori si è deciso di offrire ai presenti l’opportunità di partecipare alla redazione del verbale dell’incontro.
Per rendere proficuo questo impegno, consentendo anche agli assenti di poter dire la loro, si presenta una bozza di verbale, un canovaccio che si limita a fare sintesi delle decisioni sulle quali vi è stata ampia condivisione.
La presente bozza viene quindi pubblicata sul nostro Blog, dando la possibilità a chiunque di avanzare proposte integrative, analisi, ecc., di fatto continuando i lavori dell’assemblea. A tale scopo si invita ad utilizzare lo strumento del “commento”.

La bozza di resoconto.

L’OdG prevedeva in sostanza un unico punto: promuovere l’adesione alla Rete e l’invito ad ogni aderente ad assumere incarichi operativi nelle diverse aree di attività.
Alcuni interventi, nel trattare il tema proposto, hanno toccato e ribadito il senso del nostro impegno nel costruire la Rete.
Abbiamo quindi sintetizzato al paragrafo 1. tali considerazioni, riportando invece al successivo paragrafo 2. le tematiche organizzative.

1. Lo scenario in cui si colloca il nostro impegno

L'attuale crisi economica potrebbe subire nei prossimi mesi/anni un'accelerazione tale da rendere insufficienti le risposte "pubbliche"; ecco allora che una rete solidale, che sia in grado di soddisfare i bisogni primari potrebbe costituire l'unica difesa possibile verso scenari di degrado sociale ad oggi ancora impensabili per i più.

Gli sforzi della rete e di tutti i nodi che la compongono dovrebbero essere prioritariamente orientati a mettere in campo azioni concrete di economia alternativa: occasioni di lavoro, scambi di beni e servizi entro la logica del "dono" come sostegno alle fasce più in difficoltà.

L'orizzonte territoriale della Rete (la Regione) visualizza l'obiettivo politico della creazione di un'economia altrenativa, capace di contaminare progressivamente la sfera del mercato "classico"; il raggiungimento di una "massa critica" è il presupposto per poter influenzare le scelte pubbliche alla scala adeguata al fenomeno (comunale, distretto, provincia, regione).


2. L’organizzazione della Rete

In sintesi, la RESFVG va intesa come un insieme di nodi (persone, associazioni, istituzioni, reti territoriali e settoriali), ciascuno dei quali svolge le proprie attività:

a. chiedendo alla Rete di condividerne, previo confronto, gli obiettivi e le azioni;

b. dichiarando che cosa e come intende impegnarsi per far crescere la Rete, per conseguire gli obiettivi del Protocollo.

Sul punto a. l’Assemblea ha convenuto che ogni nodo si rapporti alla Rete proponendo progetti e azioni che, una volta discussi e condivisi, riceveranno il supporto dell’intera rete e, particolarmente, dei nodi maggiormente interessati allo sviluppo del progetto. Esempio: Slow food propone di diffondere l’esperienza dei punti di incontro fra domanda e offerta di prodotti alimentari, secondo criteri di sostenibilità, qualità, ecc. Il progetto viene discusso all’interno della Rete e, qualora approvato, definisce i nodi della rete chiamati a collaborare con Slow food ed impegna l’organizzazione a pubblicizzarlo, a sostenerlo, ecc.

Sul punto b. non vi sono stati interventi significativi, salvo una consistente obiezione della rappresentante di Banca etica o, per la precisione, dei tre gruppi regionali di soci della stessa istituzione. L’obiezione è la seguente: la RESFVG non è sufficientemente partecipata, rappresentativa, dalle buone pratiche presenti in regione, con particolare riguardo a quelle di maggior peso. Conseguentemente, la sua costituzione è prematura e richiede quindi un ulteriore lavoro di preparazione del consenso.
L’obiezione merita di essere discussa e approfondita perché ci fa correre il rischio di cadere nel paradosso del comma 22 (su Wikipedia la spiegazione). In sostanza, si dice: non aderisco fino a quando la Rete non sarà maggiormente partecipata. Ma in questo modo, nessuno mai parteciperà.
L’errore, a mio avviso, sta nel non aver compreso appieno la natura di una Rete democratica e partecipata, continuando a confonderla con una Associazione o con un Consorzio. La rete non ha testa, oppure ha tante teste quanti sono i nodi. La Rete è un sistema aperto di connessioni fra nodi che entrano ed escono a loro piacimento, senza alcuna gerarchia di tipo temporale (i fondatori), conoscitivo (ho il monopolio della conoscenza), spaziale (sto al centro di un territorio, sto nel capoluogo) , decisionale (via delega formale o informale). Le connessioni si stabiliscono in virtù della condivisione di valori, procedure, obiettivi. Quindi, andiamo avanti e dichiariamoci tutti disponibili a discutere anche con i tre citati gruppi, per fugare dubbi e, discutendo, per crescere tutti insieme.

L’ultima parte dell’Assemblea è stata dedicata alla raccolta di adesioni che concretizzano, che danno risposta alla domanda: “che cosa posso fare per la Rete”.

A questo proposito è stata accolta la proposta, sempre emendabile, di orientare le adesioni verso la formazione di due grandi tipologie di reti: settoriali e territoriali.

Le reti settoriali (RS) proposte sono: RS1-gruppi di acquisto solidale, RS2-botteghe del commercio equo e solidale, RS3-banche del tempo, RS4-ambiente (risparmio energetico, tutela del territorio, ecc.), RS5-beni comuni (acqua, aria, terra, conoscenza, ecc.), RS6-produzioni, RS7-salute, RS8-cultura (lavorare sugli immaginari), RS9-attività istituzionali (che cosa possono fare le pubbliche amministrazioni), RS10-finanza etica (condividere risorse per sostenere lo sviluppo di buone pratiche, ecc.), RS11-manutenzione della rete (del sistema informativo, delle convocazioni, ecc.).

Le reti territoriali (RT)fanno riferimento alla formazione dei distretti di economia solidale che, per ora, abbiamo deciso di far coincidere con la zonizzazione dei 19 Ambiti socioassistenziali in cui è suddivisa la nostra regione. I distretti sono i seguenti (viene per ora riportato solo il nome del Comune capo ambito): RT1-Duino Aurisina, RT2-Trieste, RT3-Muggia S. Dorligo, RT4-Alto Isontino, RT5-Basso Isontino, RT6-Gemonese, RT7-Carnia, RT8-San Daniele, RT9-Tarcento, RT10-Cividale, RT11-Codroipo, RT12-Udine, RT13-Cervignano, RT14-Latisana, RT15-Sacile, RT16- S. Vito, RT17-Azzano Decimo), RT18-Maniago), RT19-Pordenone.

Ogni nodo (individuale o collettivo) può dare la sua disponibilità a far parte di una o più reti territoriali e/o settoriali. Se una rete settoriale o territoriale riceverà più adesioni, saranno gli stessi aderenti a nominare un loro referente (o definito con altro termine se più confacente al ruolo assegnato. Per ora teniamoci questa dizione). Diversamente, se una rete registrerà un’unica adesione, questo nodo assumerà automaticamente il ruolo di referente.

Hanno dato la loro disponibilità: Anna Maria Giaggioli (RT4, RS1, RS2), Laura Galluzzo (RS7), Giorgio Jannis (RS8, RS11), associazione ARIA (RS8), Marco Duriavig e Paolo Tomasin (RS9), Ferruccio Nilia (RS11).

3. Altre proposte

Al termine dell'incontro, proprio per favorire la possibilità di un'estensione immediata della Rete, si decide che è opportuno tenere, quanto prima possibile, quattro incontri articolati nelle quattro province.
E’ emersa inoltre l'opportunità di un approfondimento sul tema che, per semplicità, definiremo come il rapporto fra reti digitali e reti analogiche (importanza del rapporto diretto interpersonale, ma anche utilizzo molto più intenso degli strumenti che oggi sono a nostra disposizione per comunicare, lavorare assieme ecc.)."


4. Conclusioni

Qui si conclude la bozza e si resta in attesa delle osservazioni e delle integrazioni, nonché:

  • l’adesione alla rete per chi ancora non lo ha fatto (tramite la scheda che trovate su questo blog, nella colonna di destra);

  • la disponibilità a lavorare in una o più delle reti settoriali e/o territoriali proposte (basta indicare la/le sigla della rete settoriale “RS .. “e/o territoriale “RT…” descritte).

Per mantenere "centralizzati" gli apporti integrativi a questo resoconto collaborativo dell'ultima Assemblea, consigliamo di produrre i vostri interventi direttamente qui sul blog, come commento a questo stesso articolo - il "bottone" (comments) per i commenti è qui sotto.
Per sicurezza, scrivete le vostre osservazioni su un documento di testo, poi fate copia incolla dentro la finestrella dei commenti; firmate il vostro intervento.

16 aprile 2009

Diventa nodo della Rete di conomia Solidale del FVG

Care amiche e cari amici della RESFVG, dopo un lungo percorso elaborativo siamo finalmente giunti a licenziare la bozza definitiva del protocollo di adesione alla Rete, reperibile presso l'area documenti del nostro Googlegruppo, unitamente alla scheda informativa per agevolare l’iscrizione.

Portiamo quindi alla vostra valutazione gli elaborati, proponendone la valutazione e approvazione nell’Assemblea che è convocata per venerdì 24 aprile alle ore 18.00, presso la sede della CGIL di via Bassi 36 – Udine.

Vi preghiamo di fare ogni sforzo per intervenire, per esprimere la vostra adesione, per impegnarvi ad iscrivere altre persone ed associazioni.

25 marzo 2008

Decrescita e Elezioni2008

LETTERA APERTA AI CANDIDATI ALLE PROSSIME ELEZIONI POLITICHE ED AMMINISTRATIVE IN FRIULI VENEZIA GIULIA

Premessa
E' in via di costituzione la Rete di economia solidale del Friuli Venezia Giulia. Il documento base che illustra le motivazioni, gli obiettivi ed il percorso costitutivo di tale iniziativa può essere esaminato sul blog resfvg.blogspot.com.

Tale documento: "Costituzione della Rete di Economia Solidale del Friuli Venezia Giulia RESFVG", si apre descrivendo il motivo che porta diverse associazioni e persone già impegnate nella realizzazione e diffusione di buone pratiche a fare rete: "L'attuale sistema socio economico, egemonizzato dal mercato capitalistico, sta portando l'umanità verso il collasso ambientale, economico, energetico, sociale e politico. Soluzioni parziali non sono più percorribili in quanto i fattori di crisi sono ormai sistemici. Occorre rompere l'egemonia di tale modello economico, i cui obiettivi sono quelli di espandere all'infinito bisogni e consumi, di rendere "liquide", strumentali, le relazioni fra le persone e gli aggregati sociali. E' urgente immaginare insieme, progettare e costruire un nuovo sistema, in grado di offrire a noi tutti un percorso diverso e democratico di fare economia"solidale".

Le ragioni di un cambiamento
Da questa breve premessa si può facilmente comprendere il motivo per il quale il presente appello è rivolto indistintamente a tutti i candidati, poiché nessuno dei partiti sostiene esplicitamente ed in modo organico la necessità di uscire dalla logica della crescita indefinita che viene espressa sinteticamente attraverso la formula dell'incremento del PIL.
Pur con accentuazioni diverse - sul ruolo e sul peso delle politiche di welfare da adottare, sulle misure per affrontare la crisi ambientale ed energetica - tutte le formazioni politiche continuano a ritenere, di principio o di fatto, il mercato come principale motore di sviluppo del benessere materiale delle persone.

Non siamo contro il mercato, ma contro la sua egemonia materiale e sociale, nel garantire la sussistenza. Siamo invece convinti che la principale forma di organizzazione economica in grado di assicurare benessere materiale e psicologico, coesione sociale, rispetto dell'ambiente e delle risorse naturali finite sia rappresentata dai sistemi di reciprocità (la reciprocità è, ad esempio, il principio che accomuna tutti i soggetti del terzo settore e che connotava l'economia civile della scuola napoletana e lombarda del XVIII secolo: Genovesi,
Verri, Beccaria, Romagnoli, Cattaneo, Muratori).

Il mercato si basa sullo scambio, sulla competizione, sull'espansione infinita dei bisogni e quindi dei consumi. La sua logica è talmente pervasiva da aver incorporato, piegato, la società e le sue istituzioni all'economia. La forma economica, da mezzo per garantire la sussistenza, è diventata fine. E l'uomo il suo mezzo.
La reciprocità, basata sul dono, sulla cooperazione, sulla solidarietà, sulla mutualità già ora produce beni materiali e relazionali la cui evidenza economica è difficilmente percepibile, non esistendo un sistema di contabilizzazione che non sia mediato dalla moneta. Se lo si facesse (e non sarebbe per nulla difficile farlo), siamo convinti che il peso economico di questo sistema già ora sarebbe uguale se non superiore a quello prodotto dal mercato, e senza gravare quest'ultimo delle perdite dovute ai danni sociali ed ambientali che esso produce ed esternalizza. La reciprocità è quindi un sistema sociale ed istituzionale che incorpora l'economia, che la mantiene mezzo e non fine.
La reciprocità già oggi crea beni relazionali ad alto valore sociale aggiunto, compresa la fiducia, senza la quale lo stesso mercato (come ormai avviene sempre più spesso) corre il rischio di trasformarsi in una giungla che non premia i più bravi, i più innovativi ma i più spregiudicati. L'aumento dei beni relazionali è il primo passo decisivo per ridurre l'attuale propensione ai consumi superflui e compulsivi, ma divenuti necessari per anestetizzare la mancanza di senso delle nostre vite. Basti pensare al peso che ha oggi (anche in termini di sola spesa sanitaria) la depressione, evidente sintomo di tale mancanza di senso, della povertà di relazioni vere, profonde, non strumentali fra le persone.

La reciprocità può allo stesso tempo assicurare la produzione di beni materiali necessari alla sussistenza dell'uomo e del suo ambiente a condizione di avviare un grande processo di trasformazione della nostra organizzazione sociale, economica e territoriale. E' un compito certamente colossale, ma meno oneroso e rischioso degli effetti delle guerre che la natura, o le nazioni, possono scatenare a causa degli sconvolgimenti climatici o dell'esaurimento delle materie prime.

Poiché non riteniamo di essere utopisti o sprovveduti, ma semplicemente mossi dal principio di precauzione e di responsabilità, condividiamo con molti ormai, la proposta di avviare forme sperimentali di economia solidale, a partire dal territorio in cui viviamo. Gli effetti positivi si possono già apprezzare. Ad esempio, i Gruppi di acquisto solidale, limitandoci a quelli che si sono formati per l'acquisto di beni alimentari, stanno producendo una domanda che incentiva l'offerta dell'agricoltura e della zootecnia biologica locale. Questo processo di formazione di filiere corte (perché avvicinano produttore e consumatore) ha una pluralità di vantaggi di natura sistemica: valorizza le risorse locali, riduce i trasporti di merci e persone, responsabilizza produttori e consumatori, sviluppa forme di convivialità fra le persone.

La nostra azione è quindi orientata a sostenere lo sviluppo sul territorio di queste buone pratiche e di farle interagire affinché diventino progressivamente sistema. Questi sistemi territoriali sono definiti distretti e reti di economia solidale.

Il documento che abbiamo segnalato in premessa descrive, seppur succintamente, il percorso che intendiamo seguire.

L'appello
Il processo di conversione della nostra economia, che abbiamo descritto e che responsabilmente cerchiamo di promuovere dal basso, attraverso l'impegno diretto dei cittadini e delle loro forme organizzate, potrà accelerare i suoi tempi di realizzazione ed aumentare la sua efficacia se, parallelamente, troverà appoggio e coerenza nell'azione politico-amministrativa delle istituzioni pubbliche.

Chiediamo pertanto ai candidati e alle loro formazioni politiche:
  • di riconoscere la necessità, per fronteggiare la crisi ambientale e sociale innescata ed alimentata dal sistema economico di mercato, di far progressivamente crescere il sistema di economia solidale;
  • di perseguire tale obiettivo di crescita secondo un'ottica di tipo sistemico e di traguardarlo in orizzonte non solo di breve periodo. In questo modo sarà possibile immaginare un percorso di programmazione di interventi non episodici della pubblica amministrazione;
  • di coinvolgere i cittadini nei processi programmatori e decisionali, attraverso forme di reale democrazia partecipativa. Perché ciò si realizzi occorre assicurare la massima informazione e trasparenza della pubblica amministrazione, nonché prevedere e sostenere iniziative di autogoverno di servizi che i cittadini possono attivare secondo principi di reciprocità;
  • di orientare le politiche e le azioni dell'intero sistema pubblico e dei suoi enti strumentali a tutela dell'ambiente e dei beni comuni, al risparmio e all'autonomia energetica, all'obiettivo dello "zero rifiuti", al favorire il massimo sviluppo delle filiere corte per tutti i beni che possono essere prodotti e consumati nel territorio regionale;
  • di riconoscere l'utilità sociale delle buone pratiche e delle loro reti territorialmente organizzate coinvolgendole, al pari delle altre categorie socialmente ed economicamente significative, nelle scelte delle diverse amministrazioni e sostenendole con adeguati strumenti.

22 marzo 2008

Documenti e appuntamenti

Segnalo la disponibilità di nuovi documenti presso la sezione "Pagine" del gruppo, all'indirizzo groups.google.com/group/resfvg.

Al momento oltre il documento base RESFVG è presente il resoconto dell'Assemblea regionale che si è svolta recentemente a Palmanova, nonché il resoconto dell'incontro della nascente Rete di Economia Solidale di Udine (RESUD) tenutosi lo scorso mercoledì 19 marzo.

Il prossimo appuntamento per RESUdine è stato fissato per il 23 aprile, ore 20.30, presso il Circolo ARCI NuoviOrizzonti ai Rizzi.

Colgo anche l'occasione per diffondere la notizia di un'interessante iniziativa sui temi della democrazia partecipativa: presso il Circolo ARCI Mis(s)Kappa, via Bertaldia Udine, Gilberto Marzano e Gaddo De Anna ci spiegheranno cosa sono e come funzionano Agenda 21 e il Bilancio Partecipativo, nel corso di un incontro ititolato "Gli strumenti della partecipazione, gli strumenti della decisione". Martedì 25 marzo, ore 18.00. Qui la locandina.

4 marzo 2008

Costituzione della Rete di Economia Solidale


Commentiamo liberamente il seguente documento (una sua versione estesa, comprensiva di note e glossario, si trova qui a destra, nella sezione Documenti utili)



Costituzione della Rete di Economia Solidale del Friuli Venezia Giulia “RESFVG”


L’orizzonte
L’attuale sistema socio economico, egemonizzato dal mercato capitalistico, sta portando l’umanità verso il collasso ambientale, economico, energetico, sociale e politico. Soluzioni parziali non sono più percorribili in quanto i fattori di crisi sono ormai sistemici.
Occorre rompere l’egemonia di tale modello economico, i cui obiettivi sono quelli di espandere all’infinito bisogni e consumi, di rendere “liquide”, strumentali, le relazioni fra le persone e gli aggregati sociali.
E’ urgente immaginare insieme, progettare e costruire un nuovo sistema, in grado di offrire a noi tutti un percorso diverso e democratico di fare economia“solidale”.

L’obiettivo
In Italia, come in altri Paesi, si stanno costituendo reti locali di buone pratiche, denominate distretti e reti di economia solidale.

Le buone pratiche (i nodi della rete), che si stanno moltiplicando anche nella nostra regione, possono iscriversi in un orizzonte di economia solidale solo se sapranno fare sistema, ovvero sostenersi reciprocamente e dotarsi di istituzioni in grado di offrire un contenitore tale da garantirne il sostegno e lo sviluppo. I distretti e la rete di economia solidale sono per l’appunto questo contenitore istituzionale.


Il percorso
1. I nodi del sistema.
Sul nostro territorio si stanno moltiplicando realtà che a diverso titolo possono definirsi buone pratiche
L’esperienza insegna che queste singole iniziative, se scollegate fra loro e prive di un comune progetto, corrono il rischio di essere riassorbite dal sistema, di esaurire la loro originaria carica ideale.
Questa constatazione ci suggerisce due caratteristiche fondamentali che devono connotare le imprese dell’economia solidale: la necessità di non superare soglie dimensionali tali da togliere ai soci una reale capacità di partecipazione democratica; l’esigenza di connettersi con altre realtà associative e produttive del territorio di insediamento.

2. La rete di primo livello. I distretti di economia solidale
Perché le singole pratiche facciano sistema, determinino un insieme di condizioni tali da produrre un’economia solidale, ecocompatibile, democratica, ove prevalga il principio di reciprocità occorre riscoprire il legame fra noi e l’ambiente in cui viviamo e da cui possiamo trovare sostentamento per i nostri bisogni di sopravvivenza (anche in caso di esaurimento del petrolio e di altre materie prime) e di relazione con gli altri.

Lo strumento che pensiamo viene comunemente definito “distretto di economia solidale”.

Per passare dall’economia formale, quella del mercato in cui siamo immersi e da cui dipendiamo in larghissima parte, all’economia sostanziale11, solidale, ecologicamente e socialmente sostenibile, il distretto rappresenta un laboratorio nel quale le buone pratiche impareranno a cooperare, a ridurre gradatamente la logica, il peso economico e sociale dello scambio con quello della reciprocità, del dono, della cooperazione.

Per queste ragioni il nostro sforzo, in questa prima fase, deve avere come scopo quello di dimostrare che il distretto di economia solidale è un modello, un prototipo in grado di offrire una soluzione “felice”, non socialmente traumatica, di riconversione sociale ed economica.
In Friuli Venezia Giulia ci proponiamo di individuare alcune aree territoriali in cui avviare prototipi di distretto, per creare una prima rete di sostegno, di scambio di esperienze.

3. Il secondo livello. La rete di economia solidale del Friuli Venezia Giulia
Il distretto, come si è definito, rappresenta la prima rete di relazioni necessarie ad assicurare gran parte dei bisogni primari e relazionali delle persone. Ma, per altri bisogni e relazioni, per una maggiore efficacia del sistema, occorre andare a scale territoriali superiori. Per questo si ipotizza, in questo nostro contesto, un livello di scala regionale (ad una sorta di consorzio fra distretti), che chiamiamo rete di economia solidale del Friuli Venezia Giulia.


Finalità e forma della Rete di economia solidale
Se la configurazione finale della Rete regionale sarà quella del “consorzio” fra i distretti, ciò potrà aversi solo quando l’intero o gran parte del territorio regionale sarà distrettualizzato.

Nel frattempo pensiamo ad un organismo provvisorio, composto da soggetti collettivi, al quale affidare i seguenti compiti:
  • sostegno e sviluppo delle buone pratiche e dei distretti di economia solidale sull’intero territorio regionale;
  • diffusione delle informazioni, della conoscenza e della cultura dell’economia solidale all’intera collettività regionale e alle sue istituzioni pubbliche;
  • rappresentanza dell’economia solidale.

Per poter svolgere le prime due funzioni, occorrono competenze e mezzi non reperibili attraverso il solo ricorso al contributo degli associati. Convinti che l’azione svolta dalle buone pratiche e dalle loro reti riveste, ed in misura sempre crescente, assumerà una forte valenza di pubblico interesse (economico e sociale) riteniamo legittimo chiedere esplicitamente (e senza contropartite più o meno esplicite) alle principali istituzioni pubbliche il riconoscimento della RESFVG ed il suo sostegno finanziario e normativo.


Forma della Rete di economia solidale
Per giungere alla costituzione di quella che abbiamo chiamato istituzione provvisoria occorre passare attraverso una fase costituente, che avrà il compito:
  • di raccogliere le adesioni di tutti i soggetti interessati;
  • di stilare la “Carta” della Rete e portarla all’approvazione dell’Assemblea costituente;
  • di eleggere gli organi di governo, stabiliti dalla Carta medesima.

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Gli appuntamenti
Sabato 15 marzo a Palmanova, ore 9.30, presso il Meeting Point San Marco (entrata a fianco del Duomo, nella piazza centrale): assemblea costituente.
L’assemblea costituente decide data, luogo e modalità di convocazione dell’assemblea generale di costituzione della Rete.