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13 novembre 2013

Due importanti iniziative in tema di etica, ambiente, economia, decrescita.

Due importanti iniziative in tema di etica, ambiente, economia, decrescita.

Promosso dal Forum per i beni comuni e l’economia solidale del Friuli Venezia Giulia il 29 novembre prossimo inizia un primo corso di formazione per promotori di distretti di economia solidale. Richiamando l’appellativo attribuito ai fondatori della prima cooperativa di consumo europea, nata nel 1844 in un sobborgo di Manchester, i futuri inizitori dei distretti di economia solidale nella nostra regione, vengono definiti: “Probi pionieri dell’economia solidale del Friuli Venezia Giulia”. SONO APERTE LE ISCRIZIONI.

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Organizzato da LabEED – Laboratorio di etica economia diritto dell’Università di Udine è già iniziato un ciclo di conferenze sui temi trattati dal Laboratorio. Il prossimo appuntamento è per lunedì 18 novembre, alle ore 11.00 presso il Polo economico-giuridico a Udine. Francesco Marangon parlerà di: “Il valore economico del paesaggio”. 

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Entrambe le iniziative vedranno l’intervento di Mauro Bonaiuti, cofondatore del movimento della decrescita in Italia. E’ da poco uscito il suo saggio “La grande transizione. Dal declino alla società della decrescita”.

7 marzo 2013

Non è decrescita felice, è modernità.

Scrivevo su Facebook ierisera
Tutti invocano un cambiamento radicale, di sistema. L'economia solidale, come forma economica da affiancare all'economia di mercato prestando attenzione alla dimensione locale e alla qualità dell'abitare, costituisce una soluzione certa, insieme ai suoi strumenti quali decrescita e transizione. Ma come ogni cambiamento deve saper raccontare sé stessa, senza suscitare risolini presso chi ignora i suoi presupposti teorici, l'ampia letteratura scientifica su cui si fonda. Come sempre, un problema di narrazione.
 Oggi Renato Soru, riportato da Ivan Scalfarotto in un twit, dice che
Non è decrescita felice, è modernità.
Ecco che trovo risposte nella serendipità.
Questo serve. Trovare metafore, parole chiave, suggestioni e connotazioni calzanti e adeguate, per raccontare l'economia solidale e la decrescita.  

20 febbraio 2013

Decrescita e Desiderio: formare l’Umanità di domani


di Paolo Bartolini - Megachip. 
Anni fa, sfogliando un interessante libro sulla decrescita, trovai tra gli scritti che lo componevano un saggio di uno psicoanalista francese che lasciava ben intendere quale fosse la posta in gioco nel ripensamento dei nostri stili di vita. L’autore parlava, in quelle righe, della necessità di stabilireun nuovo rapporto con il desiderio, mettendo in guardia chiunque pensasse di promuovere politiche di decrescita senza aver compreso adeguatamente la struttura profonda del desiderio umano. Credo a tutt’oggi che questo lavoro di analisi e di consapevolezza sia stato poco sviluppato e meriti, di conseguenza, tutta la nostra attenzione. Ritengo infatti che solo affrontando le dinamiche del desiderio sia possibile comprendere il potere pervasivo dell’odierna cultura votata alla crescita infinita. Lavorare su questi temi è prioritario per chiunque voglia costruire nel tempo una nuova egemonia che metta in discussione il discorso autoreferenziale della società dello spettacolo.   Per prima cosa sarà bene ricordare che l’uomo è un animale assai particolare, la cui eredità filogenetica risente potentemente delle influenze ambientali presenti in un determinato periodo storico; in tal senso possiamo dire che la cultura è per l’uomo una vera e propria “seconda natura”.
Difatti la carenza di una guida istintuale forte e vincolante fa sì che l’essere umano lotti per la sopravvivenza facendo leva su apprendimenti complessi e su continue e graduali trasformazioni dell’esistente.
Questa novità evolutiva la dobbiamo alla nostra rilevante plasticità cerebrale e al processo di imitazione/invenzione che ci caratterizza come animali integralmente sociali.
La doppia natura dell’uomo (biologica e culturale) ha affiancato ad un sistema di bisogni ben identificabili - protezione, nutrimento, sicurezza, contatto, amore, ... - la dimensione più misteriosa e indeterminata del desiderio. Ciò che perturba, nel desiderio, è la sua ambivalenza originaria; in esso infatti riscontriamo la convivenza di una mancanza incolmabile e di un’eccedenza immaginativa che rende alquanto difficile (se non impossibile) il raggiungimento di un autentico e definitivo appagamento. In altre parole: una sete di infinito abita tutti i membri della nostra specie, ferme restando le numerose variabili individuali.
Credere quindi che il desiderio umano coincida con la “semplice” soddisfazione dei suoi bisogni vuol dire non aver colto adeguatamente lo iato che ci separa dagli altri animali che condividono con noi la loro vita sul pianeta. Qui, di sfuggita, è bene ricordare che questa differenza qualitativa non va necessariamente imputata ad un disegno trascendente, rimanendo pienamente interpretabile all’interno delle coordinate naturali dell’evoluzione biologica. Comunque, tornando all’argomento principale di questo scritto, possiamo dire che l’impossibilità di colmare definitivamente la misura del desiderio è qualcosa che il capitalismo ha compreso dai suoi albori, sebbene per secoli la febbre relativa all’accumulazione di beni e denaro sia stata contrappesata da valori collettivi improntati alrisparmio e all’etica del lavoro. Dagli anni ’60 del secolo scorso, in risposta alle nuove esigenze di accumulazione delle classi dominanti, abbiamo assistito allo sdoganamento completo del desiderio(Romano Màdera parla di “licitazionismo” per definire questo cambiamento epocale che segna il tramonto definitivo del patriarcato e dei suoi divieti, ormai superati dai mutamenti vertiginosi del sistema produttivo-economico e dalla diffusione massiva dei mezzi di comunicazione di massa).
Oggi desiderare sempre di più e non accontentarsi di ciò che si ha e si è, non solo è diventato lecito ma persino obbligatorio!
La pubblicità ce lo dimostra saturando ogni intercapedine della nostra esistenza, modellando gusti e scelte di consumo, inducendo - insomma - bisogni artificiali ampiamente scollegati dalle normali esigenze dell’organismo. Ma questo è risaputo e non aggiunge molto alla riflessione che stiamo articolando. Più sorprendente, invece, è il fatto che spesso anche i critici più intransigenti nei confronti dell’attuale sistema economico e sociale non si accorgano di quanti aspetti profondi della vita umana siano messi in gioco dal “consumo”.
Qui dobbiamo dotarci di uno sguardo che, senza fermarsi alla superficie del problema, esplori lanatura polimorfa del desiderio. Quest’ultimo, abbiamo visto precedentemente, non ha in sé la capacità di fermarsi su un solo oggetto, di acquietarsi nel possesso di qualcosa o, meglio ancora, di un bene qualunque che sia una “cosa”. Il reiterato meccanismo di desiderio e frustrazione prodotto dal marketing e dall’obsolescenza programmata delle merci, si nutre come un cancro di questa dismisurapotenziale e la espande volontariamente, illudendo la persona che in un futuro sempre prossimo e mai presente potrà finalmente trovare pace e appagamento.
Ma la rincorsa verso nuovi oggetti del piacere è per sua natura destinata a replicare il fallimento, lasciando il desiderio incompiuto e sospeso. Ciò genera, evidentemente, un eccitamento perpetuo che, moltiplicando l’insoddisfazione, spinge milioni di individui ad accumulare esperienze e merci con la speranza, un giorno, di trovare un qualche sollievo duraturo.
Come uscire, quindi, da questo ingranaggio mostruoso e seducente al tempo stesso?
Pur provenendo da scuole teoriche e percorsi umani diversi, ci aiutano a rispondere alla domanda due psicoanalisti molto apprezzati in Italia e all’estero: Massimo Recalcati (lacaniano, autore fra gli altri dell’ottimo libro “Ritratti del desiderio”, 2012) e il già citato Romano Màdera (analista filosofo di estrazione junghiana, autore di opere quali L’animale visionario, 1999, e La carta del senso, 2013).
Per entrambi esistono almeno due vie che permettono all’uomo di godere del proprio desideriosenza approdare ad esiti distruttivi.
La prima riguarda il riconoscimento reciproco del desiderio, la seconda il desiderio di Altrove o diSenso che schiude l’anima dell’uomo all’incontro con il sacro.
lorina-Tayag
Nell’amore romantico, nella sessualità rispettosa della soggettività propria ed altrui, nell’amicizia autentica e in tutti i momenti della vita quotidiana in cui due o più esseri umani comunicano rispettando e comprendendo empaticamente il vissuto dell’interlocutore, in ognuno di questi casi (e in molti altri) il desiderio può realizzarsi e rispecchiarsi nel riconoscimento che riceve per sé e che, di rimando, può donare all’altro.

Il desiderio, in fondo, è alla continua ricerca di se stesso nell’Altro e attraverso l’Altro.
La sua spinta originaria non può placarsi nel solipsismo del possesso, non c’è oggetto animato o inanimato che possa soddisfarlo a lungo.
Tutto ciò è ancora più chiaro quando ci rivolgiamo al desiderio di Senso ovvero alla sete infinita che ci costringe ad errare (nel senso di vagare, ma anche di sbagliare ripetutamente) per raggiungere un contatto profondo con la sorgente viva della Realtà (alcuni direbbero con Dio).
Come suggerisce Màdera «Il desiderio non può acquietarsi in oggetti parziali, inadeguati alla sua potenza sempre originante, ma non può neppure essere dismesso, poiché è proprio sul desiderio che si appoggia ogni superamento dei desideri parziali. La figura simbologica che trasfigura entrambe queste vie negative è il riconoscimento che il desiderio infinitamente aperto possa riposare nella sua stessa infinita apertura, cioè che il desiderio giunga a desiderare se stesso, oltre qualsiasi suo oggetto». Ecco dunque il cuore della questione, senza la comprensione del quale siamo destinati a lasciare in mano al Mercato e al dio Denaro la passione per l’infinito dell’uomo, ormai ridotta a banalissima coazione a ripetere.
Queste brevi note vogliono ricordare, a tutti coloro che intendono lavorare per una rivoluzione culturale che contribuisca a superare il dogma della crescita e dell’accumulazione economica, la necessità di far convergere sempre di più le loro iniziative formative, culturali e politiche verso un’idea di convivenza umana che sappia alimentare la dinamica positiva del desiderio, indebolendo in tal modo l’angosciante circuito del desiderio malato che abbiamo sopra descritto. Per far questo sarà indispensabile perseguire, a tutti i livelli della società, tre obiettivi prioritari, fra loro interconnessi:
  1. redistribuire la ricchezza in modo tale che tutti gli esseri umani possano soddisfare pienamente i bisogni elementari di sopravvivenza e sicurezza umana (cibo, acqua, prevenzione e cure mediche, protezione dal freddo, dalla povertà e dall’insicurezza lavorativa, educazione scolastica, pace, salubrità dell’ambiente);
  2. diffondere una pedagogia che, dalle scuole Primarie fino almeno alle Superiori, preveda momenti dedicati all’alfabetizzazione emotiva, alla comunicazione empatica e all’educazioneai Media: una vera cultura, insomma, del riconoscimento reciproco e della solidarietà;
  3. promuovere in tutte le sedi opportune il dialogo interreligioso e il dialogo tra credenti e non credenti, al fine di recuperare il senso di un comune destino che unisce tutti gli esseri umani, al di là delle singole credenze e differenze di culto.
Queste sono le premesse, forse non sufficienti ma certo necessarie, per preparare la transizione ad una società alternativa capace di decrescere negli sprechi e nell’iperconsumo di risorse naturali, ma ancor più di crescere sul versante della gioia, dell’amore e del ben-vivere.
Su questi punti, in fondo semplici e non lontani dallo spirito della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, potrebbero crearsi inaspettate convergenze tra soggetti anche molto diversi fra loro, un po’ come accadde per la stesura della nostra bellissima Costituzione Italiana.

fonte: Megachip


18 settembre 2012

Venezia, conferenza internazionale sulla decrescita


Decrescita, a Venezia da domani la conferenza internazionale

Con il titolo La grande transizione: la decrescita come passaggio di civiltà, inizia a Venezia, domani, la 3a Conferenza internazionale sulla decrescita: cinque giornate in Laguna dedicate a beni comuni, lavoro e democrazia che conteranno sulla partecipazione di 671 persone provenienti da 47 diversi paesi del mondo.


conferenza decrescita
Il 19 settembre 2012 inizia a Venezia la terza Conferenza internazionale sulla decrescita
A Venezia si inaugura domani, mercoledì 19 settembre, la 3a Conferenza internazionale sulla decrescita per la sostenibilità ecologica e l'equità sociale. Un evento importante - promosso dall'Associazione italiana per la decrescita, in collaborazione con Arci, Research&Degrowth, Kuminda, Spiazzi Verdi, Sesterzo, l'Università Iuav di Venezia, l'Università di Udine e il Comune di Venezia - costruito sulla partecipazione e il confronto, per creare un ponte tra la ricerca scientifica, l’impegno civico e politico, l’espressione artistica e le buone pratiche territoriali.
671 persone da 47 diversi paesi del mondo si sono iscritte alla Conferenza per partecipare a queste cinque giornate di lavoro e discussione attorno ai temi della decrescita; 88 i relatori internazionali che interverranno alla Conferenza; 22 le persone dello staff; 106 i volontari coinvolti; 15 media-partner e decine di partner diffusi in tutto il Paese (la lista completa è disponibile qui).
La prima giornata sarà dedicata all’accoglienza dei partecipanti (dalle 10.30 alle 16.00 sarà possibile ritirare gli accrediti nella sede dello Iuav, presso l'ex cotonificio veneziano, Dorsoduro 1827) e all’introduzione ai lavori, con un grande evento aperto a tutta la cittadinanza.
Dalle 16.00 alle 19.30, al teatro Malibran (campiello Malibran, Cannaregio 5873), si terrà la sessione d'apertura, intitolata “La grande transizione”, introdotta dai rappresentati di tre soggetti tra i promotori della Conferenza: Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia; Matelda Reho, docente dello Iuav; Leonardo Alberto Sechi, rettore dell'Università di Udine, e Gianfranco Bettin, assessore all'Ambiente e città sostenibile di Venezia.
Bob Thomson, del comitato promotore della Conferenza sulla decrescita a Montreal (che si è svolta lo scorso maggio), passerà il testimone a Marco Deriu, dell'Associazione italiana per la decrescita, tra i promotori della Conferenza a Venezia. Interverranno quindi Serge Latouche - tra i più noti teorici della decrescita e professore di Economia all'Université d’Orsay di Parigi -; Helena N. Hodge, dell'International society for ecology and culture; Veronika Bennholdt-Thomsen, dell'University of natural resources and life sciences di Vienna, e Rob Hopkins, delTransition network.
A conclusione del convegno di apertura, una parata musicale sfilerà dal teatro Malibran alla fondamenta delle zattere, per partecipare alle iniziative della fiera AltroFuturo, con la musica del gruppo italo-francese Grimoon (dalle 21.00). “La serata dei fermenti viventi” (dalle 20.30 alle 22.00 sempre alle zattere), è invece un evento nell'ambito del programma de “L'aia nella laguna” (qui il programma completo) dedicato all'impasto collettivo e allo scambio di paste madri.
Dalle 21.15, al S.a.L.e. docks (magazzini del sale, Dorsoduro 265), si terrà “La repubblica del 99%”, un incontro pubblico promosso dalla rete Democrazia Km0 e moderato da Gigi Sullo durante il quale interverranno Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde diplomatique; Yves Cochet, membro del Parlamento europeo; Alberto Magnaghi, dell'Università di Firenze; Mario Pezzella, della Scuola normale superiore di Pisa, e Luca Casarini, dei Centri sociali del nordest.
I tre giorni seguenti -giovedì, venerdì e sabato- saranno riservati agli iscritti e rappresentano il cuore della Conferenza. Sono articolati in plenarie tematiche, lavori di gruppo e focus di approfondimento lungo tre assi tematici: beni comuni, lavoro e democrazia.
Materiali utili:
• il programma completo della Conferenza e degli eventi paralleli;
• le biografie dei relatori della Conferenza.


19 luglio 2012

Latouche, democrazia, protezionismo

Un'intervista a Serge Latouche, su Lettera43

Oggi penso che la democrazia sia un'utopia che ha senso come direzione. Ma la cosa importante è che il potere, quale che sia, porti avanti una politica che corrisponde al bene comune, alla volontà popolare, anche se si tratta di una dittatura o di un dispotismo illuminato.
D. Si spieghi meglio.
R. Norberto Bobbio si chiedeva quale è la differenza tra un buono e un cattivo governo. Il primo lavora per il bene comune. Il secondo lo fa per se stesso. Questa è la vera differenza.
D. Va bene, ma come si ottiene un buon governo?
R. Con un contropotere forte. Un sistema è democratico - non è la democrazia, attenzione, ma è democratico - quando il popolo ha la possibilità di fare pressione sul governo, qualunque esso sia, in modo da far pesare le proprie esigenze e idee.
D. Ma non sta rinnegando la democrazia?
R. L'ideale sarebbe naturalmente l'autogoverno del popolo, ma questo è un sogno che forse non arriverà mai.
D. Non pensa alla presa del potere?
R. Gandhi l'aveva spiegato a proposito del suo Paese: «Al limite gli inglesi possono restare a governare, ma allora devono fare una politica che corrisponde alla volontà dell'India. Meglio avere degli inglesi piuttosto che degli indiani corrotti». Mi sembrano parole di saggezza.
D. Sa che Silvio Berlusconi vuole tornare in politica?
R. Ah, lo so, ma lui è pazzo.

18 luglio 2012

Decrescita e democrazia


La transizione verso una società della decrescita rappresenta una sfida e contemporaneamente un’occasione per il ripensamento dell’idea democratica. Da una parte si devono criticare le forme della dipendenza politica dai modelli della crescita che governi e istituzioni democratiche hanno sviluppato fondando le basi del consenso sulla promessa illusoria di un miglioramento illimitato delle proprie possibilità di consumo. Dall’altra la prospettiva della decrescita può contribuire ad illuminare criticamente il problema del potere e dei modelli di governo e allargare il senso e le forme della partecipazione democratica.

Una riflessione di Paolo Cacciari su decrescita e democrazia, tratta dal sito Articolo21

15 maggio 2012

Un sindaco decrescista

Dal sito Venezia2012.it, dove vengono organizzati i documenti di lavoro e si prepara la 3° conferenza internazionale della Decrescita, ecco un articolo sull'elezione a Sindaco di un candidato sostenuto da una lista per la decrescita.

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Lista per la decrescita spodesta la Lega - di Nicola Tosi

Il 6 e 7 Maggio a Besozzo (Varese) la Lista Civica X Cambiare ha ottenuto 4.077 voti, pari al 65,37%; La Lega Nord 1.305 voti, pari al 32,00%; Besozzo Tricolore 332 voti pari all’8,14%. Dopo quindici anni la Lega crolla, quasi doppiata, in uno dei feudi bossiani, in una della giunte che aveva conquistato nella “prima ondata” e dove solo pochi giorni prima aveva avuto luogo la cosiddetta “pace di Besozzo”, fra Bossi e Maroni.
Ma il dato eclatante è un altro: la Lista Civica X Cambiare si è costituita come un gruppo in cui sono presenti donne e uomini rappresentativi della società besozzese, con competenze in diverse aree d’interesse. Queste persone si sono confrontate su idee e contenuti, hanno lavorato a lungo riconoscendosi nelle linee guida di condivisione del bene comune in ambito sociale e ambientale. Alcune tra le forze politiche besozzesi, nel rispetto dell’autonomia del progetto civico, hanno infine deciso di appoggiare la Lista Civica X Cambiare.
Ciò non ha intaccato la sua peculiarità civica, in quanto coloro che hanno aderito al progetto si riconoscono in questa rinnovata attenzione nei confronti delle persone e dell’ambiente in cui vivono, valori primari e irrinunciabili su cui fondare la politica del futuro. Un politica che si contraddistingue per il suo contenuto fortemente decrescista.
L’obiettivo primario della lista è quello di identificare delle strategie rivolte a salvaguardare il territorio, impegnandosi sui diversi fronti, quali la riduzione di richiesta energetica negli edifici pubblici; l’uso di energie rinnovabili, con l’installazione di pannelli fotovoltaici, pannelli solari termici e del mini-idroelettrico a coclea sul fiume Bardello; la riduzione della produzione di rifiuti, partendo dalla sensibilizzazione dei bambini delle scuole. È prevista l’installazione di isole sotterranee per i rifiuti; saranno incentivati il compostaggio domestico e l’uso dell’acqua del rubinetto. Verrà installata una Casa dell’Acqua Pubblica. Verrà promosso il trasporto sostenibile (scuolabus elettrico; pedibus; pensiline fotovoltaiche per alimentare biciclette a pedalata assistita). Si punterà sul consumo di prodotti a km 0 e verrà istituito un centro organizzativo per i Gruppi di Acquisto Solidale (GAS), oltre ad aree da adibire a Orti Comunali.
Iniziative di stampo decrescista sono previste anche per i servizi sociali: per anziani e indigenti saranno istituiti servizi di volontari, assistenza a domicilio, teleassistenza, centri diurni, corsi formativi rivolti a familiari, badanti, volontari; il servizio di tregua per aiutare le famiglie; l’affido-anziani; l’alloggio temporaneo per persone o famiglie temporaneamente senza abitazione; corsi di lingue e servizi di doposcuola per stranieri.
In ambito urbanistico la Lista intende consolidare la città costruita con consumo di suolo minimo e controllato, favorendo la riqualificazione e la ristrutturazione di quanto già esistente; verrà rafforzato il tessuto produttivo esistente cercando di costituire un polo di eccellenza nell’ambito della ricerca. Verrà restituito il territorio ai cittadini, attraverso una passeggiata lungo il fiume Bardello e diversi collegamenti ai circuiti ciclopedonali della Valcuvia e del lago di Varese. Per l’economia locale la Lista intende far rinascere le cascine presenti sul territorio comunale, nell’intento di sostenere le attività agricole locali esistenti e di aiutare i nuovi imprenditori agricoli. Besozzo aderirà quindi al progetto dei Comuni Virtuosi.
Le politiche decresciste per ora paiono difficilmente realizzabili a livello nazionale. Localmente, invece, molto si sta muovendo in diversi comuni d’Italia. La schiacciante vittoria a Besozzo lo dimostra. Si tratterà ora di fare rete e di dimostrare che le politiche solidali di rispetto dell’ambiente e delle persone sono le uniche che possano salvarci dal baratro sociale ed economico in cui la finanza internazionale e i governi tecno-bancari ci stanno facendo precipitare.

12 aprile 2012

Le stagioni dei mercati e il tramonto della crescita

Le stagioni dei mercati e il tramonto della crescita
Alessandro Farulli
Fonte: Greenreport

Tra le poche cose che abbiamo capito di economia, e di economia finanziaria in particolare, c'è quella che nonostante ci si diverta a paragonare gli andamenti della borsa con gli eventi climatici, le due cose non abbiano proprio nulla a che spartire. Lo ricordiamo perché oggi Napolitano ha detto che si assiste a un «Ritorno al clima invernale anche sui mercati. Speriamo che possa essere rapidamente superato», paragonando così il martedì nero e lo spread in rialzo al freddo di questi giorni dopo il capolino delle temperature estive e una ripresina che aveva già fatto affermare al premier Monti che la crisi era superata. 
La realtà delle cose è ben diversa, ma nulla ha a che farci dal nostro punto di vista la crisi spagnola, né i dati sulla disoccupazione americana, né la discussa e discutibile riforma del lavoro italiana annacquata dopo lo scontro tra le parti. O meglio, per i mercati queste sono certamente cose che creano tensione e minano la fiducia, tuttavia il nodo è la crescita. Lo è in quanto tale e lo è in quanto totem. I mercati vorrebbero rigore dei conti pubblici e crescita spinta - che ricorda molto la botte piena e la moglie ubriaca - visto che per ottenere i primi, non si esce da un sacrificio della seconda e viceversa.
Uno "stato stazionario" come dice Guido Vaciago sul Sole24Ore di oggi è percepito «dai suoi cittadini come un gioco a somma zero dove inesorabilmente se qualcuno cresce è ‘a spese' di qualcun altro: dove continuamente ci sono vincitori e vinti. Insomma, una Unione in cui conviene essere stati, ma non conviene più restare in futuro». E questo è il caso dell'Italia e dell'Europa e non è una ‘percezione', visto che dal default greco la Germania finora ci ha solo guadagnato...
Il paradosso del paradosso è però un altro: quello che i mercati volevano, come detto, conti in regola e crescita, è impossibile da ottenere e i primi a capirlo sono proprio i mercati, che infatti hanno portato giù le borse e su lo spread. Può darsi che serva una nuova iniezione di moneta oppure, come dice Andriani sull'Unità, lavorare con l'inflazione. Tuttavia il problema resta, lo ribadiamo, la crescita.
Questa da tempo almeno in Italia è un lumicino e tra l'altro è la normalità delle economie mature.
Non è pensabile che l'Italia un giorno possa correre con percentuali tipo Cina e questa è l'unica cosa che tutti hanno capito. Bisogna quindi cambiare il modello di sviluppo, perché la strada della crescita è un cul de sac. Se non si declina cosa e come deve crescere, con il Pil siamo spacciati. E non è solo una questione di occupazione, perché che la crescita porti occupazione quando la si vuole ottenere con l'aumento dell'età pensionabile e della produttività, si rischia esattamente quello che sta già avvenendo: emorragia di posti di lavoro e basta.
Non si dica poi come fanno Giavazzi e Alesina che il problema sono gli investimenti esteri perché un imprenditore non mette i soldi in uno Stato dove a decidere sulle sorti dei suoi lavoratori ci pensa un giudice e non lui stesso, perché l'Ikea che sposta due produzioni dall'Asia proprio in Italia dimostra esattamente il contrario (e non cambierebbe il ragionamento neppure se tra un mese l'Ikea rivedesse la sua decisione, perché semplicemente il mercato funziona così e a licenziare si è sempre in tempo).
Napolitano quindi ha ragione quando afferma «C'è urgente bisogno di dare maggiore attenzione al disagio sociale che risulta chiaramente dai dati e che coinvolge la famiglia, i nuovi poveri e i giovani non occupati», un fenomeno che «non può non allarmarci» e dunque «se ne tenga conto in Parlamento al momento in cui si discuterà la riforma del mercato del lavoro».
Come ha ragione quando aggiunge che di fronte alla crisi che pare riaccendersi «non basta invocare la crescita, come se non ci volesse altro che volontà e determinazione», una invocazione «talvolta un po' fastidiosa e vacuamente polemica, come se ci fossero sordità al riguardo e fosse chiuso il capitolo dell'austerità». Il fatto, ha concluso il presidente della Repubblica, è che «non c'è crescita che possa reggere senza l'innovazione in tutti i suoi aspetti e non meno importante è la coesione sociale». Ma qui invece non convince. 
Dal nostro punto di vista il mondo è cambiato, lo abbiamo detto tante volte, si è spostato l'asse terrestre e non si torna indietro. I Paesi dell'Ue devono fare i conti con la crescita dei Brics e dei Paesi in via di sviluppo universalmente intesi consci che la politica depredatoria di energia e materia portata avanti dall'occidente e che gli ha permesso di ottenere i successi del passato, è semplicemente finita.
Bisogna dare nuove regole a tutto il sistema e per di più non le dettiamo e detteremo più noi. Servono accordi internazionali e - come spiega il Wuppertal Institut - sia i vari campi della produzione (cosa e come si produce) sia l'entità e poi gli impieghi dei profitti devono superare il banco di prova della sostenibilità. Dobbiamo uscire dalla logica dell'economia finanziaria, per riappropriarci dell'economia reale e riconvertirla all'ecologia. Questo aiuterebbe l'economia e l'ambiente, ma attenzione, non è detto che porti maggiore benessere e più occupazione. Almeno non quello che si intende oggi, ovvero derivato dall'accumulazione di merci. Bisognerà far prevalere il ben-essere sul ben-avere e la crisi quindi - ancorché sistemica oppure proprio perché sistemica - è ancora un'opportunità.
Come dice sempre il Wuppertal Institut «le opportunità della modernizzazione ecologica sono nel ridimensionamento dei mercati di attività ecologicamente rischiose e nella cresciuta selettiva dei mercati dei beni sostenibili del futuro». Cosa serve dunque? «Quello che serve alla sostenibilità della vita può e deve crescere (...) dovrà invece diminuire ciò che favorisce lo sfruttamento eccessivo della natura, nonché ciò che genera e trasferisce rischi su altri soggetti e ciò che danneggia la coesione sociale». Ciò che può crescere è l'efficienza energetica e dei materiali, energie rinnovabili, agricoltura biologica, commercio equo e solidale. Cosa deve ridursi? «Il traffico stradale e aereo ad alta intensità, l'energia nucleare, i prodotti finanziari speculativi o dell'indebitamento dei paesi poveri».
Può l'Italia percorrere questa strada da sola? No, ma può partire e vedere chi la segue. Ribadiamo che una grande opera di manutenzione del territorio affiancata da un'industria manifatturiera che sfrutti la materia seconda intesa come materia rinnovabile sono due obiettivi alla portata e che certamente danno un contributo allo sviluppo e un'idea almeno di un modello di sviluppo diverso.
Un modello fatto anche di una nuova equità sociale e di un'ecologia della politica (altrimenti non è possibile una politica ecologica) delle quali né il governo tecnico di Monti che applica le indicazioni di mercati schizofrenici, né i partiti immersi negli scandali dell'insostenibilità della politica del pensiero unico, sembrano in grado di prospettare.

15 marzo 2011

La festa della decrescita - di Paolo Cacciari

La giornata di lavoro sulle “buone pratiche”, per come è stata preparata attraverso le schede di autopresentazione (un vero scrigno di idee), per il metodo coinvolgente che è stato seguito con gli otto laboratori e la restituzione dei risultati in plenaria, per la vastissima partecipazione, costituisce una novità importante, non solo per il Friuli Venezia Giulia. 
L’obiettivo di mettere in relazione la galassia di esperienze in atto di socializzazione del vivere è stato raggiunto. E’ iniziato un lavoro di autoinchiesta e di mappatura che potrebbe già condensarsi in una edizione di “pagine arcobaleno” (così come sono state chiamate in Trentino, a Reggio Emilia e in altre città italiane) dell’economia e dei servizi solidali, cooperanti, sostenibili. Una carta geografica del nuovo FVG che vuole vivere in modo diverso, più ricco di relazioni umane, più consapevole e solidale.

Le esperienze concrete in atto hanno messo a dura prova le “8 R” di Serge Latouche. Le “r” si sono moltiplicate – come lui stesso auspica – e vi è stato bisogno di ricorrere anche ad altre lettere dell’alfabeto: A, come armonizzare, B e C, come beni comuni, D, come donare… S, come simpatizzare… Z, come zeri: rifiuti, emissioni, esternalità negative.
Come è stato ricordato il prefisso reiterativo “ri/re” indica una ricorsività: fare/rifare, spingere/respingere. Evoca l’idea del life cycle che regola ogni processo naturale; indica l’azione necessaria per “chiudere il cerchio” della vita, per restituire ciò che abbiamo utilizzato e preso in prestito. Un movimento costante, una rivoluzione, per l’appunto, che è culturale, economica, sociale, scientifica, istituzionale, antropologica. Individuale e sociale; materiale e cognitiva. Perché la decrescita è una direzione di marcia che va praticata, non enunciata. Non è una nuova ideologia, nemmeno una teoria generale che pretende di stabilire quanto grande e luminoso sarà il “sol dell’avvenire”. La decrescita è davvero solo un movimento concreto, misurabile passo dopo passo, verificabile individualmente e socialmente. 

Noi sappiamo che è “necessaria” (come è scritto nel documento della ResFVG che convoca questa iniziativa) per evitare all’umanità le gravissime crisi sociali, ambientali, economiche che stiamo attraversando, ma sentiamo anche che è auspicabile e che dovrebbe diventare desiderabile. In fin dei conti è sempre la aspirazione allo stare meglio, la ricerca del buen vivir, della jouà de vivre, della felicità che spinge ogni essere umano ad agire e a tentare di cambiare. 

La decrescita, quindi, è un atto di “rottura dell’ordine simbolico e fattuale” (come diceva Cornelius Castoriadis), si declina attraverso le esperienze, le sperimentazioni concrete di socializzazione, di ricostruzione di un fare consapevole e responsabile. L’economia sociale, equa e solidale, alternativa e sostenibile, relazionale , orizzontale, inclusiva, comunitaria, civile, “sostanziale”… (chiamiamola come vogliamo) è contigua alla decrescita. Ha scritto Latouche: “In ogni caso, il progetto di buona economia, se portato avanti seriamente, apre prospettive che non possono non interessare il sostenitore della decrescita e arricchire il suo progetto” (Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, 2011).

Lo scorso anno è stato il centenario della morte del grandissimo Leo Tolstoj che amava affermare: “Fa quel che devi, accada quel che può”. Come dire: siamo mossi da una scelta etica, interiore, dobbiamo contare sulle nostre forze, sulla nostra capacità di discernere il bene dal male senza avere alcuna garanzia anticipata del risultato che otterremo. Nessuna teoria generale può assicurarci un avvenire sicuro. Anzi, dovremmo diffidare da coloro che pretendono di avere in tasca evoluzioni lineari e predeterminate. Una signora che è intervenuta in un laboratorio ha detto: basterebbero pochi valori chiari di riferimento capaci di regolare il vivere assieme. Io sono sicuro che noi questi valori noi li abbiamo individuati e che cerchiamo di seguirli. Ma il problema che abbiamo di fronte è duplice: come consolidare le nostre buone pratiche, senza chiuderci in tanti piccoli conventi; b) come espanderle, sapendo che viviamo in un ambiente ostile che non lascia spazi per l’autonomia e l’autogoverno. E non si tratta solo di condizionamenti mentali: spesso, burocrazia statale e finanziarizzazione economica soffocano anche le esperienze più valide.

Dovremmo prendere in mano gli studi sulla gestione collettiva dei beni comuni della Elison Ostrom (premio Nobel per l’economia 2009) per spiegare ai nostri governanti che spesso le gestioni comunitarie sono non solo più democratiche ma anche più efficienti ed efficaci nel creare e distribuire equamente ricchezza. Così come dovremmo prendere in mano il rapporto Stiglitz sul Pil definito “misura sbagliata delle nostre vite” (edizioni Etas) per spiegare al mondo degli affari che l’ossessione per il profitto e l’accumulazione monetaria ci sta portando non ad aumentare la ricchezza per tutti, ma alla all’autodistruzione. 

Ma non basta migliorare e consolidare i nostri Gas, le banche del tempo, l’uso dei software liberi, i sistemi di scambio locale, le filiere corte, i last minute market, gli orti urbani, il fair trade, le Mag, le monete locali, la mobilità condivisa, il cohausing, gli eco villaggi, i green public procurement, le transitinon towns, la raccolta differenziata, il vegetarianesimo, i trustee fiduciari, gli usi civici… fino alle (ancora pochissime, però) esperienze di vera cooperazione e autogestione delle produzioni. E’ necessario rivolgere lo sguardo e l’interesse a chi è ancora prigioniero dell’immaginario della crescita, omologato nei comportamenti consumistici, incapace di sottrarsi all’eteronomia totalizzante del mercato. Per riuscirci – come è stato più volte affermato – è necessario che ogni gruppo del mondo dell’altra economia e della solidarietà riesca a fare un doppio movimento: da un lato uscire dall’autoreferenzialità a cui spesso porta il sapere di “sapere far bene” (dobbiamo liberarci da ogni presunzione di superiorità verso chi non sa o non c’è ancora arrivato, svestirsi da ogni atteggiamento aristocratico, non siamo l’espertocrazia dell’etica) e, dall’altro lato, mettersi in rete, creare sinergie, colleganze, prendere parola nella società, confrontarsi con le istituzioni.

Il valore pedagogico dei buoni esempi è forte, ma non scatta automaticamente. Dovremmo cercare di essere molto più umili e non perdere il contatto con il mare grande dentro cui è immersa l’umanità. Per “diventare maggioranza” (e solo così, in realtà, potremmo sperare di salvarci) dovremmo comprendere le ragioni profonde che portano gli esseri umani a farsi schiavi inconsapevoli, ma più spesso volontari, di un sistema che produce dosi sempre maggiori di infelicità, angoscia, insicurezza, precarietà, psicopatie. Lo scorso anno, nel pieno della più grave crisi economica dal 1929, sono diminuiti i consumi di frutta e verdura, ma non quelli per i telefonini. Per le famiglie diventa più “facile” risparmiare sul “necessario” che non sul “superfluo”. Ma chi decide cosa è necessario e cosa superfluo? In realtà ci dimentichiamo che i bisogni sono correlati ai desideri e tutti (sia quelli dettati dalle necessità biologiche, sia quelli immaginati, sia il “pane” che le “rose”) sono sempre socialmente determinati. Pensiamoci: se fosse dipeso solo dal “benessere materiale”, in Russia ci sarebbe ancora l’Unione sovietica, visto che oggi la stessa aspettativa di vita media è diminuita spaventosamente. In realtà nella scala di valori necessari al nostro immaginario anche avere la libertà di scegliere, comunicare e muoversi liberamente, far festa, giocare e, in qualche misura, avere un’eccedenza da poter sprecare, sono necessità fondamentali per dare un senso alla vita, per superare una condizione di mera sopravvivenza, che è la peggiore delle esistenze possibili.

Sarebbe paradossale che proprio noi, i portatori del pensiero più “anti-economico” che vi sia (la decrescita, appunto), dovessimo sostenere le ragioni del nostro pensiero utilizzando gli argomenti dell’utilitarismo e dell’economicità. La decrescita non è “risparmio” in nome di una maggiore produttività, nemmeno lotta allo spreco in nome di una maggiore efficienza. Non è una questione (solo) di misura, di scala, di equilibrio… ma di indicatori diversi, perché abbiamo bisogno di misurare valori incommensurabili (pensiamo solo al concetto di “sufficienza” quali e quante implicazioni soggettive necessita per definirlo) con gli strumenti che usa correntemente chi ci governa: valori relazionali, estetici, spirituali. Non tutto è quantificabile e, soprattutto, non tutto è quantificabile con il denaro. Quanto vale l’ultimo albero dell’ultima foresta? E la fiducia reciproca? E l’amicizia, in quale banco del mercato la si vende? Siamo sicuri che la coesione sociale sia possibile mantenerla con la retorica nazionale tanto al chilo ogni anniversario dell’Unità d’Italia? Quanti altri esempi (a partire dalla istruzione e dalla salute) potremmo fare di beni e servizi che andrebbero scorporati e resi indipendenti dai sistemi regolatori del mercato e del denaro?

C’è una irriducibilità alla logica del mercato di alcuni valori che riteniamo costituenti di una società civile. 
La decrescita la vogliamo per vivere meglio, per migliorare le condizioni materiali e psichiche. Quindi non è “rinuncia” a nulla che ci serve, anzi, è nuove acquisizioni. Non è impoverimento, ma arricchimento personale e collettivo. Non è conservazione, ma cambiamento e innovazione, rifinalizzazione della scienza e della tecnica per “economizzare il tempo di lavoro e il dispendio di energie necessarie al fiorire della vita” (André Gorz)..
In attesa e in preparazione di questo grande processo di trasformazione, dobbiamo quindi essere non solo indulgenti, ma capaci di capire che quella cultura consumistica - che giustamente critichiamo - in realtà copre bisogni profondi. E’ ad essi che noi dovremmo riuscire ad offrire una alternativa, se non vogliamo che la decrescita sia un modo di vita valido solo per esseri umani perfetti, per asceti, per i “dodicimila santi per ciascuna generazione” (il massimo numero possibile di seguaci di Cristo che Dostroevskij fa dire al Grande inquisitore, in un passo de I fratelli Karamazov, magnificamente commentato da Franco Cassano in: L’umiltà del male, Laterza, 2011).
La penna biro che faceva andare in visibilio i ragazzi nei paesi del “socialismo reale”, l’automobile per i cinesi, gli ipermercati outlet da noi... coprono – in luoghi e tempi diversi - un bisogno di riconoscimento sociale e di relazioni che va intercettato e soddisfatto in altro modo. Se ci fermiamo solo a criticarlo, a criminalizzarlo, a esorcizzarlo… non riusciremo mai ad allargare il nostro piccolo mondo virtuoso. Come diceva madre Teresa di Calcutta: “non serve imprecare contro l’oscurità, accendiamo una candela!”.

La decrescita è un’azione, assieme e contemporaneamente, di decolonizzazione dell’immaginario, di smaterializzazione dell’economia, di demercificazone della società, di destrutturazione degli apparati istituzionali funzionali alla crescita… attraverso cui incunearsi e far spazio ad altri valori di riferimento: relazioni umane fiduciarie, auto-organizzazione (empowerment, ricordava Blasutig), partecipazione, cooperazione, condivisione, reciprocità, cura, affettività, creatività…

Io penso che noi dovremmo avere più coraggio nel proporre ciò che facciamo e nell’allargare il cerchio delle solidarietà, più consapevolezza del fatto che quello che facciamo è importante davvero e rappresenta l’unica via di uscita dalla decadenza e dalla crisi di civiltà che attraversiamo.
Dovremmo riuscire a mettere tutti i nostri piccoli, malformati, spigolosi, incasinati ma coloratissimi e trasparenti frammenti di buone pratiche dentro un caleidoscopio e farli girare in continuazione offrendo al mondo immagini meravigliose di futuro.

24 febbraio 2011

Serge Latouche

Serge Latouche, che aprirà giovedì 10 marzo a Trieste la Festa della decrescita, torna in libreria con l’ultima sua opera: “Come si esce dalla società dei consumi. Voci e vie della decrescita" (Bollati Boringhieri editore).

L’autore del Breve trattato sulla decrescita serena rilancia il suo monito: per scongiurare la catastrofe, non resta che la via dell’«opulenza frugale», meno «ben essere» e più «ben vivere».

Latouche riprende qui tutti i principali temi e le argomentazioni della sua riflessione sulla necessità di abbandonare la via della crescita illimitata in un pianeta dalle risorse limitate. Non si tratta, a suo giudizio, di contrapporre uno sviluppo buono a un cattivo sviluppo, ma di uscire dallo sviluppo stesso, dalla sua logica e dalla sua ideologia. Per questo è innanzitutto necessario «decolonizzare l’immaginario», cambiare la propria visione del mondo. E la scuola, l’educazione è dunque un terreno di lotta privilegiato. La crisi stessa dello sviluppo e della crescita può essere una «buona notizia», se servirà ad aprire gli occhi sulla insostenibilità del «progresso» che l’Occidente ha realizzato fin qui. Per Latouche, infatti, la via della decrescita serena passa in primo luogo per una presa di coscienza del fatto che lo sviluppo non è che un’invenzione dell' uomo, e che il rapporto tra uomo e natura può essere rimodellato in una dimensione «conviviale», rispettosa della legge dell’entropia e finalizzata alla felicità piuttosto che all' appropriazione delle cose.

23 febbraio 2011

Festa della Decrescita 2011 - programma

Lo spieghevole della Festa della Decrescita, Trieste 10 e 12 marzo 2011.
Per informazioni resfvg@gmail.com


18 febbraio 2011

FESTA della DECRESCITA Trieste, 10 e 12 marzo

Quarta edizione della Festa regionale della Decrescita


L’evento si apre giovedì 10 marzo alle ore 17.00 con una conferenza di Serge Latouche, presso l’aula Magna del liceo Galilei a Trieste. Al termine, partirà dallo stesso sito un pullman per una degustazione di “Sapori del Carso triestino”, previa prenotazione alla segreteria organizzativa. Verrà chiesta una modica somma per coprire i costi della cena e del trasporto.

Sabato 12 marzo la manifestazione riprenderà alle ore 9.30 presso l’Università degli studi, nelle aule del centro di calcolo, edificio H2 bis.

Subito assemblea plenaria con Francesco Gesualdi, animatore del Centro nuovo modello di sviluppo.
Quindi, ci distribuiremo fra 8 laboratori corrispondenti al programma delle 8R proposte da Latouche. Al mattino ogni laboratorio esaminerà un elenco di buone pratiche relative alla sua “R”, buone pratiche già raccolte attraverso la scheda che si allega o individuate attraverso vari canali.

Se avete a vostra volta praticato o avete conoscenza di buone pratiche, potete segnalarle anche tramite la citata scheda e inviarla agli indirizzi in essa riportati.
Dopo la pausa pranzo, i laboratori torneranno a riunirsi per fare una selezione delle buone pratiche esaminate, per proporle ai singoli cittadini, a gruppi, alle Istituzioni pubbliche.

Andremo quindi in plenaria per fare insieme sintesi e decidere come dare attuazione alle buone pratiche. Vogliamo infatti sfuggire al vecchio detto: “passata la festa, gabbato lo santo”. Se condividiamo le analisi di Latouche, dobbiamo metterci insieme, fare rete e promuovere la transizione verso una società ed un’economia solidale ed ecocompatibile.

Vi preghiamo di far circolare il presente invito nella vostra rete di relazioni. Per chi vuol saperne di più, si rinvia al documento “Programmazione laboratori”.

Scheda descrittiva buona pratica
Programmazione laboratori

8 febbraio 2011

DE-ART per la Festa della Decrescita

Serge Latouche aprirà l'edizione regionale 2011 della Festa della Decrescita e dell'Economia Solidale, in calendario per il 10 e il 12 marzo a Trieste. La conferenza avrà luogo giovedì 10 marzo presso l'aula magna del Liceo G.Galilei di via Mameli 4, e per l'occasione il gruppo DE-ART propone una mostra artistica esplicitamente dedicata alle tematiche della Decrescita.

 




Presentazione MostraL’utilizzo delle “buone pratiche” nel quadro dello sviluppo eco-sostenibile trova un’interpretazione artistica nel gruppo DE-ART: arte per la decrescita. Realizzata con diverse prospettive tecniche le quattro artiste trieste danno voce a un’originale riflessione sull’attuale problematica sociale e ambientale e trasmettono una forza espressiva proprio nell’omogeneità del lavoro d’insieme. La presentazione espositiva avrà luogo presso l'aula magna del Liceo G.Galilei di via Mameli, 4 alle ore 17 in concomitanza alla conferenza di Serge Latouche.

Presentazione gruppo DE-ARTPer realizzare il  progetto espositivo le quattro artiste triestine Sara Bajec - scrittrice, Donatella Davanzo - fotografa, Donatella Ferrante - scultrice, Marà - pittrice propongono la propria lettura artistica per discutere e interpretare il concetto delle “buone pratiche”, un possibile stile di vita consapevole nell’utilizzo delle risorse ambientali atto a garantire uno sviluppo eco-sostenibile e contrastare un consumo indiscriminato.


19 settembre 2010

Serge Latouche a Pordenone, Decrescita e RESFVG

Serge Latouche "intervistato" da Ferruccio Nilia durante PordenoneLegge ci racconta le sue osservazioni sulla Decrescita nelle sue applicazioni concrete e locali.
Al commiato, rimanda con un arrivederci alla 4° Festa della Decrescita del Friuli Venezia Giulia, che si terrà a Trieste nella primavera del 2011, garantendoci la sua presenza in quell'occasione.

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13 settembre 2010

Dichiarazione sulla decrescita - Barcelona 2010


Premessa

Riportiamo il testo della Dichiarazione sulla decrescita, che sintetizza le principali linee di analisi e proposte emerse dal dibattito sviluppato nei 29 gruppi di lavoro e nelle sessioni plenarie della seconda Conferenza sulla decrescita svoltasi a Barcellona nello scorso mese di marzo. Alla Conferenza ha partecipato un buon numero di amiche e amici del Friuli Venezia Giulia, attivi nell'Associazione per la decrescita e nella RESFVG. L'Associazione ha deciso di avanzare la propria candidatura per l'organizzazione della prossima Conferenza internazionale, indicando Venezia come sede della manifestazione. Se Research & Degrowth (l'Associazione internazionale "titolare" dell'iniziativa) accoglierà la nostra candidatura, i soggetti che in Friuli venezia Giulia si interessano di decrescita e di economia solidale saranno parte importante e attiva nella creazione della rete organizativa e nella preparazione dei materiali della Conferenza. Invitiamo i lettori di questo post a fare i loro commenti sulla dichiarazione e sull'ipotesi di candidatura.



Testo della dichiarazione

Nel mezzo di una crisi internazionale piu’ di 400 ricercatori, praticanti e membri della società civile di 40 nazioni si sono incontrati a Barcellona nel Marzo 2010 per la seconda conferenza internazionale sulla Decrescita. La dichiarazione della prima conferenza internazionale in Parigi del 2008 aveva notato l’incombente crisi multidimensionale, che era non soltanto finanziaria ma anche economica, sociale, culturale, energetica, politica ed ecologica. La crisi e’ il risultato del fallimento di un modello economico basato sulla crescita.
Una elite internazionale e una “classe media globale” stanno causando la distruzione dell’ambiente attraverso il loro cospicuo consumo e l’appropriazione eccessiva di risorse umane e naturali. I loro modelli di consumo portano a ulteriori danni ambientali e sociali quando sono imitati dal resto della societa’ in un circolo vizioso di emulazione attraverso l’accumulazione di possedimenti materiali. 
Mentre I responsabili di istituzioni finanziarie, società multinazionali e governi sono giustamente considerati I primi responsabili di fronte alla pubblica opinione, questa crisi ha cause strutturali più profonde. Le cosiddette misure anticrisi che cercano di aumentare la crescita economica avranno l’effetto, nel lungo termine, di peggiorare le disuguaglianze e le condizioni ambientali. L’illusione di una crescita aumentata dal debito, per esempio forzando l’economia a crescere allo scopo di rimborsare I debiti, finirà in un disastro sociale, trasferendo debiti economici ed ecologici alle future generazioni e ai poveri.
Un processo di decrescita dell’economia mondiale e’ inevitabile e alla fine porterà beneficio all’ambiente, ma la sfida e’ come gestire il processo in modo che sia equo socialmente a livello nazionale e globale. Questa e’ la sfida del movimento della decrescita che ha origine nella nazioni ricche in Europa ed altrove, dove il cambiamento deve iniziare.
Accademici, attivisti e praticanti si sono incontrati in Barcellona per strutturare proposte verso una società alternativa in decrescita, ecologicamente sostenibile e socialmente equa. La conferenza e’ stata condotta in modo inclusivo e partecipato. In aggiunta a presentazioni scientifiche standard, ben 29 gruppi di lavoro hanno discusso politiche pratiche per la decrescita e definito domande per la ricerca, mettendo insieme problemi economici, sociali e ambientali.

Nuove idee e argomenti assenti dal dibattito tradizionale sullo sviluppo sostenibile sono stati oggetto di discussione: valute e istituzioni finanziarie, sicurezza sociale e ore di lavoro, popolazione e consumo delle risorse, restrizioni alla pubblicità, moratoria sulle infrastrutture e santuari delle risorse, e molti altri.

Si e’ sviluppata una richiesta di nuove proposte, fra cui: facilitazione di monete locali; graduale eliminazione delle monete a corso forzoso e riforma degli interessi; promozione di attività non-profit di piccole dimensioni e autogestite; difesa e espansione di beni comuni locali e introduzione di nuove giurisdizioni per beni comuni globali; introduzione di politiche integrate di ore lavorative ridotte (work sharing) e introduzione di una entrata minima; istituzionalizzazione di un tetto massimo di entrata basato su un coefficiente massimo-minimo; scoraggiamento di consumo eccessivo di merci non durevoli e di sottoutilizzazione di beni durevoli attraverso regolamenti, tassazione o approcci dal basso verso l’alto; abbandono di infrastrutture di larga scala quali impianti nucleari, dighe, inceneritori, trasporto ad alta velocità; conversione da infrastrutture basata sull’automobile all’uso della bicicletta, camminare e spazi comuni aperti; tassazione della pubblicità eccessiva e sua proibizione negli spazi pubblici; supporto per I movimenti di giustizia ambientale del Sud che combattono contro l’estrazione delle risorse; introduzione di una moratoria globale di estrazione in aree con alta biodiversità e valore culturale, compensazione per lasciare risorse nella terra; denuncia di misure di controllo della popolazione autoritarie e supporto ai diritti riproduttivi delle donne, procreazione consapevole e diritto all’emigrazione libera dando il benvenuto a una diminuzione del tasso di natalità mondiale; e de-commercializzazione della politica e rafforzamento della partecipazione diretta nei processi decisionali.

Noi affermiamo che queste proposte non sono utopiche: nuove tasse redistributive risolveranno le diseguaglianze di reddito e finanzieranno investimenti sociali e scoraggeranno consumo e danni ambientali, mentre la riduzione delle ore lavorative con un sistema di sicurezza sociale rinforzato gestiranno la disoccupazione. 
Mentre l’economia della parte ricca del mondo si contrae silenziosamente e diminuiranno I danni all’ambiente causati da nuove infrastrutture e attività estrattive, il benessere aumenterà attraverso investimenti pubblici in beni sociali e relazionali a basso costo.
Ogni nuova proposta genera numerose nuove obiezioni e domande. Non sosteniamo di avere una ricetta per il futuro, ma non possiamo più pretendere di continuare a crescere come se niente fosse accaduto. La follia della crescita e’ arrivata alla fine. La sfida ora e’ come cambiare, e il dibattito e’ appena cominciato.


26 maggio 2010

Barcelona, Conferenza Decrescita: documenti e traduzioni

Della Seconda conferenza sulla Decrescita economica per la Sostenibilità ecologica e l'Equità sociale, tenutasi a Barcelona a fine marzo, abbiam bloggato qualche settimana fa, provando anche a fornire un piccolo reportage dell'evento.

L'organizzazione dei convegni prevedeva una ragionata articolazione delle relazioni a seconda dell'area tematica trattata, in precisi gruppi di lavoro.
Gli esperti chiamati a produrre dei contributi originali per l'occasione hanno inviato dei brevi documenti che potessero servire da cornice per gli specifici argomenti trattati in ciascun gruppo di lavoro: queste riflessioni sono pubblicate su www.degrowth.eu sito della Conferenza per la Decrescita.
In particolare potete consultare l'elenco dei Gruppi di lavoro, dove cliccando su ciascuna area tematica vi imbatterete nei materiali messi a disposizioni dai relatori di ciascun gruppo.

Si tratta di documenti in inglese, talvolta in spagnolo o francese. 
Così qualche partecipante alla RESFVG, armato di dizionario e di Google Translate, ha provato a tradurre alcuni di quegli scritti in italiano; si tratta di un work in progress, beninteso, che potremmo anche intendere in modo collaborativo, se qualcuno volesse cimentarsi in una traduzione.

Cliccando qui (o nella pagina Documenti qui a destra sul blog) trovate l'indice dei documenti discussi dai relatori nei Gruppi di lavoro della Conferenza di Barcelona, e le traduzioni in italiano finora realizzate.

Proposta di collaborazione
Se intendete collaborare con RESFVG con una traduzione inglese-italiano, individuate sul sito Degrowth una relazione di vostro interesse tra quelle non ancora tradotte, dedicate mezz'oretta a rendere sensati in italiano quei ragionamenti sull'urbanistica o sulla valuta locale o sulle strategie politiche o sulla battaglia per l'acqua, e spedite liberamente il tutto a resfvg@gmail.com.
Se solo dieci persone delle centinaia che ricevono questa comunicazione proponessero una traduzione, in brevissimo tempo potremmo offrire un buon contributo alla diffusione della Cultura della Decrescita in Italia! Su, senza timore :)

16 marzo 2010

GLOBALIZZAZIONE E BIOCAROTA

Nel 2000 Ulrick Beck, fra i massimi studiosi del fenomeno della globalizzazione, aveva coniato questa semplice ma efficace formula: “Non esistono soluzioni biografiche per problemi sistemici”, che tradotta significa: da soli non si cambia questo mondo, non si riducono i rischi della globalizzazione.

Zigmun Bauman in questi anni ci ha quindi inondato di saggi sulla società liquida e sulla mutazione dell’homo sapiens sapiens in homo consumens, passando per l’homo oeconomicus.
Su questa mutazione antropologica vi è ormai una bibliografia sconfinata. 
Mi limito a segnalare l’ultimo contributo che trovate in libreria: “Consumati. Da cittadini a clienti” di Benjamin Barber.

Sulle pagine della cultura de La Repubblica del 15 marzo scorso Federico Rampini intervista l’autore, che illustra la tesi centrale del libro: il consumismo ha bisogno di persone che anche in età adulta restino consumatori bambini, egocentrici che dicono “io voglio” per sempre.
Verso la conclusione, l’intervistatore formula così una sua domanda: “… tanti movimenti si propongono di cambiare il mondo operando sulle scelte di consumo. Slow Food c’insegna a promuovere lo sviluppo sostenibile quando facciamo la spesa alimentare. Fair Trade ci spinge ad acquistare il caffè i il cacao attraverso una filiera di commercio equo che by-passa le multinazionali e aiuta i contadini dei paesi in via di sviluppo. Eppure lei contesta anche questo”.
Questa la risposta di Barber: “Perché anche questa è una favola per bambini, una favola a lieto fine, l’idea che si cambia il mondo attraverso il consumo privato. La scuola dei nostri figli, l’equilibrio climatico del pianeta, l’indipendenza energetica: in tutte queste sfere il cambiamento non può venire semplicemente da scelte individuali di spesa. E’ l’ammissione di una disfatta, se noi ci ritiriamo nella sfera dell’azione privata – sia pure il consumo “verde” e terzomondista – e abdichiamo al nostro ruolo nella politica.”

Domenica scorsa mi sono recato a Milano, alla manifestazione “Fa la cosa giusta. Fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili”. Grande successo di pubblico attorno alle centinaia di bancherelle delle buone pratiche: salame bio, abbigliamento di moda bio, medicine non convenzionali, ecc. Ho visto migliaia di consumatori (e di venditori) felici come bambini.
Ne vogliamo parlare? Il blog della Rete non può essere una bacheca di comunicatori solitari, ma un luogo ove fare dialogo critico e costruttivo.

3 marzo 2010

Barcellona 26-29 marzo 2010: Conferenza internazionale sulla decrescita

I movimenti per la decrescita, presenti in diversi Paesi europei, si riuniscono in conferenza a Barcellona per discutere, in sessioni plenarie e attraverso numerosi gruppi di lavoro, le diverse tematiche inerenti la transizione verso una società della decrescita. Dal Friuli Venezia Giulia partecipano Lucia, Marco, Piero, Carlo e Ferruccio. Se ci sono altri nominativi, che si facciano avanti. Per saperne di più andate sul sito che potete individuare mettendo in un motore di ricerca: degrowth barcelona. Sono graditi i commenti a questo post.
Il gruppo di comunicazione in rete della RESFVG

Si riproduce qui sotto un intervento del prof. Joan Martinez Alier, il più noto esponente della decrescita spagnola.

Joan Martinez Alier: Oltre il PIL c'é la Decrescita

L'espressione "Beyond GDP" è di moda tra i funzionari europei e i politici a Bruxelles.
40 anni dopo che il Presidente della Commissione Sicco Mansholt aveva già criticato il PIL, proponendo di porre fine alla crescita economica nei paesi ricchi, lo slogan a Bruxelles è ora "Economia verde: oltre il PIL ".

Ma non vi è ancora alcun riconoscimento ufficiale di una "decrescita che conduce ad una economia stazionaria ", se non come plausibile programma politico, almeno come un interessante campo di ricerca.

La crescita del PIL va di pari passo con una crescente pressione sulla biodiversità, cambiamenti climatici e la distruzione dei mezzi di sussistenza dell'uomo alla "frontiera delle merci". Gli attivisti ambientali sono rassicurati dalle critiche accademiche del PIL. In realtà, attiviste femministe e accademici (Waring, 1988) hanno costruito un argomento convincente molto tempo fa contro la contabilità del PIL, perché "ha dimenticato", non solo di contabilizzare i servizi della natura, ma anche il lavoro domestico non retribuito. Inoltre, un altro tipo di critica nei confronti della contabilità del PIL sta ora emergendo socialmente, il cosiddetto Easterlin Paradox aggiornato dal lavoro di psicologi sociali (con i Premi Nobel in economia). Sembra che l'aumento della felicità non sia correlato ad incrementi di reddito al di sopra di un certo livello di reddito pro capite (ad esempio 10.000 € all'anno). Tali critiche nei confronti della contabilità del PIL vanno ben oltre l'introduzione di misure complementari di progresso sociale come l'HDI (indice di sviluppo umano), che è strettamente correlato con il PIL pro capite nei diversi paesi. Esse vanno anche al di là dell’idea di rendere semplicemente il PIL più “verde", o l'introduzione di conti satellite (in termini fisici o monetari).

Tra gli indici fisici di sostenibilità, il più conosciuto è l’ Impronta ecologica (EF) che ha fatto il suo debutto nel 1992 ad una Conferenza di Economia Ecologica (Rees e Wackernagel, 1994). E 'stato un successo con le organizzazioni ambientaliste e il WWF pubblica i suoi risultati regolarmente. L'Impronta ecologica traduce in un unico numero in ettari l'uso pro capite di terra per il cibo, fibre, legno, oltre all’ambiente costruito (spazio asfaltato per case e strade), più l'ipotetico terreno che sarebbero stato utilizzato per assorbire l'anidride carbonica prodotta dalla combustione di combustibili fossili. Per le ricche economie industriali, il totale arriva a 4 o più ettari pro capite, di cui oltre la metà è la terra ipoteticamente necessaria ad assorbire l’anidride carbonica.

Andare oltre la contabilità del PIL in Europa dovrebbe significare qualcosa di diverso
dal "rendere più verde il PIL", o, all'altro estremo, inchinarsi dinanzi ad un unico indice ambientale, come l’Impronta Ecologica. Dovrebbe significare, piuttosto, andare verso una valutazione multi-criteri dell'economia, utilizzando otto, dieci, dodici indicatori sociali, culturali, economici e di performance ambientale (Shmelev e Rodriguez-Labajos, 2009).
Tutti gli indicatori possono forse migliorare insieme in un certo periodo della storia o, più probabilmente, alcuni migliorano, mentre altri si deteriorano. Ad esempio, la crisi economica del 2008-09 implica in Spagna una sostanziale diminuzione delle emissioni di anidride carbonica, meno incidenti sul luogo di lavoro, meno potenziali immigrati annegati in mare e un brusco rallentamento nel tasso di edificazione dei suoli, mentre significa anche maggiore disoccupazione e, forse, un aumento di alcune forme di criminalità.
Stiamo meglio adesso che nel 2007? O meglio, prima ancora, ci si potrebbe accordare su una metodologia di valutazione macroeconomica multi-criteri e partecipativa, basata su set di indicatori socialmente accettati?

"Beyond GDP" dovrebbe significare andare oltre l'imperativo unico della crescita economica nei paesi ricchi. Una radice comune ai movimenti della decrescita in Francia e in Italia è l’Economia Ecologica, in particolare il lavoro di Georgescu-Roegen. Alcuni dei suoi articoli sono stati tradotti e pubblicati trenta anni fa (da Grinevald e Rens, 1979) con il titolo “Domani la decrescita”, con la quale esplicitamente egli concordava. Questa sembra sia stata la prima volta che "Decrescita economica" è stata utilizzata come slogan. La maggior parte degli attivisti francesi e italiani nella decrescita e nei movimenti forse hanno letto alcuni articoli di Georgescu-Roegen, ma non i suoi libri in materia di energia, materiali e economia (1966 - introduzione, e nel 1971). Non sono disponibili in francese o in italiano e sono comunque difficili da digerire. Nondimeno, questo non impedisce loro, come attivisti, di cantare le lodi di Georgescu-Roegen. Nulla da criticare in tutto questo, motivo di rammarico per gli studiosi, ma nella natura dei movimenti sociali.

Gli attivisti della decrescita in Francia e in Italia sono in sintonia con un concetto di
ecologia industriale: il paradosso di Jevons o "effetto rimbalzo" (Polimeni e al, 2009). Hanno letto economisti antropologi, come Serge Latouche (2007), sono ispirati dai pensatori ambientalisti degli anni ‘70 come André Gorz e Ivan Illich. Ma la decrescita non è basata su
testi “icone”. Si tratta di un movimento sociale, nato dalle espereinze del co-housing, occupazione di proprietà, neo-ruralismo, riappropriazione delle strade, energie alternative, prevenzione e riciclaggio dei rifiuti. Si tratta di un nuovo slogan, un nuovo movimento e molto presto un nuovo programma di ricerca. Questo è un caso di scienza guidata da attivisti, verso una nuova branca nelle scienze della sostenibilità sociale, che potrebbe chiamarsi “studi sulla decrescita economica" strettamente collegati agli studi accademici sulla “transizione socio-ecologica" (Fischer-Kowalski e Haberl, eds., 2007, Haberl et al, 2009, Krausmann e al, 2008, Krausmann e al, 2009).

Non vi è alcun movimento simile sulla decrescita (ancora?) in Germania, Regno Unito,
Stati Uniti e Giappone, ma la convergenza di attivisti della decrescita con economisti ecologici ed ecologisti industriali ha prodotto già due conferenze scientifiche in Europa (Parigi, aprile 2008, Barcellona, marzo 2010, www.degrowth.eu). Le parole "decrescita economica" sono state introdotte con successo in riviste accademiche. Una varietà di temi del programma di ricerca sulla decrescita sono elencati nel bando di documenti per la Conferenza di Barcellona, mentre una collezione di articoli dalla prima conferenza (a cura di Schneider, Kallis e Martinez-Alier, 2010) è stata pubblicata in una pubblicazione accademica, il Journal of Cleaner Production (una rivista di ecologia industriale) tra cui un articolo notevole di Christian Kerschner che spiega la critica di Georgescu-Roegen “all’economia stazionaria” di Daly (Daly, 1973, 1991, 2007). Kerschner guarda alla "decrescita" come a una tappa verso un’economia stazionaria. Un ottimo libro con articoli dalla Conferenza di Parigi del 2008 sulla decrescita è stato pubblicato in francese (Mylondo, 2009).

Forse la DG Ricerca della Commissione Europea farà presto una call per presentare proposte di ricerca nell'ambito della descrizione, "Oltre il PIL: Decrescita economica Socialmente Sostenibile. Aspetti ambientali, sociali, tecnologici, finanziari, socio-psicologici e demografici della decrescita economica che conduce ad una economia stazionaria in Europa e in altre economie avanzate ".
Ancora una volta, scienza guidata dagli attivisti.

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Institut de Ciència i Tecnologia Ambientals (ICTA)
Economía Ecológica Despatx QC 3091 - Escola Tècnica Superior d'Enginyeria (ETSE)
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